Risolvere i problemi vuol dire restare a bordo

Ci vendono strategie e trucchi, ma il gesto che scioglie i problemi è il più vecchio: occuparsene e non scendere quando la cosa si mette male.

Due mani modellano l’argilla su un tornio, immagine del prendersi cura per risolvere i problemi
Due mani modellano un vaso di argilla su un tornio da ceramista, con gli attrezzi appoggiati intorno al piano di lavoro. Foto di Tuan Nguyen su Unsplash

Quella cosa che da settimane resta lì, rotta: chi se ne sta occupando?

Tieni la risposta. In fondo a questo pezzo c’è una telefonata fatta alle due di notte a un uomo che aveva appena smesso di occuparsi di quattromila persone. Per risolvere i problemi, ho imparato, il metodo conta meno di quella telefonata.

Settembre rimette tutto sul tavolo nello stesso giorno: le pratiche lasciate a giugno e le persone che aspettano ancora una risposta. È il mese in cui si vede chi c’è.

Per risolvere i problemi ti vendono metodi a chili

Strategie, trucchi, sistemi in sette passi, formule segrete. Ne ho messo a punto uno anch’io, il Problem Telling, e ci credo ancora. Ma sotto ogni metodo che funziona c’è un gesto più vecchio e meno di moda. Occuparsene. Esserci. Restare a bordo quando gli altri scendono. Senza quel gesto, il metodo è un libretto di istruzioni appoggiato su una sedia vuota.

Torni a bordo

La notte del 13 gennaio 2012 la Costa Concordia è finita sugli scogli del Giglio con più di quattromila persone a bordo. Al telefono c’era Gregorio De Falco, capitano di fregata della Capitaneria di porto di Livorno. Dall’altra parte Francesco Schettino, che la nave l’aveva già lasciata. Il «torni a bordo, cazzo» ha fatto il giro del mondo, ma la cronaca dell’AGI riporta anche la frase dopo, quella fredda:

Vada a bordo, è un ordine. Lei non deve fare altre valutazioni, ha dichiarato l’abbandono nave, adesso comando io.

De Falco non aveva una tecnica da offrire. Aveva un ordine: rientrare nel problema da cui l’altro era sceso. Un naufragio non si risolve da uno scoglio, guardando. Si risolve dentro, dove c’è la falla e la gente che aspetta.

Quello che mi riconoscono ancora

Il mio matrimonio è finito. Una cosa però me la riconoscono ancora: davanti a una pratica o a un guaio da sistemare non mi tiravo indietro fino all’ultimo.

Lo stesso succedeva quando facevo improvvisazione teatrale. Avevo la smania di protagonismo, lo so. Ma ogni compagno in scena sapeva di poter contare su di me: quando un passaggio non funzionava restavo lì a costruire, senza agitarmi. La fiducia nasce da lì, dalle cose tenute in piedi mentre stavano cadendo.

Torniamo un momento sulla nave, perché quella notte ha degli orari, e messi in fila dicono una cosa che nel racconto non si vede. Premi e segui le lancette.

Verde: il comandante è in plancia. Ambra: la nave ha già l’ordine di abbandono. Rosso: chi comanda non è a bordo.
0su cento, quanto della notte è passato
  • Ore 21:45
    Lo scoglio
    La Costa Concordia urta le Scole, davanti al Giglio. A bordo ci sono 4.229 persone tra passeggeri ed equipaggio.
  • Ore 22:54
    Abbandonare la nave
    L’ordine arriva 69 minuti dopo l’impatto, e non lo dà il comandante: lo dà il suo secondo.
  • Ore 23:19
    Il comandante lascia la plancia
    La nave è ancora piena. Da questo momento in poi, nessuno a bordo ha il comando.
  • Ore 01:46
    «Vada a bordo, è un ordine»
    Chi lo dice non ha mai visto la nave: parla da una sala operativa, a Livorno. Chi lo ascolta è su uno scoglio.
  • Ore 04:46
    Gli ultimi venti
    Sette ore dopo l’impatto le ultime venti o trenta persone lasciano la nave. Il comandante non è tornato.
Per più di cinque ore la nave è rimasta senza il suo comandante a bordo, e gli ordini sono arrivati per telefono da un ufficio a Livorno. A svuotarla sono stati quelli che ci sono rimasti dentro.
Che cosa c’entri questo con la cosa rotta che hai in mente dalla prima riga sta nelle righe che seguono.
Orari dalla ricostruzione del naufragio: impatto alle 21:45, emergenza generale alle 22:33, ordine di abbandono nave alle 22:54, il comandante lascia la plancia alle 23:19, telefonata di De Falco delle 01:46, evacuazione completata alle 04:46. Trentadue le vittime.

Chi ti tiene finché vivi

I latini avevano una favola per questo, e la racconta Igino: la dea Cura, attraversando un fiume, raccoglie un po’ di fango e ne plasma una figura. Giove le soffia dentro lo spirito. Poi litigano su chi debba darle il nome, e a decidere è Saturno: alla morte lo spirito tornerà a Giove e il corpo alla Terra, ma finché quella creatura vive appartiene a Cura, perché è stata lei a formarla.

Un attimo, esco dal pezzo. Quello che stai leggendo è nato da un appunto: poche righe prese chissà quando, e una mappa per tenerle insieme. Funziona così per tutto quello che scrivo, e come si fa l’ho messo nel libro sugli appunti geniali. Ma torniamo al nostro articolo.

È la cosa più precisa che abbia letto sull’occuparsi di qualcosa. Quello di cui ti prendi cura ti appartiene finché dura, e tu appartieni a lui. Il legame ti tiene lì. Nessun metodo lo sostituisce, e quando lo cerchi lo stesso, il metodo perfetto diventa il modo più elegante che hai per non occupartene.

Una cosa alla volta

Chi lascia dietro di sé lavori a metà di rado è pigro: ha aperto troppi cantieri e non ne tiene nessuno. Prima finisci quello che hai cominciato, poi apri il prossimo. È anche una questione di rispetto per chi lavora con te: si aspetta che tu ci sia e che porti sul tavolo almeno una parte di quello che avevi promesso.

Rispondere alle chiamate quando puoi, prendere gli impegni che riesci a onorare ed evitare gli altri, lavorare con costanza, affrontare le rogne invece di girarci intorno. È sapendo che ci sarai che le persone ti danno fiducia. Anche se qualcuno ti sta sulle scatole: prima finisci il lavoro, poi discuti.

Chi guarda da fuori

Il contrario della cura ha un nome preciso: menefreghismo. L’ufficio che chiude allo scoccare dell’ora con la gente ancora in fila, il passante che filma un’aggressione invece di chiamare aiuto. Nessuno dei due sta affrontando qualcosa di difficile: guardano da fuori, come dallo scoglio, e aspettano che se ne occupi un altro. Puntare il dito costa poco e non ha mai sistemato niente.

Perdono il nome di azione

Amleto lo sapeva già. Nel monologo del terzo atto dice che, a furia di pensarci su:

Anche le più alte e generose imprese vanno a finire nel nulla e perdono il nome stesso di azioni.

Nel suo caso è la paura di quello che c’è dopo la morte a spegnere la risolutezza. Nel nostro è più banale: rimandiamo, sopravvalutiamo quello che riusciamo a fare in un pomeriggio, non mettiamo in conto gli intoppi perché pensiamo positivo. Le cose grandi non falliscono per mancanza di talento. Falliscono perché ci pensiamo su finché il momento passa.

La telefonata delle due di notte finisce senza che l’uomo torni a bordo. Le ultime venti persone le hanno portate giù altri, alle cinque meno un quarto del mattino. Quella cosa rotta che hai in mente dalla prima riga non aspetta un metodo migliore. Aspetta uno che ci torni sopra.

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