Una rassegna di corti non è una gara

Sedie allineate e cavalletti per le luci sotto la volta in pietra di un frantoio ipogeo a Mesagne, immagine per una rassegna di corti teatrali
La macina e il piano di pietra del frantoio ipogeo di via Eugenio Santa Cesaria a Mesagne, e in fondo, oltre l’arco, le sedie allineate con i cavalletti delle luci pronti per una serata di spettacolo. Foto di Giuseppe Vitale

Sei mai rimasto inchiodato alla poltrona per due ore, dentro uno spettacolo che ti aveva perso al decimo minuto, solo perché alzarti e uscire faceva troppo rumore?

In una rassegna di corti teatrali quel decimo minuto non ti costa la serata. Il motivo non è la brevità, e non è la varietà. L’ho capito a Mesagne, una sera di tredici anni fa, e ci arrivo: prima però devo toglierti di mezzo una parola.

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Il corto teatrale non è teatro in miniatura

Mano di attrice che scosta il sipario rosso un attimo prima di entrare in scena, immagine per i corti teatrali
La mano di un’attrice in costume che scosta una pesante tenda rossa, un attimo prima di entrare in scena. Foto di cottonbro studio su Pexels

Di uno spettacolo di due ore, quanto ti resta addosso il giorno dopo?

Cinque minuti, se va bene. E c’è una forma di teatro che dura quanto quel resto: i corti teatrali. Sul programma di un festival, di un corto la prima cosa che si legge è la durata: è il dato sbagliato, e alla fine di questo articolo ti dico qual è quello giusto.

A luglio, sotto l’Etna, a Zafferana Etnea, si è chiusa l’undicesima edizione di Teatri Riflessi: un concorso internazionale in cui ogni compagnia ha quindici minuti e non uno di più. Sono arrivate oltre cinquecento candidature da sessanta paesi. Cinquecento gruppi che si giocano tutto in un quarto d’ora: vale la pena capire cosa ci vedono.

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