Nel 2023 scrissi che ogni azienda doveva assumere un «AI Prompt Manager». Su quel mestiere avevo torto: oggi non esiste più. Ma in fondo a quell’articolo, senza saperlo, avevo lasciato una riga sopravvissuta a tutto. È l’unica cosa che conta davvero, e te la mostro alla fine.
Ti è mai rimasto addosso un film per giorni, senza che tu sapessi dire di chi era il merito?
La persona che cerchi non l’hai mai vista in faccia. Alla fine di queste righe saprai il suo nome, o meglio, capirai perché non lo ricordi. Ci arrivo. Ma prima devo toglierti dalla testa due sospettati sbagliati.
Quando esci dal cinema e dici «che film», stai ringraziando qualcuno che non hai visto e di cui non ricorderai il nome. Non l’attore: quello lo hai visto fin troppo. Non il regista, che ormai firma i film come uno chef firma i piatti. Parlo di chi, mesi prima che la prima luce si accendesse sul set, sedeva a un tavolo con un foglio bianco e decideva che a un certo punto quel personaggio avrebbe taciuto invece di rispondere. Lo sceneggiatore.
Per anni ho creduto anch’io alla favola dell’attore che «dà vita» al personaggio. Poi ho iniziato a prendere appunti sul serio, la mia ossessione, e a smontare le scene che mi restavano addosso per capire dove mi avevano preso. Quasi sempre finivo lì: in una battuta scritta, in un silenzio piazzato al millimetro, in una virgola che qualcuno aveva deciso a freddo, con la pazienza di un artigiano e la freddezza di un chirurgo. Il momento in cui piangi non è dove l’attore recita meglio. È dove lo sceneggiatore ha smesso di scrivere.
Ecco perché una «classifica dei migliori di sempre», che è, lo confesso, ciò che questo articolo era quando l’ho scritto anni fa, mi è venuta a noia. Mettere in fila una manciata di nomi e fingere di sapere chi vince è un gioco da rivista d’aeroporto. Il tempo demolisce le classifiche. Non demolisce la domanda: cosa fa davvero chi scrive un film? Restiamo su quella. E lascia che i nomi che seguono ti facciano da lanterna, non da podio.
C’è chi sparisce dentro il personaggio
Woody Allen si è cucito addosso una maschera così precisa, il nevrotico che pensa troppo, che per decenni non abbiamo distinto l’uomo dalla pagina. Quentin Tarantino fa l’opposto e ottiene lo stesso effetto: scrive dialoghi in cui due persone parlano per dieci minuti di hamburger, e tu non respiri, perché sotto le parole c’è sempre una pistola che nessuno nomina. Neil Simon, sull’altra sponda, prendeva il dolore di una famiglia e lo faceva ridere senza mai tradirlo. Tre modi diversi di fare la stessa magia: mettere una persona vera dentro una macchina finta, e non farci sentire l’ingranaggio.
C’è chi scrive la mano di un altro
Francis Ford Coppola, prima di essere il regista che sappiamo, sistemava le sceneggiature altrui, e vinse un premio scrivendo la vita di un generale che non era lui. Oliver Stone e David Mamet hanno affilato la lingua americana fino a farla tagliare: in Mamet un personaggio non dice mai quello che pensa, e proprio per questo lo capisci meglio di quanto lui capisca sé stesso. Steven Spielberg ha imparato presto una cosa che i grandi sanno e i furbi ignorano: la meraviglia si scrive prima di girarla. Non sta nell’effetto speciale. Sta nella pagina in cui decidi quando mostrarla.
La stanza segreta: gli italiani che hanno scritto il Novecento
Qui mi fermo e abbasso la voce, perché è la parte che mi commuove. Cesare Zavattini ha convinto un intero Paese, uscito a pezzi dalla guerra, che la storia più importante da raccontare era quella di un uomo che cercava una bicicletta. Ennio Flaiano ha messo nella bocca dei personaggi di Fellini le battute che poi abbiamo scambiato per saggezza popolare. Suso Cecchi D’Amico, unica donna di questo racconto e non per gentile concessione, ha scritto per Visconti le architetture invisibili dei suoi affreschi, tenendo in piedi film enormi con la precisione di chi cuce. E Vincenzo Cerami ha fatto la cosa più difficile che conosca: ha scritto una favola dentro l’orrore, e ci ha insegnato che si può ridere per non morire.
L’artista sottrae, la macchina aggiunge
Perché insisto tanto su questa gente invisibile? Perché è il cuore di quello che chiamo l’umanoscritto. In un tempo che si è innamorato della scrittura automatica, che chiede alla macchina di generare storie a comando, questi artigiani ci ricordano da dove viene una scena che ti resta: da una persona che ha vissuto qualcosa, l’ha annotato, l’ha lasciato decantare e poi ha avuto il coraggio di toglierne nove decimi. Non c’è algoritmo che tolga. La macchina aggiunge. L’artista sottrae. È questa la firma del Nuovo Rinascimento che mi ostino a inseguire: non chi produce di più, ma chi ha imparato a scomparire con eleganza dietro ciò che ha fatto.
Calvino, nelle sue lezioni, chiamava «leggerezza» proprio questo: togliere peso alla struttura senza togliere peso al senso. Lo sceneggiatore è l’operaio della leggerezza. Lima, sottrae, nasconde le impalcature. E quando ha finito, il pubblico giura che il film è nato così, da solo, come se nessuno l’avesse scritto. È la sua condanna e la sua gloria: il capolavoro riuscito cancella le tracce di chi l’ha reso possibile.
Conosci qualcuno convinto che un film lo faccia l’attore, o al massimo il regista? Giragli questo pezzo, e poi ditemi voi due chi ha ragione.
Lo sceneggiatore che non ringrazi mai
Allora eccolo il nome che ti avevo promesso all’inizio. Non è uno solo, e non lo ricordi, ed è giusto così: chi scrive bene il tuo film sparisce dentro di esso. Ti lascio con la domanda che mi porto dietro da quando ho iniziato a smontare le scene invece di limitarmi a subirle.
Nella tua vita, chi è lo sceneggiatore che non ringrazi mai? La mano che ti ha scritto il momento che credi di aver vissuto da solo.
Immagine generata dall’app Text To Image in Canva con l’input “Conversazione con un’intelligenza artificiale”.
È da un bel po’ che per il mio lavoro utilizzo varie intelligenze artificiali per vari aspetti. Da qualche giorno, poi, sto conversando con ChatGPT il chatbot di OpenAI che ho già intervistato per parlare un po’ del suo utilizzo. In questa occasione voglio invece presentare qui una conversazione che ho avuto con lui sulla sua utilità per attori e scrittori e per dare l’idea del modo in cui io ci sto interagendo, cosa che, sono sicuro, staranno facendo in tanti in queste ore.
Immagine generata da Dall-e 2 su input “Un uomo che parla con un computer nello stile delle pitture rupestri preistoriche”.
È da un po’ di giorni che leggevo articoli su di lei o, meglio, lui perché parla di sé al maschile. Anche l’immancabile Montemagno che non si perde mai una cosa nerd ne ha parlato. E io che pure corro a sperimentare ogni novità ho passato qualche giorno a testarla. Finora ci ho scritto qualche articolo insieme, mi sono fatto dare molte idee di lavoro e ci ho realizzato anche parte di un monologo teatrale. Sto parlando di ChatGPT: l’intelligenza artificiale di OpenAI, un chatbot che l’organizzazione no-profit co-ondata da Elon Musk ha messo a disposizione di tutti. In giro ci sono molti blog e siti web ne parlano. Io ho pensato di intervistarla direttamente. Ecco la trascrizione della nostra chiacchierata.
Immagine creata dall’app Text To Image in Canva con l’input “intelligenza artificiale e cinema”.
L’intelligenza artificiale è uno degli argomenti di cui più si parla in giro per il mondo, un po’ ovunque. Persino al bar più di qualche avventore dice la sua, anche se un po’ a sproposito. Questo è il segno che ormai fa parte della nostra vita quotidiana in modi che aumentano di giorno in giorno. Poteva restare fuori dalla settima arte? Il cinema è stato uno dei primi campi in cui è stata utilizzata sin dal duemila circa per creare folle artificiali, ricostruzioni di luoghi e altre scene che avrebbero richiesto budget enormi, una infinità di comparse e figurazioni e condizioni difficili in cui girare. Film come Il Gladiatore e Il Signore degli Anelli sono stati tra i primi a beneficiarne. Anche se in realtà si trattava di software che ora giudichiamo rudimentali. Allora forse vale la pena di parlare dello stato dell’arte e cioè di come e quando si usa l’intelligenza artificiale nel cinema.
Per dar vita a nuove produzioni di teatro e cinema occorrono di continuo nuove idee, il più possibile efficaci, economiche, con buone chance di successo come sanno quei produttori che prendono le decisioni in merito. Anche chi scrive, sia un drammaturgo o uno sceneggiatore, è spesso alla ricerca di buone idee. D’altronde le idee sono una delle principali risorse chiave per qualsiasi attività. Intorno ad esse s’imbastiscono una serie di progetti più o meno duraturi. Per questo anche io ne sono spesso alla ricerca e vi dedico più post possibili in questo blog.
Ce l’hai un team che in azienda lavora alle attività digitali necessarie per vendere i tuoi prodotti? Nel 2007, a San Francisco, Brian Chesky e Joe Gebbia si trovavano di fronte a un dilemma comune: non erano più in grado di pagare il proprio affitto. In un colpo di genio, decisero di sfruttare un evento in corso in città – la conferenza annuale della Industrial Design Society of America – per trasformare la loro sfortuna in opportunità. Con gli hotel al completo, i due giovani imprenditori comprarono alcuni materassi ad aria e offrirono alloggio nel loro loft a chi partecipava alla conferenza.
Da questo gesto nacque Airbnb, una piccola idea che sarebbe diventata una rivoluzione nel mondo dell’ospitalità. Al centro di questa straordinaria trasformazione? Un team di digital marketing visionario e creativo. Nel presente articolo parleremo delle figure indispensabili di un digital team di successo.
Sta cambiando l’approccio alla scrittura aiutandoci a essere più concisi e precisi
In passato, per scrivere un documento, si dovevano raccogliere tutte le informazioni necessarie e poi inserirle. Con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, questo non è più il caso. Essa può ora aiutarti a raccogliere tutto il necessario e scrivere in modo più efficiente. Questo perché l’IA può mettere insieme più fonti e identificare quelle più importanti. Inoltre, può aiutarti a garantire che i tuoi documenti siano accurati e concisi.