L'arte di dire ciò che non si può dire, quando parlare chiaro costa troppo caro

Ti è mai capitato di dover tacere una cosa che avresti voluto gridare?
Stamattina ho ritrovato un mio vecchio audio. L’avevo registrato nel grammelot di Dario Fo, una lingua che non esiste. Si afferra appena qualche parola, eppure chi lo ascolta ride, annuisce, a tratti si indigna. Tra poco ci arrivo, a quell’audio. Prima devo spiegarti perché, quel giorno, non potevo permettermi di parlare in italiano.
C’era un tema, in quei mesi, su cui tutti avevano già deciso da che parte stare. Bastava aprire bocca per finire in una delle due tifoserie, e chi provava a dire qualcosa di diverso rischiava, se non i pomodori in faccia, almeno di essere frainteso a vita. Così ho fatto quello che facevano i teatranti secoli prima di me: ho smesso di usare le parole vere e ho parlato in grammelot.
La lingua che non dice niente e si capisce lo stesso
Il grammelot non è una lingua vera, è una tecnica di recitazione: una lingua finta che funziona. Metti insieme suoni, onomatopee e parole prive di significato, e il pubblico capisce lo stesso. Il nome, con ogni probabilità, è un falso francesismo: viene da grommeler, che vuol dire borbottare. Borbottare: dire senza dire, e lasciare che a portare il senso siano il tono, il ritmo, la faccia, non il vocabolario.
Un grammelot che risponde a un grammelot
A me questa lingua è entrata sotto pelle al punto che ci ho scritto una canzone: ’A Tarantellò, una tarantella in finto napoletano. È la mia risposta a Già la luna è in mezzo al mare, che Enzo Jannacci e Dario Fo incisero nel 1998: lì Fo canta in grammelot napoletano sopra un verso di Carlo Pepoli che Rossini aveva messo in musica nel 1835. Provala: le parole quasi non le afferri, ma il senso ti arriva lo stesso.
Un passato inventato
La storia che si racconta è che il grammelot venga dai giullari del Medioevo. È una bella storia, e a metterla in giro è stato lo stesso Dario Fo. Ma è, appunto, una storia. Chi ha studiato la faccenda colloca la tecnica molto più tardi, nel Seicento della commedia dell’arte, quando gli attori italiani giravano l’Europa e dovevano farsi capire da platee che non parlavano la loro lingua: non potendo sceglierne una, se ne inventarono una che non era di nessuno e arrivava a chiunque. La parola stessa, «grammelot», spunta appena nel Novecento, e a coniarla pare sia stato ancora lui, Fo.
Da dove venivano davvero quei suoni
C’è un dettaglio che mi piace. La studiosa Alessandra Pozzo, che il grammelot l’ha studiato da vicino, ha fatto notare che quello di Fo era fatto di parole dialettali solo in minima parte: dai dialetti l’attore prendeva soprattutto i suoni, la cadenza, l’intonazione.
Il grammelot dei giullari medievali, insomma, è in buona parte una geniale invenzione del secolo scorso travestita da Medioevo. E questo, invece di togliergli valore, mi pare la sua conferma più bella: una lingua che funziona così bene da farci credere di averla sempre avuta.
Perché il grammelot di Dario Fo serve ancora
Inventato o no il Medioevo, resta il punto che a Fo interessava davvero: il grammelot è la lingua di chi non può parlare chiaro. Il giullare diceva cose che, dette in modo comprensibile, gli sarebbero costate care, e il grammelot gli lasciava una via d’uscita. Se qualcuno si offendeva, in fondo, non aveva detto niente: nessuna frase da mettere a verbale, nessun indirizzo da segnare su una lista. Solo suoni. Un modo di parlare che più il potere stringe più diventa utile.
Come ci ha costruito un Nobel
Fo l’ha riportato alla ribalta nella sua opera più nota, Mistero buffo, del 1969, che porta il sottotitolo Giullarata popolare in lingua padana del ’400. Nel 1997 l’Accademia di Svezia gli assegnò il Nobel per la Letteratura con una motivazione che vale la pena leggere per intero: premiava chi «emula i giullari del Medioevo nel flagellare il potere e nel restituire dignità agli oppressi». Non gli hanno dato il premio nonostante il grammelot, ma proprio per quello: per l’arte di chi non può parlare chiaro e trova un altro modo per dirlo. Ne ho scritto altrove, il giorno in cui ho voluto ringraziarlo per i suoi cento anni.
Ti sta piacendo? I ventuno segreti per appunti geniali sono raccolti nel libro su Amazon. Disponibile adesso su Amazon · Kindle 7,99 €
Quello che resta quando togli le parole
Qui c’è la lezione che mi porto dietro, e non riguarda solo il teatro. Togli a un discorso tutte le parole con un senso preciso e guarda cosa rimane. Se rimane qualcosa, quel qualcosa era la verità: l’intenzione, l’urgenza, il corpo di chi parla. Se non rimane niente, allora non c’era niente, e le parole servivano solo a coprire il vuoto.
È un piccolo esperimento di scetticismo applicato. Buona parte di ciò che ascoltiamo ogni giorno è già grammelot, ma a nostra insaputa: suona come se volesse dire qualcosa, e non dice niente. Il grammelot del giullare è più onesto, perché ammette di essere fatto di suoni e proprio così arriva al vero. La via più breve per dire una cosa, certe volte, è smettere di nominarla.
Il modo per dirlo comunque
Ecco perché quel giorno non ho cercato le parole giuste. Le parole giuste, su certi temi, non esistono o costano troppo. Ho lasciato parlare i suoni, il fiato, la faccia, e ho detto quello che pensavo senza consegnare a nessuno una frase da rinfacciarmi.
L’audio è ancora qui sotto. Ne capirai appena qualche parola. Ascoltalo lo stesso: se ti viene da ridere, o da arrabbiarti, vuol dire che ci siamo capiti. E la prossima volta che dovrai tacere una cosa che avresti voluto gridare, saprai che esiste un modo per dirla comunque.
E se il problema non fossero mai stati i tuoi appunti?
Ventuno segreti operativi per trasformare gli appunti da copia muta a strumento vivo del tuo pensiero. Dal segno rupestre al taccuino digitale.