La prima materia non è una materia: è la decolonizzazione del corpo, togliere le abitudini della vita di tutti i giorni prima di qualsiasi tecnica.

Che fine fa la tua camminata quando ti accorgi che qualcuno ti sta guardando?
Cosa si studia a scuola di recitazione? Meno di quanto immagini. Le braccia che diventano di troppo, il passo che non torna più: tieni a mente quella goffaggine, perché è il punto da cui parte tutto il lavoro. La prima cosa che ti chiedono di fare lì dentro non è aggiungere niente a quello che sai già. È l’opposto, e ci arriviamo.
Settembre è il mese in cui le scuole di teatro riaprono le iscrizioni, ed è il momento in cui quella domanda torna a girare. Questo è il terzo articolo che dedico al mestiere. Nel primo abbiamo visto che cos’è la recitazione, nel secondo a cosa serve. Qui entro in aula.
Il giorno in cui ho smesso di provarci
Anni fa, nel gruppo di improvvisazione teatrale che avevo fondato con Ian Algie, facevamo l’esercizio del volto neutro. Nessuna maschera da indossare: è la tua faccia che deve diventare una superficie senza espressione, e devi muoverti in scena senza tradire un solo movimento del viso. Sembra poco. È una delle cose più difficili che ci siano.
Le prime volte ci mettevo un impegno enorme, e c’era sempre qualche muscolo che mi tradiva, un accenno di intenzione che spuntava da solo. Poi un giorno ho smesso di controllarmi, e mi è venuto bene. Non avevo imparato niente di nuovo. Avevo tolto l’ultima cosa che restava da togliere, cioè lo sforzo di riuscirci.
La decolonizzazione del corpo
Il corpo è lo strumento dell’attore, e prima di usarlo va liberato da una serie di abitudini che si porta dalla vita di tutti i giorni. Eugenio Barba e Nicola Savarese, nel loro L’arte segreta dell’attore, scrivono che non si lavora sul corpo o sulla voce: serve un corpo dilatato, una presenza in cui l’energia si muove in modo diverso da come si muove quando prendi un caffè o sali le scale.
In scena non puoi camminare come cammini per strada. Quel modo va smontato prima. Non ti insegnano un passo nuovo da sovrapporre al vecchio: ti sfilano di dosso il vecchio, finché il gesto non resta senza le sue difese.
Il vincolo serve, lo sforzo no
Attenzione a non confondere le due cose. La regola dell’esercizio era ferrea, non muovere un muscolo, e quella regola serviva. Non si dà fatto artistico senza vincoli, senza ostacoli: un attore è interessante nella misura in cui riesce a individuarli e a misurarsi con essi, quasi si costruisse da solo degli handicap, fisici e di pensiero.
Il vincolo però sta fuori di te, il controllo sta dentro. Il primo ti tiene in piedi, il secondo ti tradisce sul viso. Il paradosso è che proprio perché la regola era severa, l’unico modo di rispettarla era lasciar cadere la voglia di rispettarla.
Fermiamoci qui. Prima di tornare in aula c’è una storia che conviene guardare invece che leggere: tira il filo con me, un anello per volta.
- Firenze, 1464Il primo che ci provaAgostino di Duccio comincia a sbozzare un enorme blocco di marmo per l’Opera di Santa Maria del Fiore. Lo lascia a metà.
- Firenze, 1475Il secondo che rinunciaAntonio Rossellino ci rimette mano e si ferma anche lui. Il marmo è grande ma di qualità mediocre, e la voce che gira è che sia guasto.
- Cortili dell’Opera, 1476-1501Venticinque anni fermoIl blocco resta lì, all’aperto. Tutti gli passano davanti. Nessuno ci vede dentro niente.
- 16 agosto 1501Lo danno a un ragazzoL’Opera assegna quel marmo a Michelangelo, ventisei anni. Sei fiorini d’oro al mese, due anni di tempo.
- Firenze, 1504Esce il DavidDal blocco scartato viene fuori una figura alta oltre quattro metri. Il 18 maggio la portano in piazza della Signoria.
Un blocco che nessuno voleva
Quel marmo nessuno lo voleva, e per quarant’anni non è cambiato niente nella pietra. È cambiato chi la guardava. Michelangelo mise poi la sua idea di scultura in una riga sola, scrivendo a Benedetto Varchi nel marzo del 1547:
Io intendo scultura quella che si fa per forza di levare; quella che si fa per via di porre è simile a la pictura.
La statua era già dentro la pietra, e il lavoro era portare via il resto. Un corso di recitazione somiglia più allo scalpello che al pennello.
Anche l’improvvisazione si prepara
C’è un ossimoro che gli allievi scoprono presto: l’improvvisazione non si improvvisa. Riesce quando è diventata uno stile di gioco, un certo modo di stare in scena e far funzionare le cose. Dietro non c’è ispirazione calata dal cielo, c’è un training lungo e una dedizione ostinata. E non sono il trucco e il costume a fare il personaggio, ma la trasformazione interiore dell’attore. Come si prepara quella trasformazione, e come si raggiunge: ecco la vera materia di studio.
Osceno vuol dire fuori dalla scena
Si impara ad accendere se stessi, a ricevere quella grazia, quello stato di flusso che permette a un artista di essere osceno nel senso letterale della parola: fuori dalla scena, pur stando dentro la scena. Reciti e insieme ti guardi recitare, collocato in un altrove psico-fisico che somiglia a quello di una deità.
Un rito di passaggio
Un corso di questo tipo è dunque un’iniziazione, e come tale non serve solo all’attore: serve alla persona. Chi lo attraversa racconta quasi sempre la stessa cosa, cioè fatica, e poi una gioia strana, una pace, come essere tornati a casa.
Meno metti, più arriva
Anni dopo l’esercizio del volto neutro, alle mie prime prove da attore narratore, ho ritrovato la stessa faccenda in un altro mestiere. Meno elementi mettevo nel racconto, più il racconto arrivava. Toglievo un gesto, toglievo una parola, e quello che restava pesava di più.
Torniamo alla camminata dell’inizio, al corpo che sotto gli sguardi non sa più dove mettere le mani. Non è un difetto da coprire con una tecnica in più. È il blocco che nessuno voleva. Continua a levare abbastanza a lungo, e quello che resta sei tu.
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