La dura vita e l’onore di Charny

Perché considerava il suo mestiere più duro della vita in convento

Armatura in penombra con l’elmo chiuso e la visiera a fessure, immagine per l’articolo su Geoffroi de Charny
Elmo chiuso e spalliera di un’armatura illuminati di lato nel buio, con l’asta di una lancia sulla destra. Foto di Natasa Grabovac su Unsplash

Quando è stata l’ultima volta che hai avuto freddo per il tuo lavoro?

Tieni da parte la risposta. Un uomo di nome Geoffroi de Charny ha scritto il manuale di questo mestiere nel Trecento, e alla fine ti dico l’unica cosa su cui, in tutta la vita, ha taciuto.

Domenica 6 settembre, ad Arezzo, in Piazza Grande, i quattro quartieri corrono la Giostra del Saracino. È la giostra di settembre, quella che pesa, e ci arrivano cavalli veri, lance vere e una città intera in piedi. Charny quella cosa lì l’avrebbe messa all’ultimo posto.

La scala del rischio

Non per snobismo. Perché nel suo Livre de chevalerie il valore non si misura con la bravura, si misura con quello che rischi di perdere. In fondo alla scala ci sono le giostre, che sono abilità e spettacolo. Sopra i tornei, che costano soldi e ossa. Sopra ancora la guerra. In cima la battaglia campale, dove si decide un regno e il conto lo paga il corpo.

La frase che ci torna sopra come un chiodo è di quattro parole: qui plus fait, miex vault. Chi più fa, più vale. Non premia quanto sei bravo, premia quanto sei disposto a perdere. Chiunque abbia scelto un mestiere che non garantisce niente riconosce quella scala senza bisogno che gliela traducano.

Che cavaliere era Geoffroi de Charny

Non un principe e non un signore di primo rango. Un cadetto di famiglia borgognona che si è costruito tutto con le armi, e che a un certo punto viene indicato come il migliore in circolazione: i suoi contemporanei lo chiamavano il vero e perfetto cavaliere. Non era un modo di dire cortese, era una classifica, e lui stava in cima.

Il re gli mette in mano l’orifiamma, lo stendardo sacro di Francia. Non è una decorazione: chi porta l’orifiamma è il punto della battaglia verso cui tutti corrono, perché abbatterla vale più che uccidere cento uomini. I portatori dell’orifiamma non morivano di vecchiaia. Charny la tiene per quasi dieci anni.

Prima ancora era andato a combattere in Oriente, sotto le mura di Smirne, e il papa lo aveva elogiato per nome. Il cavaliere che scrive il libro è uno che ha visto il Mediterraneo da una nave e la Francia da dentro una cella. Le celle, in realtà, sono due.

La notte in cui provò a comprare una città

Calais era inglese e Charny la rivoleva. Invece di assediarla trovò un uomo dentro le mura, un ufficiale lombardo che comandava una torre sul porto, e gli offrì ventimila scudi per farsi aprire una porta. Il lombardo prese i soldi e andò a raccontare tutto a Edoardo III.

La notte fra l’ultimo dell’anno e il primo giorno del 1350 i francesi entrano nel buio e trovano il re d’Inghilterra ad aspettarli, con il figlio che gli piomba addosso di fianco. Charny viene preso con la testa aperta, e resta prigioniero in Inghilterra diciotto mesi, finché il suo re non paga.

Quella sera stessa Edoardo cena con i prigionieri e li tratta bene tutti, tranne uno. A Charny dice in faccia che ha combattuto durante una tregua e che ha provato a comprarsi una città invece di prendersela. L’uomo che ha scritto il manuale dell’onore si è sentito dare del disonorevole dal re nemico, a tavola, davanti a tutti. E il libro lo scrive lì, in gran parte, dentro quella prigionia. Non è il trattato di un santo: è il conto che si fa uno che ha appena sbagliato.

L’ordine più duro di tutti

Qui arriva il passo che tiene in piedi il libro, e che da un uomo d’armi non te lo aspetti. Charny prende gli ordini religiosi, li guarda, e dice che il suo è peggio. Alla lettera: il n’est nulle religion ou l’en en sueffre tant comme font cil bon chevalier. Non c’è nessun ordine religioso in cui si soffra quanto soffrono i buoni cavalieri.

Non è disprezzo verso i monaci. È un conto fatto con la bilancia in mano. La cavalleria è per lui la più dura di tutte le regole, la plus dure ordre de toutes, e la ragione sta in una cosa sola: l’orario.

Le ore certe

Il religioso, scrive, scevent les heures: sa le ore. Sa a che ora entra in chiesa, a che ora beve, a che ora mangia, a che ora dorme. Quel sapere è la sua pace. La giornata ha una forma, e dentro quella forma il corpo si organizza.

Il cavaliere no. E lì il testo diventa una litania rovesciata: quant il cuident dormir il les convient veillier, et quant il voudront mengier il les faut jeuner, et quant il ont soif il n’ont rienz a boire. Quando credono di dormire, tocca vegliare. Quando vorrebbero mangiare, si digiuna. Quando hanno sete, non c’è niente da bere. Non è la fatica a rompere un uomo, è l’imprevedibilità della fatica.

I corpi da viziare

C’è una pagina in cui se la prende con quelli che chiama ces chetifs corps, questi corpi da nulla, e la diagnosi è di una precisione fastidiosa. Vuoi dormire presto e svegliarti tardi. Vuoi blans draps et lit mol, lenzuola bianche e letto morbido, e se una notte ti mancano ti fanno male i reni e le costole per tutto il giorno.

Contro quel modello mette l’altro, in una riga che non ha bisogno di commento: moult de fois dorment sanz lis et touz vestus. Molte volte dormono senza letto e tutti vestiti. Il corpo che si abitua al buono smette di sapere quanto può reggere.

Un attimo, esco dal pezzo. Quello che stai leggendo è nato da un appunto: poche righe prese chissà quando, e una mappa per tenerle insieme. Funziona così per tutto quello che scrivo, e come si fa l’ho messo nel libro sugli appunti geniali. Ma torniamo al nostro articolo.

Adesso ti passo la catena. Aggiungi un anello alla volta, e guarda dove va a finire la barra all’ultimo.

Verde: rischi le spese. Ambra: rischi le ossa. Rosso: rischi la vita. Tratteggiato: fuori scala.
10su cento, quanto ci rimette il corpo
  • Arezzo, 6 settembre
    La giostra
    Cavalli veri, lance vere, una piazza piena. Charny la mette in fondo alla sua scala: chiede abilità, non chiede la pelle.
  • Ovunque, tutto l’anno
    Il torneo
    Mischia collettiva. Si spende, ci si rompe qualcosa, si torna a casa.
  • Calais, 1 gennaio 1350
    Ventimila scudi
    Offre ventimila scudi a un ufficiale lombardo per farsi aprire una porta. Il lombardo incassa e avverte il re d’Inghilterra. Charny viene preso con la testa aperta: diciotto mesi di prigione.
  • Ordine della Stella, 1351
    Quattro arpenti
    Chi entra giura di tenere il fronte fin dove arriva il segno: quattro arpenti, contati sul terreno.
  • Poitiers, 19 settembre 1356
    Zero arpenti
    L’esercito francese si sfalda. Charny non si sposta.
  • Lirey, 1353
    Una cassa
    Tre anni prima di Poitiers, in una chiesa che fa costruire lui, entra un oggetto. Non costa una ferita, non costa una notte all’addiaccio, e vale più onore di tutta la scala messa insieme. Charny non lo nomina con nessuno.
Cinque anelli salgono, e l’ultimo cade a zero. Quello che gli avrebbe fatto guadagnare onore senza costargli niente è arrivato prima dell’ultima battaglia, ed è la sola cosa di cui non ha parlato.
Che cosa ci fosse dentro, e perché un uomo che ha scritto un libro intero sull’onore l’abbia tenuto per sé, sta nelle righe che seguono.
Fonti: Livre de chevalerie (ed. Kervyn de Lettenhove, 1873), cronache di Froissart, atti di fondazione di Lirey.

Il mestiere che non ha orario

Nel teatro e nel cinema quel calendario si conosce. Si gira all’alba dopo una notte che non ha dormito nessuno. Si aspetta per ore in un corridoio e poi si chiede al corpo di essere caldo in trenta secondi. La disciplina che serve non è quella di chi si allena a orari fissi, è quella di chi resta pronto senza orari.

Di gente bravissima caduta non sulla difficoltà ma sulla sua irregolarità ne ho vista parecchia. E ho visto gente meno dotata restare in piedi per anni perché aveva imparato la cosa che Charny scrive a metà del suo libro: mangiare quello che c’è, dormire dove capita, e non fare del comfort una condizione di lavoro.

La canzone

Fermiamoci qui un attimo. Questa parte si capisce meglio a orecchio che a occhi: tre minuti, ghironda e tamburo a cornice, e il ritornello è la cosa che un uomo così ripete a se stesso quando gli conviene scappare.

Se tu rimani, ballata per Geoffroi de Charny

Dice che se resti l’onore ce l’hai, e che se scappi è meglio morire. Detta così sembra retorica, e lo sarebbe se quell’uomo non fosse rimasto per davvero.

Il viaggio verso Smirne, per inciso, passava dalla Puglia, e lì Charny ha lasciato un segno che sta ancora al suo posto. A Brindisi, nella chiesa di Santa Maria del Casale, si fece dipingere un affresco votivo prima di imbarcarsi. Ne ho scritto due volte: in Brindisi, Boccaccio e la Sindone il filo è la città di passaggio, con Boccaccio che ci arriva negli stessi anni e il telo che da lì finisce in Champagne; in Santa Maria del Casale tra leggende ed ex voto si entra nella chiesa, che è la stessa dove nel 1310 processarono i Templari del Regno di Sicilia, e si guardano gli ex voto lasciati da chi partiva per mare.

Quattro arpenti

Nel 1351 il re di Francia fonda l’Ordine della Stella, e lo fonda sull’idea di Charny. I cavalieri che vi entrano giurano una cosa precisa e folle: in battaglia non arretrare per più di quattro arpenti, cioè poco più di duecento metri. Non è una metafora dell’onore, è una misura. Un anno dopo, a Mauron, novanta di loro muoiono in un colpo solo per non aver fatto quei duecento metri all’indietro.

A Poitiers, nel 1356, l’esercito francese si sfalda e Charny resta accanto al re. Non lascia la bandiera: la bandiera cade con lui. Il re si arrende dopo. Jean Froissart, il cronista fiammingo che raccontò quella guerra mentre stava succedendo e che è la ragione per cui oggi ne sappiamo qualcosa, chiude la scena con una riga sola: combatté da valoroso, vicino al re, e tutta la calca e il clamore erano su di lui perché portava l’insegna sovrana.

La cosa su cui ha taciuto

Torniamo al debito dell’inizio. Nel 1353 Charny fonda una chiesa a Lirey, in Champagne. In quella chiesa, poco dopo, compare il telo che oggi si chiama Sindone di Torino. Lui è il primo proprietario documentato dell’oggetto più discusso del mondo.

E non ne parla. Non lo nomina negli atti di fondazione, non lo usa per attirare pellegrini, non ne ricava un soldo finché è vivo. Le prime ostensioni pubbliche arrivano dopo la sua morte. Un uomo che ha scritto un libro intero sull’onore ha tenuto per sé l’unica cosa che glielo avrebbe fatto guadagnare senza fatica.

Trentadue minuti sullo stesso uomo

Su questa storia c’è una conversazione lunga, e la lascio qui perché il pezzo che hai letto sceglie una strada sola e ne lascia fuori cinque. Sono due voci che si passano Charny per mezz’ora: il libro, l’orifiamma, l’affare di Calais, Lirey, il telo, e le due campane opposte sull’autenticità. Si chiama Il cavaliere spietato che possedeva la Sindone, e conviene ascoltarla facendo altro.

Il cavaliere spietato che possedeva la Sindone, conversazione, 32 minuti

Il freddo, di nuovo

Adesso rifai il conto dell’inizio, con un’altra unità di misura. Non quante volte hai avuto freddo per il tuo lavoro: quante volte hai avuto freddo e non l’hai raccontato a nessuno.

Charny è morto con una bandiera in mano e un lenzuolo in una cassa, e di quel lenzuolo non ha detto niente a nessuno.

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