Per secoli l'arte è vissuta grazie ai mecenati. Oggi quel potere è tornato nelle nostre mani, al prezzo di un caffè.

Chi paga perché la bellezza continui a esistere?
Per gran parte della mia vita ho dato per scontata la risposta: qualcun altro. Da bambino credevo che gli artisti li scegliesse qualcuno al posto mio. C’era un signore, da qualche parte, che decideva quali film di Bud Spencer sarebbero andati in onda il pomeriggio e a che ora sarebbero cominciati i cartoni. Io potevo solo presentarmi puntuale davanti al televisore, come a un appuntamento fissato da altri. L’idolo era lassù, io ero quaggìù, e in mezzo una lunga catena di persone che non avrei mai conosciuto: reti, palinsesti, distributori, uffici. Amavo senza poter dire grazie. Guardavo senza dare nulla in cambio, se non la mia presenza silenziosa a orario stabilito.
Ci ho messo anni a capire una cosa semplice e scomoda: quella non era la normalità dell’arte. Era un’eccezione storica, durata il tempo di poche generazioni. E oggi che l’eccezione sta finendo, tocca di nuovo a noi decidere chi tenere in vita.
Prima della catena, c’erano i mecenati
Per gran parte della storia dell’umanità chi creava e chi sosteneva la creazione si guardavano in faccia, e i fatti lo documentano in ogni arte.
Nel teatro: la compagnia di Molière sopravvisse perché Luigi XIV la prese sotto la propria ala, le assegnò una pensione regia e nel 1665 la elevò a «Troupe du Roi». Fu il re, in persona, a coprire le spalle dell’autore quando il Tartufo venne attaccato dai devoti.
Nelle arti visive: Michelangelo, ancora ragazzo, fu accolto in casa di Lorenzo de’ Medici e cresciuto nel giardino di sculture della famiglia; e la volta della Cappella Sistina non nacque dal mercato, ma dalla commissione di un papa, Giulio II.
Nella musica: nel 1809 tre aristocratici viennesi, l’arciduca Rodolfo, il principe Lobkowitz e il principe Kinsky, si impegnarono a versare a Beethoven una rendita annua a un solo patto, che restasse a Vienna a comporre invece di accettare un incarico altrove.
Tre arti, un solo meccanismo. Dietro ogni capolavoro qualcuno che scelse di far esistere ciò che il mercato puro, da solo, forse non avrebbe mai prodotto.
La grande intermediazione
Poi arrivò la grande intermediazione. Il Novecento mise tra noi e gli artisti una catena così lunga ed efficiente da farci dimenticare che quel patto fosse mai esistito. In Italia quella catena ha un volto preciso: la televisione commerciale che Silvio Berlusconi costruì negli anni Ottanta, dove l’opera diventa riempitivo tra due stacchi di pubblicità e lo spettatore si trasforma in merce da rivendere agli inserzionisti.
Il ritorno silenzioso del mecenate
La cosa più interessante degli ultimi anni non è che possiamo guardare qualsiasi cosa. È che possiamo, di nuovo, tenere in vita ciò che guardiamo. Le piattaforme di sostegno diretto, che cambiano nome ogni pochi anni, hanno fatto una cosa antica travestita da novità tecnologica: hanno rimesso la nostra mano nella mano di chi crea, senza catena in mezzo.
È un gesto piccolo e sovversivo. Non “consumo” più un contenuto: decido che debba continuare a esistere. Non sono più pubblico: divento, quasi senza accorgermene, un mecenate. Un mecenate da pochi euro al mese, magari. Ma il Rinascimento non è mai stato una questione di cifre. È sempre stato una questione di scelta: far esistere la bellezza invece di aspettare che la finanzi qualcun altro al posto tuo.
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Qui sta il capovolgimento che mi interessa. Per anni la domanda giusta sembrava essere una sola: chi devo seguire? Come se il problema fosse trovare il nome giusto in una lista. Ma seguire non costa nulla, e ciò che non costa nulla quasi mai cambia qualcosa. La domanda che vale davvero è un’altra, e riguarda me prima ancora di riguardare loro: chi voglio diventare, quando decido di pagare per qualcosa che potrei avere gratis?
La piccola economia della gratitudine
Sostenere chi crea è, in fondo, un esercizio di via negativa. Non aggiunge nulla alla tua vita in senso visibile: nessun oggetto, nessun servizio in più, nessuna comodità. Toglie qualcosa, però: toglie l’alibi. L’alibi comodo di chi ama e non ricambia, di chi consuma e non riconosce, di chi dà per scontato che la bellezza si finanzi da sola. Calvino, nelle sue lezioni sulla leggerezza, diceva che togliere peso è un’operazione a cui bisogna applicarsi. Anche qui: togliamo il peso dell’intermediario, togliamo il peso della passività, e resta la cosa più leggera e più difficile del mondo, un grazie che pesa qualcosa.
C’è una fragilità nel modello vecchio, quello della grande catena: se l’intermediario crolla, l’artista resta senza pubblico e il pubblico senza artista. C’è invece una robustezza quasi antifragile nel sostegno diretto: tanti piccoli legami indipendenti, che non dipendono da un unico centro. Se una piattaforma chiude, il legame si sposta altrove, perché non era mai stato con la piattaforma. Era con la persona. Le mode tecnologiche passano; il patto tra chi crea e chi tiene in vita ciò che è creato è vecchio quanto la civiltà, e le sopravviverà.
Io lo chiamo Nuovo Rinascimento non per vezzo, ma perché è ciò che era il vecchio: un’epoca in cui torniamo a sentirci responsabili della bellezza che vogliamo intorno a noi. Con una differenza enorme, e bella da capire. Cinque secoli fa il mecenate doveva essere un principe. Oggi può esserlo chiunque abbia il prezzo di un caffè e la lucidità di sapere che nulla di ciò che ama gli è davvero dovuto.
Allora la domanda con cui ti lascio non è quali nomi salvare. È questa: degli artisti che tieni accesi ogni giorno con la tua attenzione, quanti hai mai tenuto accesi anche con la tua gratitudine?
E se vuoi essere coerente fino in fondo con quello che hai appena letto, puoi cominciare da chi te lo scrive: offrimi un caffè su buymeacoffee.com/giuseppevvitale. È il gesto più piccolo e più antico del mondo, applicato al presente.
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