Scambio, piacere e lavoro: le tre dimensioni di una produzione artistica reggono solo se sono vere, non recitate. E ce n'è una che decide tutto.

Che fine fa il lavoro a cui hai dedicato mesi e che poi non ha visto nessuno?
C’è una cosa sola che decide se una produzione artistica continua a girare o resta a morire in un cassetto. Non è il talento e non è il budget. Te la dico alla fine. Prima devo smontare la promessa che ti hanno fatto tante volte: che basti mettere insieme gli ingredienti giusti e l’opera è compiuta.
Lo scrivo alla fine di agosto, il momento in cui nel mestiere del teatro si contano le carte. I festival estivi chiudono, escono i cartelloni della stagione, e chi ha un lavoro in mano decide se e come farlo camminare da ottobre. Di lavori pieni di tutto che muoiono lo stesso ne ho visti parecchi, e non è mai stato per mancanza di ingredienti.
Una produzione artistica non si completa aggiungendo
Ci sono tre dimensioni in qualsiasi produzione artistica:
- lo scambio che un’opera genera;
- il piacere di chi la fa e di chi la guarda;
- il lavoro di tutti quelli che ci mettono le mani.
Il punto è cosa te ne fai. Prese come una lista di ingredienti da aggiungere non salvano niente, perché quella parola, aggiungere, è la trappola. Nassim Taleb la chiama via negativa: la ricetta di cosa evitare, cosa non fare, sottrazione e non addizione. Non completi un’opera mettendoci dentro altre cose. La completi togliendo quello che la fa marcire.
Tre modi di restare vive
Le tre dimensioni non sono tre scatole da riempire: sono tre modi in cui un lavoro continua a respirare dopo che tu lo hai lasciato andare. E se ne fingi anche una sola, è lì che tutto crolla.
Un’opera muta non esiste
Prendi lo scambio. Un autore non parte dal nulla: raccoglie una cultura, dei temi, una visione che c’era prima di lui, e ci mette dentro qualcosa che mancava. Nel farlo dialoga, che lo voglia o no, con la comunità che poi lo ascolta. A volte è un traffico vero: le storie di un territorio che passano nella penna di uno sceneggiatore, i fatti anche più brutti di un paese che diventano scena. Più ascolti quel territorio, più lo aiuti a crescere, più l’opera ha qualcosa da dire.
In un piccolo centro lo tocchi con mano: ci si conosce tutti, e il teatro può animare la vita di un posto invece di occupare una serata e basta. Un’opera che non scambia niente con nessuno non è pura: è muta. E un lavoro muto, per quanto ben fatto, nel cassetto ci resta.
Vedere accadere l’impossibile
Poi c’è il piacere. Perché andiamo al cinema, perché ci sediamo a teatro? Una delle risposte migliori è questa: per vedere accadere quello che nella vita non ci capita. Chuck Noland che in Cast Away sopravvive quattro anni su un’isola deserta e torna a casa. È il gusto di vivere per due ore ciò che non riusciamo a vivere, e tira di più quando l’eroe è uno come noi, uno normale, uno sfigato. Attento però: il piacere non è l’applauso. L’applauso lo strappi anche con un trucco. Il piacere vero è quando qualcuno esce dalla sala e si porta a casa qualcosa. Quello non si finge.
Il mestiere che nessuno chiama mestiere
La terza è il lavoro. E qui c’è un pregiudizio da togliere, non un valore da aggiungere. Fare arte è un lavoro a tutti gli effetti, ma di rado viene visto così: lo giudicano poco stabile, lo invidiano, lo ostacolano, almeno finché non arriva il successo che zittisce tutti.
Chi fa questo mestiere lo sa bene: nessuno riconoscerà il valore della tua arte al posto tuo, e imparare a venderti ogni giorno, per quanto avvilente sembri, è parte del lavoro. Più lo fai con metodo, con costanza, con le ragioni giuste, più diventa solido. Un mestiere che si vergogna di essere un mestiere non paga chi lo fa. E un artista che non mangia, prima o poi, smette.
Quello che non si può recitare
Torniamo alla cosa che decide tutto. Non è una quarta dimensione: è che nessuna delle tre si può recitare. Puoi simulare uno scambio, gonfiare una rete di contatti che non ti risponde. Puoi simulare il piacere, comprarti l’applauso. Puoi simulare il lavoro, atteggiarti a professionista senza esserlo. E l’opera, nel punto preciso in cui hai finto, si spegne.
Ecco perché certi lavori pieni di tutto muoiono nel cassetto: non gli mancava un ingrediente, gliene mancava uno vero. Le cose fragili si rompono al primo urto. Un’opera regge quando le sue tre dimensioni non hanno bisogno di essere tenute in piedi, perché stanno in piedi da sole. Quel lavoro a cui hai dato mesi, prima di chiederti cosa aggiungere, chiediti quale delle tre stavi fingendo.
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