Storia di un uomo che recitò una parte sola per tutta la vita, e non se la tolse mai.

Pensa a chi ti ha ostacolato di più.
Non ti aveva capito? O ti aveva capito troppo bene?
Ci arrivo. Ma prima devo portarti sotto un palazzo del mio paese che ho guardato mille volte. E l’ho pure fotografato: l’immagine qui sopra è mia. A destra c’è la statua di Carlo Borromeo, un santo che per vent’anni ha provato a cancellare il mestiere che faccio io. Alla fine di questo articolo saprai perché questo personaggio è il complimento più grande mai fatto a un attore.
O almeno penso. Da un anno vivo a Roma, città che tra poco rientrerà in questo articolo, tra l’altro. Ma spesso il mio pensiero torna ai tesori di quella città che tra una pausa e l’altra, durata a volte anni, mi ha visto tra le sue strade da quando sono nato. E tra di essi c’è lui.
Due statue e un orologio
In piazza Manfredi, a Oria, c’è un palazzo del primo Settecento che chiamano il Sedile. Era il seggio dei nobili, la sede dei Decurioni, e ha la forma di una torre quadrata piantata in mezzo alla città. In cima, alle due estremità, ci sono due statue. Tra loro si alza un campanile a vela con la campana, e sotto la campana un orologio che conta le ore da tre secoli.
Più in basso, dentro una cornice di pietra ormai consumata, c’è lo stemma della città: un castello a tre torri su un monte, sorretto da due leoni coronati, e un serpente che esce dalla torre di mezzo e si difende da una cicogna in volo.
Una delle due statue è San Barsanofio, l’anacoreta che Oria si tiene da secoli, e quella la conosci se sei del posto, come la conosce chiunque abbia mai fatto qui uno dei mestieri di una volta.
L’altra è un cardinale milanese. Il nome lo sapevo da sempre, lo sanno tutti a Oria: San Carlo Borromeo. Quello che non sapevo è perché stia lassù, e il motivo non ha niente a che fare con la santità. Oria fu sua. Non in senso spirituale: sua come proprietà.
Carlo Borromeo, il principe che non venne mai
Nel marzo del 1562 Filippo II di Spagna concesse il marchesato di Oria al conte Federico Borromeo, fratello maggiore di Carlo. Federico morì di febbre in dicembre, a ventisette anni, senza figli. Il diploma che elevava quelle terre a principato arrivò a Roma lo stesso giorno in cui lui moriva. Titolo e feudo passarono al fratello cardinale.
Carlo Borromeo non mise mai piede a Oria. Chiedeva ai suoi amministratori relazioni frequenti e dettagliate sullo stato del principato, ma quel viaggio non lo fece mai. La memoria del paese racconta che il 21 aprile 1565 un procuratore prese possesso delle terre in nome suo, davanti alle autorità e alla popolazione in festa. Il padrone era un atto notarile.
Quarantamila scudi
Nell’estate del 1569 vendette il principato per quarantamila scudi e distribuì la somma ai poveri di Milano, stremati dalla carestia. Le fonti litigano sulla data e sul compratore: chi dice 1569 e chi 1572, chi la Corona spagnola e chi il vescovo di Cassano. Sul gesto non litiga nessuno.
Nel 1602, per la beatificazione, Giovan Battista Crespi detto il Cerano dipinse la scena per il Duomo di Milano: facchini che trasportano sacchi di monete, contabili che fanno i conti, poveri che ricevono l’elemosina. Il quadro si intitola Il Santo vende il principato d’Oria, ed è uno dei quadroni che il Duomo espone ancora ogni novembre. Dopo la canonizzazione, nel 1610, Oria lo affiancò ai propri patroni.
Ecco il punto: Milano ricorda i soldi e dimentica il luogo, Oria ricorda il proprietario e dimentica la vendita. Nessuna delle due ricorda gli oritani di quegli anni, che di quell’operazione furono l’oggetto e non il soggetto. Passarono di mano, e nessuno chiese loro niente.
Cosa fece contro il teatro
Il resto l’ho scoperto leggendo Claudio Vicentini, la Storia della recitazione teatrale uscita da Marsilio nel 2023. C’è una pagina, dentro un capitolo sulla nuova scena europea, che racconta cosa la Chiesa fece agli attori tra Cinque e Seicento. E lì Borromeo ritorna, con un altro ruolo.
Nominato arcivescovo di Milano nel maggio del 1564, entrato in città nel settembre del 1565, residente stabile dall’aprile del 1566, mise in moto una macchina. In vent’anni presiedette undici sinodi diocesani e sei concili provinciali. Il primo concilio, quello del 1565, vietò le rappresentazioni sceniche della Passione: il colpo cadde sul teatro sacro medievale, cioè sul ceppo antico da cui viene il giullare.
Non colpisce l’arte, colpisce l’infrastruttura
Poi venne il resto. Borromeo esortava gli amministratori ad allontanare dai loro territori i mimi e gli istrioni, e a sanzionare gli osti che davano loro ospitalità. Guarda la mossa: non colpisce l’arte, colpisce l’infrastruttura. Niente palco, niente locanda, niente ingaggio.
In un’omelia del 17 luglio 1583 disse ai milanesi che in quella città si recitavano commedie di continuo, e che gli istrioni, uomini indegni quant’altri mai, mascherati, prendevano nelle reti del diavolo un gran numero di incauti giovani. Poi chiese ai suoi figli di stare lontani da quelle scene, di fuggire quel genere di spettacoli come cappi e lacci dei demoni.
Roma disse di no
Il potere civile non lo seguì mai fino in fondo. I governatori spagnoli gli resistettero per vent’anni. Nel 1584, pochi mesi prima di morire, chiese al braccio secolare di reprimere uno spettacolo e si sentì rispondere di lasciar perdere, tanto nello stesso periodo si recitava a Roma in casa di un cardinale.
Tienila da parte, questa. Roma torna alla fine.
Non li disprezzava. Li capiva
Qui la storia smette di essere una storia di intolleranza e diventa qualcosa di più scomodo.
L’argomento di Borromeo contro il teatro non è che il teatro sia volgare. Il suo argomento è che il teatro funziona.
La lettera che Dario Fo cita a braccio
Qui entra Dario Fo, che di quelle parti era: nato a Sangiano, cresciuto sulla sponda povera del Lago Maggiore, a poche curve da Arona, dove Borromeo era nato e dove gli hanno alzato un colosso di rame alto ventitré metri che tutti chiamano il Sancarlone. Fo sfotteva il santo di casa sua.
Nel messaggio che scrisse per la Giornata Mondiale del Teatro del 2013, cita a braccio una lettera del cardinale ai suoi collaboratori. Suona pressappoco così: quanto più la parola detta con la voce e il gesto appropriato ferisce le menti degli adolescenti e delle giovani figliole, di quanto non faccia la morta parola stampata sui libri. Urge quindi togliere dalle nostre città i teatranti come si fa con le anime sgradite.
Leggila due volte. Non è la frase di uno che ti considera un buffone. È la frase di uno che ha misurato la potenza dello strumento e ha deciso che nelle tue mani è troppa.
Chiunque sia salito su un palco sa che quella misura è esatta.
Quella non è teologia, è tecnica dell’attore
E c’è di più. Michel de Certeau, il gesuita francese che ha scritto la voce su Borromeo per il Dizionario Biografico degli Italiani, descrive la sua idea di predicazione in termini che sembrano usciti da un corso di recitazione: il corpo dell’oratore fatto sacramento, la voce come presenza che rilega, il principio che il testo debba prendere corpo.
Quella non è teologia. È tecnica dell’attore.
Il censore che scrisse l’elogio
Un altro censore del secolo seguente, il gesuita Ottonelli, nella Christiana moderatione del theatro si mette a spiegare cosa sanno fare i comici bravi, e gli scappa un inventario. Sanno servirsi della scena e del banco: il banco è l’assito su cavalletti che i ciarlatani piantavano in piazza, il palco dei poveri, quello che si monta la mattina e si smonta la sera. Sanno comporre commedie. Sanno trovar modi, e anche all’improvviso, coi quali vittoriosi nella scena e vittoriosi nel banco trionfano degli animi, dei cuori e degli affetti dei loro spettatori. Animi, cuori, affetti: te li mette in fila come un capo d’accusa. Voleva accusarli. Ha scritto il più bell’elogio del mestiere.
Borromeo pretendeva di designare e controllare di persona i suoi predicatori. Sapeva che la forza di quel dispositivo dipende da chi lo impugna. Un comico in piedi su quel banco, di domenica, che raduna la stessa gente che dovrebbe stare in chiesa e la commuove meglio, sta celebrando una liturgia senza mandato.
Non erano i peggiori peccatori di Milano. Erano gli unici colleghi.
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Non abolì lo spettacolo. Se lo prese
C’è un dettaglio che nessuno racconta e che dovrebbe interessarti più di tutto il resto.
Borromeo soppresse i balli e le superstizioni popolari. Ma non li sostituì con prediche. Li sostituì con gesti. De Certeau lo dice senza girarci intorno: al posto di quelle forme mise il proprio corpo in movimento davanti alla folla.
Guidava lui le processioni delle reliquie. Si fece pellegrino della Sindone a Torino e della Vergine a Varallo, a Varese, a Saronno, a Rho, a Tirano, a Loreto. Durante la peste del 1576 la nobiltà milanese si ritirò in villa e lui restò dentro le mura: il 6 ottobre attraversò la città dietro il Santo Chiodo, in mezzo agli appestati. De Certeau nota che dentro quelle folle sembrava per davvero felice.
Serve una sostituzione
Aveva capito una cosa che i moralisti di rado capiscono: una comunità ha bisogno di corpi, di immagini, di movimento, e toglierglieli e basta non funziona. Serve una sostituzione.
Quindi non abolì lo spettacolo. Se lo prese in gestione. Chiuse i palchi e riempì le strade di processioni con lui in scena, davanti a tutti, in mezzo a una città che lo guardava passare.
Se componere
C’è un ultimo strato, ed è quello che mi ha tenuto sveglio.
Il concilio di Trento aveva prodotto un ritratto ideale del vescovo. Borromeo lo prese e ci si mise dentro. De Certeau dice che si identificò con quell’immagine, la nutrì con la propria vita, fece del proprio corpo il sacramento di quel ritratto, e ne fu il martire prima di diventarne la rappresentazione. La regola data ai preti dal concilio era se componere: comporsi, conformarsi al ruolo.
Federico Borromeo, che gli successe sulla cattedra di Milano, lo riassunse in una battuta che vale un trattato: era uno che mai non si scardinalava, ed era un vescovo che mai non si svescovava.
A ventitré anni aveva fondato in Vaticano l’Accademia delle Notti Vaticane, dove si leggevano Cicerone, Livio, Lucrezio, Virgilio. Quell’accademia abbandonò a poco a poco la letteratura profana per i soggetti sacri, e nel settembre del 1565 tenne l’ultima seduta. Si potò da sé, prima di potare gli altri. Morì a quarantasei anni, consumato, dentro quel personaggio.
La maschera che si toglie
Adesso guarda il comico. Calza la maschera di cuoio, fa il Magnifico per due ore, la posa sul tavolo e va a mangiare.
Quel gesto, la maschera che si toglie, è la confutazione vivente di tutta la vita di Carlo Borromeo. Dimostra che la trasformazione è reversibile, che si può entrare e uscire da un’identità, che l’uomo non coincide con la parte.
Se il comico ha ragione, allora anche il sacrificio del santo è un costume, solo indossato più a lungo.
Una cosa così non la puoi tollerare in piazza il sabato.
Le compagnie cacciate non sparirono
Le compagnie cacciate non sparirono: si spostarono. I Gelosi raggiunsero la corte di Francia, i Confidenti la Francia e la Spagna, gli Accesi la Francia e le terre dell’impero. All’inizio non riuscivano a farsi capire, e allora, raccontava Fo, spinsero al massimo il gesto e inventarono uno sproloquio onomatopeico fatto di suoni senza lingua, il grammelot.
Sulla parola, però, Fo aveva torto, e chi glielo dice ha un nome. Stefania Stefanelli, che firma la voce grammelot nell’Enciclopedia dell’Italiano della Treccani, scrive che al contrario di quel che sosteneva lui le prime attestazioni del termine sono recenti, stanno nella seconda metà del Novecento, e che è stato proprio grazie a Fo che quella parola è entrata e si è diffusa in italiano. L’etimologia resta incerta, e la pista più battuta porta al francese grommeler, borbottare.
Quindi la parola è sua. Il resto no, e sul resto ha ragione lui. Chiunque abbia recitato davanti a una platea che non parla la sua lingua sa che ha ragione. Il corpo e il suono arrivano dove la parola non arriva. Da quel guaio la Commedia dell’Arte uscì attrezzata. In Italia era in embrione. Fuori si prese l’Europa.
La repressione non produsse silenzio
Chiudendo quel messaggio, Fo lancia una provocazione: l’unica soluzione alla crisi è sperare che contro di noi si organizzi una forte cacciata, una nuova diaspora di commedianti, da cui sortiranno vantaggi inimmaginabili per una nuova rappresentazione.
La repressione non produsse silenzio. Produsse tecnica.
E resta il fatto più duro da digerire, quello da tenersi stretto se fai questo mestiere e ti sembra che non conti niente. Nessuno spende vent’anni della propria vita, concili, sinodi, omelie, editti e minacce agli osti, per fermare una cosa inefficace.
Quattro secoli fa il più organizzato apparato di persuasione d’Europa ha guardato a lungo un uomo in piedi su quattro assi da mercato, ha capito con precisione cosa stava facendo, e ha deciso che andava fermato.
La condanna è la perizia
Ecco la risposta alla domanda dell’inizio. Chi ti ha ostacolato non ti aveva frainteso. Ti aveva valutato. La condanna è la perizia, ed è la misura di quanto pesa la presenza di un corpo davanti a una platea.
Torna in piazza Manfredi
Da un anno vivo a Roma. La città che nel 1584 gli rispose di lasciar perdere, tanto qui si recitava lo stesso, in casa di un cardinale. Ci lavoro, ci provo, ci cammino la sera.
E ogni volta che torno a Oria, in piazza Manfredi, lui è ancora lassù. Da un lato il patrono, dall’altro il padrone, e in mezzo un orologio che continua a contare. Lui la parte non se la toglie.
Io la maschera me la tolgo. È tutto quello che ho da rispondergli.
La foto in cima a questo articolo l’ho scattata io, quando di quell’uomo sapevo solo il nome. Adesso so il resto, e vedo pure il dettaglio che allora mi era sfuggito: al suo fianco hanno bullonato una telecamera di sorveglianza. Quattro secoli, e il mestiere è rimasto quello: guardare la gente e decidere.
E continuo a guardarla.
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