Le caviglie di Carmelo Bene

Il 31 luglio 1981 lesse Dante da una torre di novantasette metri, con le vertigini. Oggi su quella torre non sale nessuno.

Carmelo Bene sulla Torre degli Asinelli lesse Dante: qui il suo volto in bianco e nero, la sigaretta tra le labbra, il resto nel buio
Ritratto in bianco e nero di Carmelo Bene, la sigaretta tra le labbra e una camicia di pizzo chiaro, il volto chinato e tutto il resto nel buio.

Hai mai avuto tanta paura di cadere da non riuscire nemmeno a guardare giù?

Tienila da parte, quella paura. La notte in cui Carmelo Bene sulla Torre degli Asinelli lesse Dante a centomila persone, l’aveva addosso pure lui, e per restare in piedi lassù chiese una cosa sola. Te la dico tra poco. È la stessa cosa che oggi si sta facendo alla torre lì accanto.

Perché adesso, a Bologna, quel palcoscenico non esiste più. Piazza di Porta Ravegnana è chiusa da una recinzione alta cinque metri, doppia fila di container e reti metalliche. La Garisenda pende di quattro gradi, più della torre di Pisa, e da ottobre del 2023 ha cominciato a oscillare in modo anomalo. La stanno tirando su con cavi d’acciaio e le iniettano malta nel basamento: venti milioni, cantiere aperto fino al 2028. Da quel giorno di ottobre 2023 la Torre degli Asinelli è chiusa al pubblico, e i quattrocentonovantotto gradini di legno che portano in cima non li sale nessuno.

Un anno dopo la bomba

Bologna usciva dall’anno più nero della sua storia recente. Il 2 agosto 1980 una bomba alla stazione aveva ucciso ottantacinque persone e ne aveva ferite oltre duecento. Alla vigilia del primo anniversario la città affidò a Bene la commemorazione. Lui salì sulla torre, si mise dietro un leggio illuminato, e a un certo punto della serata, con il vento che gli rompeva la dizione, disse una cosa che nessun discorso ufficiale avrebbe detto: «Mi scuso per il vento che ha turbato questa dizione e ricordo agli astanti che ho dedicato questa mia serata, da ferito a morte, non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage».

Non ai morti. Ai feriti. A chi era rimasto, e doveva continuare a stare in piedi con la scheggia dentro. Da una ferita collettiva Bene non tirò fuori una cerimonia del lutto: ne tirò fuori una notte di Dante.

L’uomo che aveva paura dell’altezza

Ecco la cosa che chiese. Bene soffriva di vertigini. Per leggere in cima a una torre di novantasette metri domandò a Lydia Mancinelli, compagna di scena e di vita, di tenergli ferme le caviglie per tutta la durata della lettura. Lo ricostruisce Maria Antonietta Epifani nel suo articolo per Treccani.

So cosa si prova, perché è capitato a me. Nell’ottobre del 2003, sul set de «L’amore ritorna» di Sergio Rubini, dovetti sporgermi dal parapetto di un terrazzo in fondo a via Cavour, a Roma. Da lassù vedi tutto in un colpo: l’Altare della Patria su piazza Venezia, i Fori Imperiali con la Colonna Traiana, il Colosseo in fondo. Non so se fu quella vista, o la lunga attesa prima della mia scena, o la fame arretrata. So che le gambe non mi reggevano, e il macchinista dovette tenermele ferme.

Per questo, quando leggo di Bene e delle sue caviglie, ci vedo un corpo che ha paura e che qualcuno tiene fermo perché la voce possa fare il suo lavoro. Quella serata non nacque a dispetto della paura: passò dentro la paura.

Carmelo Bene sulla Torre degli Asinelli tolse tutto, tranne la voce

Qui c’è la lezione che non ha data. Bene non aggiunse: tolse. Niente palco, niente fondale dipinto. La scenografia era la città, i palazzi del centro usati come quinte. Poi sparì anche il corpo: le luci calarono finché di lui restò solo il volto, un tondo illuminato che dal fondo di via Rizzoli sembrava una lampada appesa nel buio.

Restava la phoné. Non era la bella dizione e non era recitare forte: era l’idea che il teatro smettesse di essere rappresentazione e diventasse suono, una voce che parla da un dentro a un altro dentro, saltando il personaggio e la maschera. Bene lo diceva con una frase che sembra un rovescio: «Il massimo del blow-up ottico-acustico coincide con il minimo dell’ingrandimento». Più avvicini una pagina all’occhio, meno la leggi. L’amplificazione spinta all’estremo non ingrandisce il senso delle parole, lo scioglie, e lascia solo il suono.

Un attimo, esco dal pezzo. Quello che stai leggendo è nato da un appunto: poche righe prese chissà quando, e una mappa per tenerle insieme. Funziona così per tutto quello che scrivo, e come si fa l’ho messo nel libro sugli appunti geniali. Ma torniamo al nostro articolo.

Quarantamila watt su tre piazze del centro, le musiche di Salvatore Sciarrino tra un canto e l’altro, e il buio a mangiarsi la figura. Il buio più l’amplificazione facevano accadere per davvero quello che lui cercava da sempre in scena: una voce senza corpo. Aveva fatto corpo con la torre, e restituiva a quella pietra del 1100 una ragione per stare in piedi. È il tema dello spazio scenico su cui torno di continuo: il luogo non è lo sfondo dell’opera, è l’opera. Se ti interessa da dove nasce questo pensiero, l’ho scritto qui.

Volevano spegnerlo, e lo hanno acceso

Non piacque a tutti. La Rai bocciò le riprese televisive, e a firmare quel no fu Massimo Pini, per beghe di corrente più che di gusto. La Democrazia Cristiana annunciò che non avrebbe partecipato e attaccò la spesa: si andava a «ballare il rock sui morti». Il sindaco Renato Zangheri rispose che preferiva l’arte ai riti vuoti e inutili. Un mese dopo Giorgio Albertazzi lesse Dante per conto suo, in aperta polemica, e sul Corriere della Sera del 25 agosto 1981 Bene diventava un venditore di fumo, un mito e una moda.

Adesso conta cosa è sopravvissuto. Non la diretta Rai, che non fu mai fatta. Non la stroncatura sul Corriere. È sopravvissuta la voce, e quelle due caviglie tenute ferme. Un evento che qualcuno provò a spegnere è diventato leggenda proprio perché qualcuno provò a spegnerlo. Le cose fragili si rompono quando le urti. Certe altre, dall’urto, prendono forza. Dimmi nei commenti se ti viene in mente qualcosa di tuo che ha funzionato così.

Le caviglie e i cavi d’acciaio

Torna a Porta Ravegnana, dietro la recinzione di container. La Garisenda oggi si regge perché qualcuno la tiene: tiranti d’acciaio ancorati a terra, lo stesso mestiere delle mani di Lydia Mancinelli sulle caviglie di un uomo con le vertigini. La differenza è cosa succede dopo. La pietra tenuta ferma resta pietra, e tra due anni avrà bisogno di essere tenuta ancora. La voce tenuta ferma per una notte sola dura da quarantacinque anni senza nessun tirante.

Non è un modo di dire. Quella lettura esiste in registrazione, la ascolti quando vuoi, e continua a girare mentre la torre da cui uscì sta chiusa dietro un cantiere. Se ti va, mandala a qualcuno che non l’ha mai sentita.

Guardare giù

Torna a quella paura di guardare giù. Bene se la portò fin lassù, non la vinse: se la fece tenere per le caviglie e lesse lo stesso. Io me la porto dietro dal terrazzo di via Cavour. Quarantacinque anni dopo quella sera nessuno ricorda chi disapprovò, e sulla torre non ci sale più nessuno. Resta l’uomo che aveva le vertigini e salì comunque.

La registrazione della Lectura Dantis: la voce che sale dal buio, senza scena e senza corpo.

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