Il bugiardo sincero di Umberto Eco, l'impero che tramonta, e un articolo mio rimasto online cinque anni.

Hai mai raccontato una bugia grossa? Una di quelle tenute in piedi per anni. Al punto da non distinguerla più dalla verità.
In un romanzo che ho letto tempo fa vive un ragazzo che di frottole ne semina a ogni pagina, e non è un imbroglione qualunque: è l’uomo che, a furia di mentire, finisce per scrivere la Storia. Si chiama Baudolino, e prima dell’ultima riga ti dico qual è la sola bugia che gli riesce meglio di tutte.
Ne ho scritto qui il 18 agosto del 2021, e quella pagina è rimasta online quasi cinque anni. Nel frattempo è diventata una piccola bugia anche lei. Apriva con un elenco numerato, come una scheda da manuale. Spingeva quattro link a un negozio. E sulla copertina portava stampata la scritta “New post on giuseppevitale.eu”, un indirizzo che non è più mio da un pezzo. Un articolo su un uomo che mente e ci crede, tenuto in piedi da un dominio morto. Lo riscrivo da capo.
Un libro solo, con tre romanzi dentro
L’ha immaginato Umberto Eco, che lo pubblicò per Bompiani nel 2000. È il terzo libro suo che ho letto, dopo Il nome della rosa e L’isola del giorno prima, e forse il più ruvido da attraversare, anche se scritto in una lingua più popolana e sanguigna delle altre.
Dentro ci stanno tre romanzi in uno:
- Il primo è il romanzo di formazione di un ragazzino di umili origini della Fraschetta, la bassa pianura vicino ad Alessandria, che l’imperatore Federico Barbarossa adotta come un figlio.
- Il secondo è il romanzo storico dell’uomo fatto, di cui Barbarossa si fida al punto da usarlo nelle imprese e nell’opera più delicata di tutte, legittimare il proprio potere contro un papato che insegue la stessa supremazia.
- Il terzo è il romanzo fantastico del vecchio che, morto il padre adottivo, parte a cercare il regno del Prete Gianni e finisce tra le creature dei bestiari medievali.
Un piccolo zoo dell’immaginario
Vale la pena fermarsi un momento su quelle creature, perché oggi quasi nessuno le ricorda. Gli sciapodi sono uomini con una gamba sola e un piede enorme, e il nome lo dice già: dal greco skià, ombra, e pous, piede. Corrono che è un piacere e, quando il sole picchia, si sdraiano e usano quell’unico piede come ombrellone. I blemmi sono uomini senza testa, con gli occhi e la bocca piantati sul petto. I roc, o ruc, sono uccelli giganteschi dal piumaggio bianco, quelli che nei viaggi di Sindbad ghermiscono un elefante e se lo portano via in volo. Un piccolo zoo dell’immaginario medievale, che Baudolino attraversa come fosse cronaca del giorno prima.
Baudolino, un bugiardo di mestiere
Baudolino è un bugiardo di mestiere, eppure sincero, perché crede a ciò che dice ed è pronto a spenderci la vita. La figura che gli calza è quella del trickster, l’imbroglione sacro che rimescola le carte del mondo. A me è tornato in mente il Cristoforo Colombo di Isabella, tre caravelle e un cacciaballe, la commedia che Dario Fo portò al Teatro Odeon di Milano il 6 settembre del 1963: pure lì un uomo vende all’Europa un mondo che ancora non ha visto.
Giuseppe Lovito, in un saggio uscito sulla rivista Babel dell’Università di Tolone, Pulcinella e Baudolino “maestri” dell’arte della parola e dell’affabulazione, li mette accanto come due campioni dello stesso mestiere, e poi li divide con una riga che vale tutto il libro: quello che Baudolino immagina “si trasforma in realtà e diventa Storia”. Pulcinella mente per cavarsela, per far pendere la scena dalla sua parte. Baudolino, mentendo, costruisce. Si inventa di sana pianta il regno del Prete Gianni, scrive una lettera e la spaccia per quella di quel re, fa girare teste di cadavere qualunque come la vera testa del Battista, e ogni sua frottola diventa un pezzo di realtà.
Del resto porta il nome di un santo. Baudolino l’eremita visse nella pianura dove poi sorse Alessandria, e Paolo Diacono, nella Historia Langobardorum, gli attribuisce il dono dei miracoli e della profezia: quando il re Liutprando gli mandò un messo perché curasse il nipote ferito a caccia, l’eremita rispose che sapeva già tutto e che non c’era più niente da fare. Il ragazzo era morto mentre il messo cavalcava. La profezia, se ci pensi, è solo una bugia che il tempo si incarica di avverare.
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Dove il romanzo mi ha perso
Non è stata una lettura comoda. Le digressioni si moltiplicano, le avventure si accavallano, tanto che il libro è stato letto come una piccola enciclopedia del mondo medievale. Dove mi sono perso è la parte fantastica, quella delle creature: la sento un po’ staccata dal resto. D’accordo che Baudolino mente, ma perché portarci tra esseri che noi lettori di oggi sappiamo frutto di fantasia, dopo due terzi di romanzo passati accanto al Barbarossa, dentro i corridoi segreti del suo potere, in mezzo a vicende storiche che conosciamo? Per un attimo mi sono chiesto se Eco non stesse chiedendo proprio a me di lasciare il noto per l’ignoto, la cronaca per l’invenzione. E, se è così, resta la domanda: perché non dirmelo dalla prima pagina?
Il vero tema: il tramonto del Medioevo
Poi ho capito che il libro parla d’altro, e il titolo lo dice: è un’opera sul tramonto del Medioevo. L’età del Barbarossa vede già i suoi due soli, il papato e l’impero, calare come poteri temporali. Nessuna trovata di Baudolino può salvare il padre adottivo. L’unica cosa che riesce a salvare è se stesso, l’amore per Ipazia e il figlio che ne nasce: così il romanzo diventa moderno, storia di una crescita umana e spirituale, con un protagonista sessantenne che si rimette in cammino.
E c’è la prospettiva che mi ha colpito di più: mentre l’impero declina, alcuni compagni della sua Alessandria fanno già le prove dell’età comunale, quella che di lì a poco prenderà il testimone. Il nipote di Barbarossa, Federico II, non vorrà capirlo, ostinato a riportare indietro l’orologio verso un potere accentrato che la Storia ha già archiviato.
Curioso destino, il suo: proprio il sovrano che non seppe leggere la fine di un’epoca è diventato oggi il santino di una nostalgia. Questa è la federicomania, il culto dello “Stupor Mundi” buono per ogni sagra e ogni slogan. Marco Brando le ha dedicato due libri per smontarla, Lo strano caso di Federico II di Svevia del 2008 e L’imperatore del suo labirinto del 2019, dove mostra come il mito dell’imperatore venga usato, abusato e riusato nella cultura di massa. Di Federico II e di un altro grande protagonista di quegli anni ho scritto anche qui, in Francesco d’Assisi e Federico II; e su come si racconta quell’età, in Narrare il Medioevo.
La bugia che gli riesce meglio
Ecco allora la bugia che a Baudolino riesce meglio di tutte, quella che ti avevo promesso. Non è il regno del Prete Gianni, non è la lettera falsa, non è la reliquia contrabbandata. È la convinzione che il vecchio mondo si possa ancora tenere in piedi, che l’impero e il suo ordine siano per sempre. Quella bugia lì Baudolino la racconta al padre e la racconta a se stesso, e mentre la racconta il mondo gli cambia sotto i piedi. La verità che costruisce senza volerlo è l’esatto contrario di ciò che voleva dire. E forse è per questo che, chiuso il libro, la sua storia continua a lavorarti dentro: perché la bugia che non sai più distinguere dalla verità, quasi sempre, è quella che hai raccontato a te stesso.
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