Fare impresa con l’arte e la cultura

Foto di Arantxa Treva.

L’artista è spesso visto nell’immaginario collettivo come un dandy, un povero spiantato che non ricava da vivere dalla sua arte. Il più vasto campo della cultura è poi appannaggio delle grandi istituzioni, delle fondazioni, degli enti, ecc. O almeno così pare. Infine, salvo l’isola felice di Hollywood dove ci sono cachet fantasmagorici solo per gli attori di punta, anche chi decide di fare del cinema la sua arte sembrerebbe che si auto-condanna ad una vita difficile. L’arte pura si ritiene sia lontana da risvolti commerciali come accade per le band musicali che quando conoscono un successo maggiore dei primi tempi vengono tacciate di essersi svendute. Insomma, con la cultura non si mangia come avrebbe detto Giulio Tremonti anni addietro, anche se di recente ha smentito di aver affermato questo.

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La noia degli artisti

Immagine generata con ChatGPT.
Prompt: Fotografia realistica orizzontale, scena urbana in un bar o su una strada cittadina…

A volte ti trovi davanti a un monitor come uno scrittore davanti a un foglio bianco quando sa che deve scrivere ma non ancora cosa. Perché poi il blocco dello scrittore è un cliché, in realtà quello scrive sempre lo stesso. Però può capitare per qualche istante che non sappia cosa raccontare in quel momento, da dove cominciare. Hai tante cose da dire ma non sai quale di queste far fluire. È come se tutte le idee volessero uscire tutte insieme e la porta s’intasa. Come un motore che s’ingolfa. L’eccesso di un momento ferma le cose. E allora ci sono dei momenti di silenzio. E in quei momenti, magari, torni al pensiero. Solo che i coach di oggi e i sapienti d’Oriente ti dicono di evitare di pensare. Tale è la disciplina che la mente in armonia con l’universo si allontana dai pensieri, che il più delle volte sono di separazione.

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Le tre dimensioni di una produzione artistica

Foto di Pixabay

Qualsiasi produzione culturale è bene che abbia tre dimensioni per essere completa e condivisa. Esse sono: gli scambi che essa genera, il piacere o divertimento o diletto di chi la genera e la interpreta e l’occupazione di tutte le figure che vi lavorano. Se ben calibrate permettono il successo e la piena soddisfazione economica. Esaminiamole tutt’e tre.

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Le sette migliori ed insolite esperienze da fare a Roma e di cui nessuno parla

Foto di Piotr Arnoldes.

Guide, liste e consigli per fare esperienze meravigliose a Roma in rete se ne trovano a bizzeffe. Basta fare una ricerca e ci si accorgerà di miriadi di siti che ne parlano con le più disparate indicazioni ad ogni livello: luoghi, orari, prenotazioni, ecc. In questa città si può fare davvero di tutto e le idee non mancano. Anzi più passa il tempo e più possibilità sorgono. Io frequento Roma dal 1993, ci ho vissuto per degli anni e ci torno spesso. Eppure non ho ancora esaurito i posti da visitare e alcune attività che cerco di organizzare ogni volta che ci vado. Ho quindi selezionato alcune experience che vanno un po’ oltre il solito turismo mordi e fuggi, un po’ troppo da cartolina e superficiale. Si tratta, invece, di momenti da vivere un po’ fuori dai soliti giri o in modo diverso da quel che fa la massa per riscoprire lati, prospettive, punti di vista non solo insoliti ma significativi. Ma cominciamo subito, ecco la mia personale lista.

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Tre modi con cui comunicano artisti ed attori tra eventi in città e TikTok

Foto di cottonbro da Pexels

Se vuoi l’attenzione del tuo pubblico devi avere una buona storia da raccontare. Ma storia nel senso vero del termine. Non basta una foto e una musichetta e un video più o meno divertente da inserire su Facebook, Instagram TitkTok. Serve un buon viaggio dell’eroe con chiamata in causa, peripezie, protagonista e antagonista, anche se hai a disposizione solo pochi secondi. Per gli artisti, poi, questo è ancor più vero. Specie gli attori, per i narratori per eccellenza. Da loro pretendiamo, giustamente, qualcosa di più.

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Il mecenate involontario

Foto di Victoria Borodinova da Pexels.

Chi paga perché la bellezza continui a esistere?

Per gran parte della mia vita ho dato per scontata la risposta: qualcun altro. Da bambino credevo che gli artisti li scegliesse qualcuno al posto mio. C’era un signore, da qualche parte, che decideva quali film di Bud Spencer sarebbero andati in onda il pomeriggio e a che ora sarebbero cominciati i cartoni. Io potevo solo presentarmi puntuale davanti al televisore, come a un appuntamento fissato da altri. L’idolo era lassù, io ero quaggìù, e in mezzo una lunga catena di persone che non avrei mai conosciuto: reti, palinsesti, distributori, uffici. Amavo senza poter dire grazie. Guardavo senza dare nulla in cambio, se non la mia presenza silenziosa a orario stabilito.

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Pagami per non fare nulla

Con Carlo Farina a via del Corso a Roma nel 2019

«Che fai porco 🐷? Vai a lavorare!». Nel 1971, a Ceglie Messapica, mio zio Tommaso dipingeva con fervore una tela nel cuore del centro storico. La sua passione venne interrotta da un parente che non riusciva a comprendere la sua visione artistica, ordinandogli di tornare a lavorare nei campi. Per fortuna non lo ascoltò e si mise a fare il ritratista a Piazza Navona a Roma. Una storia di sacrifici e visioni contrastanti.

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