Ho portato un mio corto alla Festa delle storie di Mesagne, nel 2013, e ho capito lì perché una rassegna di corti teatrali regge quando smette di somigliare a un concorso.

Sei mai rimasto inchiodato alla poltrona per due ore, dentro uno spettacolo che ti aveva perso al decimo minuto, solo perché alzarti e uscire faceva troppo rumore?
In una rassegna di corti teatrali quel decimo minuto non ti costa la serata. Il motivo non è la brevità, e non è la varietà. L’ho capito a Mesagne, una sera di tredici anni fa, e ci arrivo: prima però devo toglierti di mezzo una parola.
Dal 3 al 12 settembre Roma ospita la ventunesima edizione di Short Theatre, oltre quaranta compagnie sparse fra il Mattatoio, l’Orto Botanico, il Teatro India e altre sedi. Dieci giorni, più di sessantacinque appuntamenti, e alla fine nessuna coppa da consegnare a nessuno. Ieri ho scritto cosa sono i corti teatrali. Oggi parlo di cosa succede quando ne metti dieci in fila davanti allo stesso pubblico, e di chi decide l’ordine in cui li vedi.
Rassegna di corti teatrali, e subito bandi e giurie
Cerca quelle quattro parole in rete e ti tornano indietro bandi, giurie, serate finali, premi. È il modello del talent show trapiantato su un palco che dovrebbe fare altro: qualcuno vince, tutti gli altri tornano a casa. La liturgia della classifica arriva prima ancora che qualcuno abbia recitato una battuta.
La selezione la capisco, la gara no
Scegliere quali corti entrano in cartellone è un lavoro, e chi lo fa se ne prende la responsabilità davanti al pubblico. Mettere gli artisti uno contro l’altro è un’altra cosa: attori, registi e drammaturghi hanno da collaborare, non da contendersi un voto. Una rassegna sana toglie proprio questo. Niente giuria, niente classifica finale, e resta in piedi la scelta di chi cura. Togliere la gara è già la prima decisione di regia della serata.
Mesagne, settembre 2013
La Festa delle storie era alla prima edizione e portava un sottotitolo che per una volta manteneva quello che prometteva: La città si racconta. Tre giorni nel centro storico, dal 13 al 15 settembre, e io ci portai un mio corto. Decine di associazioni e di cittadini al lavoro da volontari, senza gara fra loro, perché il risultato era di tutti. L’iniziativa era sostenuta dalla Fondazione CON IL SUD, nata dall’alleanza fra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del volontariato.
Il posto tiene la serata quando un corto non tiene
Quello che resse quelle tre sere non fu il montepremi, che non c’era: fu il legame fra le storie e il luogo che le ospitava. È la stessa cosa che potresti costruire attorno al Museo Archeologico di Oria e dei Messapi, o attorno a uno qualsiasi dei posti che un territorio si porta dietro: non uno sponsor da infilare nei testi, ma un luogo che i corti abitano per una sera e che dopo ti resta addosso.
Il senso sta fra un corto e l’altro
Nel 1923 Sergej Ejzenštejn ridusse per la scena una commedia di Ostrovskij e ne ricavò una teoria, pubblicata in un articolo battagliero sulla rivista Lef: il montaggio delle attrazioni. Le attrazioni sono numeri eterogenei, ognuno con una presa forte, fisica ed emotiva, su chi guarda. Il senso non abita dentro il singolo numero: lo ricompone lo spettatore, in quella che Ejzenštejn chiama la finale conclusione ideologica dell’insieme. Alla fine chi guarda ne esce cambiato.
Chi decide l’ordine firma la serata
Dieci corti in fila sono un montaggio. Chi sceglie l’ordine sta firmando l’opera vera della serata, anche senza aver scritto una riga. È il principio che ho provato a mostrare nel caso Orlandi, dove il significato nasce dall’accostamento prima che dal singolo fotogramma. Ecco perché il concorso è un errore anche tecnico: la classifica giudica ogni corto isolato, e butta via l’unica cosa che una rassegna sa fare, tenerli insieme.
Dieci scommesse piccole invece di una grande
C’è una ragione più profonda, e arriva dalla finanza prima che dal teatro. Nassim Taleb, in Antifragile, la chiama strategia bilanciere: tagli il ribasso, ti proteggi dal danno estremo, e lasci che sia il rialzo a occuparsi di sé. Non serve indovinare quale scommessa pagherà: serve che nessuna delle perdite possa mandarti sotto.
Uno spettacolo lungo è una scommessa sola. Se il protagonista è spento, se il secondo atto crolla, cade tutto, e tu resti inchiodato lì. Dieci corti sono dieci scommesse piccole: qualcuno cadrà e non fa danno, un corto fiacco ti costa pochi minuti, mentre quello che non aspettavi può salvarti la serata intera.
Quello che la gara distrugge
Il guadagno di una serata di corti sta proprio nel non sapere in anticipo quale ti colpirà. La classifica rimette un solo vincitore dove il valore stava nella convivenza, e trasforma un ventaglio di possibilità in una finale a eliminazione. Il premio non è ingiusto: misura la cosa sbagliata, perché prende il pezzo e lascia cadere l’insieme.
Come si organizza, allora
Selezione senza concorso. Durata distribuita su due o tre serate, per dare respiro fra i blocchi. Un ordine pensato come un montaggio, con un’apertura e una chiusura scelte e non lasciate al caso. Un radicamento nel posto che regga la sera quando un singolo corto non regge. I biglietti e gli spazi vengono dopo, e vengono più facili se queste quattro cose stanno in piedi. Uno spettacolo intero resta una gran cosa, ma ti chiede una fiducia in blocco: tutto o niente per due ore.
Torna a quella poltrona del decimo minuto. In una serata di corti non ci resti inchiodato, e non perché il ritmo sia più serrato. Ci resti perché nessuno sta dando i voti, e allora ogni corto può permettersi di essere quello che è: uno ti perde, e tre minuti dopo un altro, che non aspettavi, ti riprende. La sera che l’ho capito, a Mesagne, sul palco non c’era una classifica. C’era una città che si raccontava, un pezzo per volta.
E se il problema non fossero mai stati i tuoi appunti?
Ventuno segreti operativi per trasformare gli appunti da copia muta a strumento vivo del tuo pensiero. Dal segno rupestre al taccuino digitale.
Prendi il libro su Amazon