La domanda «a cosa serve la recitazione» sembra sensata. È una trappola, e a smontarla basta una parola: giocare

E questa cosa del teatro, alla fine, a cosa ti serve?
«A cosa serve la recitazione» me lo sono sentito chiedere decine di volte, quasi sempre da qualcuno che mi vuole bene. Per anni ho risposto sul serio, con argomenti buoni da portare in tribunale: la disciplina, la memoria, il lavoro sulle emozioni. Sbagliavo indirizzo. Quella domanda ha un difetto nascosto, e per vederlo mi è servito guardare un bambino di sei anni. Ci arrivo, ma prima passiamo da settembre.
Perché è fine agosto, e settembre è il mese in cui i corsi di teatro riaprono. Le scuole pubblicano i calendari, i laboratori raccolgono le iscrizioni, e chi si era ripromesso di provare si ritrova davanti alla stessa frase da giustificare a tavola. Nel post precedente avevo spiegato cos’è quest’arte. Qui toccava dirne l’utilità. Ma più cercavo l’utilità, più quella parola suonava stonata.
A cosa serve la recitazione: il difetto sta nella domanda
A cosa serve la matematica, chiede lo studente svogliato. A cosa serve la religione, chiede chi vorrebbe toglierla dalle scuole. Sono domande legittime, e una risposta ce l’hanno. Prova invece a chiedere a un bambino a cosa gli serva giocare: ti guarderà come si guarda un adulto che ha perso qualcosa per strada.
Non tace perché è piccolo. Tace perché la domanda non entra nel mondo dove sta giocando. Il gioco non serve a niente di esterno a sé, e la sua forza sta tutta lì.
Il gioco comandato non è più gioco
Lo aveva messo a fuoco Johan Huizinga in Homo Ludens, del 1938: ogni gioco è anzitutto un atto libero, e «il gioco comandato non è più gioco». Non è imposto da una necessità fisica, non discende da un dovere morale, non è un compito. Dell’uomo come creatura che crea mondi giocando ho scritto anche a proposito di una città mai costruita.
Chiedere a cosa serve giocare vuol dire essere già usciti dal gioco. E chiedere a cosa serve la recitazione fa lo stesso danno: sposta la faccenda dal campo al tribunale.
A teatro non si recita, si gioca
C’è una spia nascosta nelle lingue. In inglese un attore non recita un ruolo, lo plays, lo gioca, ed è un player. In francese joue, in tedesco spielt. E in russo играть, igrat’, che vuol dire giocare e insieme suonare uno strumento: la lingua di Stanislavskij chiama gioco la cosa che noi chiamiamo compito. Perché l’italiano «recitare» viene dal ripetere a memoria, e un mestiere che si chiama così somiglia a un compito assegnato.
Sulla scena non si ripete niente: si gioca, con regole precise, con codici, allo scopo di produrre emozione in chi guarda.
Le regole non tolgono il gioco, lo fanno
È il gioco più organizzato che esista, come il calcio salendo di categoria: più pubblico, più soldi, più serietà, più regole. Ma sotto resta la stessa spinta di quando avevi sei anni e non potevi non giocare. Togli quella spinta e non regge più niente, né il corso, né il set, né la sala prove alle undici di sera.
Il corpo giusto non basta
Qui casca il primo mito comodo, quello del phisique du rôle. Non è la somiglianza fisica ad aver fatto di Morgan Freeman il Nelson Mandela di Invictus: fu Mandela stesso, quattordici anni prima del film, a dire ai giornalisti che se avessero portato la sua storia al cinema avrebbe voluto Freeman.
E Al Pacino, per Il padrino, era il candidato sbagliato su tutta la linea. La Paramount lo trovava troppo basso, i tre provini erano venuti male, e Robert Evans disse che sembrava «più Woody Allen che Michael Corleone». Coppola continuò a spingere lo stesso. Il corpo aiuta all’inizio, poi passa in secondo piano e resta quello che uno ha voglia di farci.
Quello che ti fa scegliere a un casting
A un casting non vince chi assomiglia di più. Vince la voglia di giocare più degli altri, quella che ti fa provare un ruolo per mesi, a volte per anni, e pensarci mentre fai la spesa perché ne sei innamorato. Si vede dalla prima battuta, e fingerla non riesce a nessuno.
Togliere, non aggiungere
Quindi la domanda giusta non è a cosa serve. È un cambio di rotta laterale, di quelli che Edward de Bono chiamava pensiero laterale: smetti di difendere l’utilità e chiedi chi, in quella stanza, ha più fame di mettersi in gioco. Nassim Taleb la chiamerebbe via negativa: alla cosa si arriva togliendo il superfluo, non aggiungendo giustificazioni.
Togli l’utilità, togli il corpo perfetto, togli il bisogno di spiegarti al parente ben intenzionato. Quel che resta, nudo, è la spinta a giocare, e non c’è scuola al mondo che te la possa dare.
La prima regola dell’improvvisazione
Nell’improvvisazione la prima regola te la dicono ovunque, e io l’ho sentita in tre scuole diverse: divertirsi. Nel teatro di prosa e nel cinema non cambia niente. O muori dalla voglia di capire le regole e di entrarci dentro, o hai sbagliato corso, e settembre è il mese giusto per accorgersene.
Il gioco che può costare tutto
Poi c’è il paradosso che tiene insieme tutto. Questo gioco che non serve a niente può costare tutto. Massimo Troisi finì le riprese de Il postino con il cuore rovinato da una vecchia febbre reumatica e morì dodici ore dopo, il 4 giugno 1994, nella casa di sua sorella a Ostia. Sapeva di non potersi permettere quella fatica e la fece lo stesso, pur di recitare il poeta.
Non lo fece perché la recitazione servisse a qualcosa. Lo fece perché a chi gioca sul serio non interessa il premio: interessa restare dentro la partita fino all’ultimo tiro.
Così, la prossima volta che qualcuno che ti vuole bene ti chiederà a cosa ti serve tutto questo, non sei obbligato a rispondere. Puoi sorridere e lasciar cadere la domanda. A chi ha ancora voglia di giocare quella domanda non è mai servita a niente.
E se il problema non fossero mai stati i tuoi appunti?
Ventuno segreti operativi per trasformare gli appunti da copia muta a strumento vivo del tuo pensiero. Dal segno rupestre al taccuino digitale.
Prendi il libro su Amazon