Finisci quello che hai cominciato. O almeno fai finta.

Quante cose hai lasciato a metà perché ne è arrivata una più bella?

Io ho la risposta pronta: quattro libri nel cassetto. Scritti a metà, mollati appena un dettaglio non mi convinceva e un’altra idea mi chiamava da un’altra stanza, più nuova, più facile da iniziare. Ci arrivo, a come ne sto uscendo. Ma prima ti dico da dove venivo.

Venivo da una vita passata a innamorarmi degli inizi.

L’inizio è una droga. Il progetto è ancora perfetto, perché non l’hai ancora sporcato col lavoro. Finire è il contrario: tornare sulla stessa pagina per la quarta volta, scegliere una versione e ammazzare le altre. Iniziare è festa, finire è lutto. E io alle feste ci sono sempre andato volentieri.

Ti faccio il primo esempio, il mio, terra terra. Su TikTok ho una serie di personaggi scritti da me. Li amo. Non li ho scelti in ordine d’arrivo, li ho scelti perché mi avevano preso alla gola: questa è ossessione, ed è giusto così, l’inizio si decide a fuoco. Il problema arriva dopo. Tra un video e l’altro passano mesi. Non per mancanza di tempo: nel mezzo arriva sempre qualcosa che brilla di più, e i personaggi restano in panchina a invecchiare. Morti di abbandono, che è peggio. Tieni a mente questa scena: è un inizio senza disciplina. Ci torniamo.

Su questo Seth Godin ha scritto una cosa intelligente e una sbagliata nella stessa frase. Liquida il metodo FIFO, “first in, first out”, fai prima la cosa arrivata prima: non è una strategia, dice, è una scusa. Decidi per i tuoi valori.

Ha ragione su un punto: svuotare la lista in ordine cieco è una scusa, non-decidere travestito da metodo. Sbaglia su tutto il resto. Perché “decidi per i tuoi valori” suona nobile ed è la trappola più vecchia del mondo.

Terra terra: hai promesso di finire una cosa, è lì da settimane. Una mattina arriva l’idea nuova, più bella, più “in linea coi tuoi valori artistici”. E molli la vecchia con la coscienza pulita, perché mica stai cazzeggiando, stai seguendo i tuoi valori. Balle. Hai chiamato “valore” la cosa facile e “ordine d’arrivo” la cosa che ti faceva fatica. Il cervello ti ha fregato e ti ha pure fatto sentire un artista mentre lo faceva.

Hai una cosa lasciata a metà che ti brucia ancora? Scrivila nei commenti. Scommetto che l’hai mollata proprio quando stava per diventare difficile.

E qui arriva il FIFO, ma non quello cieco di Godin. Un FIFO dichiarato, scelto a freddo una volta sola: la cosa cominciata prima la finisco prima. Non perché sia più nobile. Perché è una regola stupida e fissa, e le regole stupide e fisse non si fanno corrompere dalla tua eccitazione del momento. La tua eccitazione mente. La regola no.

Pensa al pronto soccorso. Il paziente grave passa avanti, e ti sembra che vinca il valore. Guarda meglio: è un’altra regola fissa, il triage, decisa una volta per sempre. Il vero opposto del FIFO non sono i valori di Godin, è un’altra euristica rigida. Non è regola contro libertà, è regola buona contro regola cattiva. Godin ti toglie le sbarre e ti chiama libero, ma quelle sbarre ti tenevano in piedi.

La regola vera è doppia.

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Per iniziare, niente FIFO: comanda l’ossessione, il fuoco, la cosa che ti prende alla gola. Lì Godin ha ragione, scegli per fame, non in ordine d’arrivo. I personaggi TikTok sono nati così, ed è giusto.

Per finire, FIFO assoluto: una volta cominciata, non la abbandoni per la prossima fiammata. La chiudi. Poi accendi il fuoco nuovo. L’inizio per ossessione, la fine per disciplina. Godin confonde i due momenti e butta via tutto. Tu li separi e ti salvi.

Ti do il secondo esempio, sempre mio, ed è l’opposto del primo. Tra i quattro libri nel cassetto ce n’è uno che adesso esce davvero: si chiama I 21 segreti per appunti geniali, e dentro c’è tutto quello che ho imparato sul prendere appunti, lo strumento che a me ha tenuto in piedi mezza carriera. Non l’ho finito perché un giorno mi sono svegliato disciplinato. L’ho finito perché qualcosa mi ha inchiodato a chiuderlo invece di mollarlo per la fiammata successiva. I personaggi TikTok sono l’inizio senza freno. I 21 segreti è la fine col freno tirato. Stesso uomo, due regole, due destini diversi: uno invecchia in panchina, l’altro va in libreria.

Come ho fatto a tenere il freno, te lo dico, perché è successo per caso. Un giorno, per gioco, ho fatto dialogare ChatGPT e Claude. A volte è il paradosso a salvarti, non il metodo. Parlando del mio modo di lavorare hanno coniato un’espressione: output irreversibile. Da allora mi ricordano cosa ho aperto e mi inchiodano a chiuderlo. Mi fanno da FIFO esterno, perché quello interno non ce l’ho mai avuto. È una stampella. Ma il primo frutto di quella stampella è il libro che, mentre scrivo, sta per uscire.

Torniamo ai quattro libri nel cassetto. Tre dormono ancora, uno esce. Non perché mi sia svegliato disciplinato: quella favola non me la racconto. Ma perché ho smesso di fidarmi della voce che dice “molla questo, la cosa nuova è più tua”. Quella voce non è il tuo talento. È la tua paura di finire, vestita bene.

La prossima volta che un’idea nuova ti chiama mentre ne hai una vecchia aperta sul tavolo, una domanda sola: è più tua davvero, o solo più facile da cominciare?

Finiscila, quella vecchia. O almeno fai finta, fino all’ultima riga.

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