Come si diventa attori

Immagine creata con chatGPT.

Primavera del 1990, gita a Napoli ai tempi del liceo. In una vetrina vedo una copertina nera con su scritto Fare l’attore. Prezzo: 42.000 lire (21,70 € di oggi). Non avevo con me i soldi. Me li feci prestare da un compagno. La domanda che avevo in testa era una sola: come si diventa attori? Sul pullman del ritorno lo divorai. Nelle settimane successive lo lessi e lo rilessi. Non pensavo ad altro. Me lo chiedo ancora oggi, a 52 anni, e voglio parlarne in questo articolo a beneficio di chi quell’interrogativo se l’è posto almeno una volta nella vita.

A dire il vero quella domanda me la ponevo già a cinque o sei anni, quando non guardavo i cartoni animati ma i telefilm americani. Tra anni Settanta e Ottanta non si chiamavano serie tv. Io li guardavo e sognavo di andare in Virginia sul set di Alla conquista del West e diventare un Macahan. A volte volevo essere un capo indiano: prendevo le penne dei volatili dello zoo vicino casa e me le appiccicavo in testa. Al primo tema delle elementari, “Che mestiere vuoi fare da grande”, scrissi che volevo comprarmi un cavallo e un revolver e andare in America a fare l’attore nei film western.

Negli USA non ci sono andato, almeno per ora. E nei western, che oggi si girano anche in Puglia, non ho ancora lavorato. Ma ho continuato a farmi quella domanda e l’attore l’ho fatto. E credo che continuerò.

Qui sta il punto, ed è meno romantico di come sembra. Jeff Goins, nel suo Real Artists Don’t Starve, lo dice con una formula che mi torna spesso in testa: l’artista che muore di fame crede che artisti si nasca, quello che prospera sa che lo si deve diventare. Non è una frase da poster motivazionale. È una scelta di campo. Vuol dire che la domanda “come si diventa attori” non è la premessa del mestiere: è il mestiere.

Te la poni ogni mattina e rispondi con un’azione, non con un’emozione. Un casting in più. Un corso. Un libro. Dei film guardati per studiarli, non per svagarsi. Poi arrivano le altre domande, tipo che cos’è la recitazione oppure cosa si studia a scuola di recitazione oppure ancora come recitare. Ma vengono dopo, e solo se la prima resta viva.

C’è chi la pensa in modo opposto. Christian De Sica, per esempio, consiglia ai principianti di provarci un anno o due e, se non succede niente, lasciar perdere. Capisco la logica: è un consiglio prudente, vuole evitare illusioni a chi non ha la stoffa per reggere il mestiere. Ma poggia su un’idea che non condivido, quella di una scadenza oltre la quale la risposta arriva o non arriva. Nella mia esperienza le cose vanno in un altro modo.

Ci sono mesi interi senza un set, senza una chiamata, con il telefono muto e i conti che non aspettano. Paghi le bollette con un lavoro qualsiasi e la sera studi un monologo per tenere alimentata la fiamma. Parti da Oria con una valigia e arrivi a Roma, dove nessuno ti conosce, e devi ricostruire tutto da capo, faccia per faccia, provino per provino.

Il primo film, L’amore ritorna con Rubini, lo giri nel 2003 e pensi di avercela fatta. Invece quello è solo l’inizio di una corsa che non finisce. Il successo è instabile: non sai se arriva, quando arriva, quanto dura. L’ho raggiunto più di una volta e ogni volta ho dovuto ripartire da zero. Undici film, il teatro, Mistero Salentino, e ancora oggi la domanda resta quella del ragazzo sul pullman. Un anno o due non bastano nemmeno a capirla, figurati a darle risposta. La verità che nessuno ti dice è questa: non esiste un traguardo che chiude il conto. Esiste solo il ricominciare.

Per questo il paragone che mi viene è quello della vocazione, non per misticismo ma per il tipo di fatica che richiede. Come chi è chiamato a un’impresa difficile, sei entusiasta e insieme ti chiedi: perché proprio io? Chi me lo fa fare? Non conviene lasciar perdere?

Ti sta piacendo? I ventuno segreti per appunti geniali sono raccolti nel libro su Amazon. Disponibile adesso su Amazon · Kindle 7,99 €

La differenza è che qui non si tratta di un dono ricevuto, ma di una disciplina ripetuta. Goins ha ragione, artisti si diventa. Però lo si diventa rifacendo ogni giorno la scelta che gli altri credono tu abbia avuto in dono dalla nascita. È in quel punto che vocazione e lavoro smettono di essere due cose distinte.

E intorno a te ci sarà chi scoraggia invece di incoraggiare, chi molla e ti mette in testa la stessa idea, chi non crede in te. Quando capita, rileggi la mia Lettera a un amico artista. Poi torna alla domanda.

Perché in fondo sono ancora quel ragazzo davanti alla vetrina di Napoli, con le 42.000 lire chieste in prestito e un libro nero in mano. La copertina prometteva una risposta. Trentasei anni dopo so che dentro non c’era: c’era solo la domanda, quella giusta. Ed è bastata.

E tu, quando te la sei fatta la prima volta quella domanda? Davanti a quale vetrina, a quale film, a quale tema di scuola? Raccontamelo qui sotto nei commenti. Le storie migliori partono sempre da lì.

I 21 segreti per appunti geniali

E se il problema non fossero mai stati i tuoi appunti?

Ventuno segreti operativi per trasformare gli appunti da copia muta a strumento vivo del tuo pensiero. Dal segno rupestre al taccuino digitale.

Disponibile adesso su Amazon · Kindle 7,99 €
Prendi il libro su Amazon

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *