Cinque anni dopo la prima, un'altra lettera a Tommaso: la parola «perché», il suo nome e una promessa da mantenere.

Sai qual è la parola più magica del mondo? È piccola piccola: «perché».
Il giorno che sei nato ti ho scritto una lettera. Dentro ci ho messo una cosa, una sola, e non te l’ho ancora detta. Te la dico alla fine di questa. La prima lettera è ancora al suo posto, e quando saprai leggere bene la troverai.
Quella lettera porta la data di un settembre di cinque anni fa. Cinque, come le dita di una mano. Questa invece è una lettera a un bambino di cinque anni, e quel bambino sarai tu tra poco.
Le domande di un bambino di cinque anni
A volte fai una domanda, e la risposta fa nascere un’altra domanda, e poi un’altra ancora. Va bene così. Le domande non sono un disturbo: servono a capire com’è fatto il mondo. E c’è una cosa che voglio tu sappia presto: una domanda bella vale più di una risposta facile. Perciò chiedi, chiedi tanto. Anche quando qualcuno ti risponde «perché sì», tu chiedi lo stesso. Un bambino di cinque anni che domanda sta già facendo il mestiere più serio che c’è.
Il tuo nome
Il tuo nome, Tommaso, a me ne ricorda altri due. Il primo era un mio zio, che si chiamava proprio come te. Nel 1971, a Ceglie Messapica, stava in mezzo al centro storico con una tela davanti e i pennelli in mano, e più avanti ha fatto i ritratti alla gente in una piazza di Roma. Scegliere di fare l’artista, lì e allora, voleva dire avere coraggio. Mi piace che tu porti il suo stesso nome.
Il secondo Tommaso è più famoso: un uomo che, prima di credere a una cosa, voleva vederla con i suoi occhi. Te ne ho già parlato nella mia prima lettera. Persone diverse, con una cosa in comune: non si accontentavano di quello che dicevano gli altri. Un po’ come te, quando chiedi «perché».
Altri bambini di cui ho scritto
Prima di te ne ho raccontati altri. Uno piccolo, che giocava a uno-due-tre-stella e contava «uno, otto, dieci, quattro, undici, tre»: non sapeva tutte le regole e giocava lo stesso. Poi c’è Ismaele, che a sei anni spiegava i suoi videogiochi e aveva perfino i grandi a stare a sentire. E c’è un bambino di una storia antichissima che rubava il burro di nascosto: in India la raccontano da migliaia di anni, e sua madre lo chiamava soltanto «figlio mio». Nessuno di loro stava fermo ad aspettare.
Quando cadi
Crescere vuol dire anche cadere. Capita a tutti: si inciampa, si sbaglia, a volte ci si fa un po’ male. Non è una brutta cosa. Ogni volta che cadi e ti rialzi diventi un pochino più forte. Prova le cose, anche quelle difficili. Se qualcuno vorrà tenerti lontano da ogni piccolo graffio, digli grazie e poi corri lo stesso: si impara camminando, non stando fermi.
Quando nessuno sa la risposta
Certe domande non hanno risposta, e non la sanno nemmeno i grandi. E va bene lo stesso. Se qualcuno ha sempre pronta una risposta per tutto, forse la sta inventando. Chi invece ti dice «questo non lo so» ti sta dicendo la verità, e di quello ti puoi fidare.
Torna a quella parola piccola
Siamo tornati alla parola dell’inizio: «perché». Eccola, la cosa che avevo lasciato dentro la prima lettera. Ti avevo augurato una cosa sola: il piacere di cercare. Non di trovare, di cercare. E il modo per tenerlo stretto è proprio quella parola piccola: continua a chiedere «perché», e non smettere mai. Un abbraccio grande, Tommaso.
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