Cinema o teatro, dal vivo o davanti a una macchina da presa: sembrano tipi di recitazione diversi. In fondo ne esiste uno solo, quello dell'attore che funziona in scena.

Sei più attore di cinema o di teatro?
Me lo chiedono spesso, e la risposta breve è che non c’è da scegliere: non sono due mestieri, è uno. Per crederci però devi arrivare in fondo, dove c’è un attore che recita benissimo senza sentire niente. E non è un fenomeno raro.
È settembre, le scuole riaprono le iscrizioni e i corsi ripartono. Chi ha deciso che quest’anno ci prova davvero si mette a cercare, e la prima cosa che cerca è quanti tipi di recitazione esistono. Sembra una domanda innocua. È una piccola trappola, perché dà per scontato che la recitazione sia un insieme di specie diverse e che il gioco sia scegliere la tua. Non funziona così, e le differenze che ti sentirai elencare servono a leggere il contesto in cui reciti, non a dirti a quale famiglia appartieni.
Cinema e teatro non sono due mestieri
La differenza più grossa che tutti vedono è tra la macchina da presa e la sala. Davanti all’obiettivo c’è come uno zoom sul tuo corpo: il primo piano amplifica da solo ogni piccola espressione, e allora devi togliere, non caricare. A teatro invece l’ultima fila in fondo esiste, e la voce e il gesto devono arrivarci.
Da qui l’idea di una recitazione asciutta al cinema e ampia a teatro. Ma è lo stesso attore che passa dall’una all’altra, e quando ci passa non gli cambiano il mestiere: gli cambiano lo spazio, che detta la misura di quello che fai. La prima cosa che ti tolgono è l’attrezzatura, e reciti lo stesso.
Poi ti tolgono la faccia
Prendi la commedia dell’arte, viva ancora oggi. Si recitava a soggetto, sui canovacci, finché Goldoni non fissò quel repertorio in commedie scritte. Chi la pratica lavora con la maschera addosso, con certe pose fisse, con l’obbligo di inventare sul momento.
La maschera non è un’invenzione da museo: sta all’inizio di tutto. Nel teatro greco delle origini, a metà del VI secolo avanti Cristo, un attore che la tradizione chiama Tespi si staccò dal coro per rispondergli e se la mise per diventare un altro. Prima di lui, sulla scena, c’era solo un coro che raccontava. Ti portano via l’espressione del viso, cioè quello che al cinema ti hanno appena detto di curare al millimetro, e reciti lo stesso.
Poi ti tolgono il testo
C’è chi ti dirà che il teatro di prosa, dove a ogni attore tocca una parte, è un’altra cosa rispetto al teatro epico, dove Dario Fo le faceva tutte da solo. È vero il contrario: proprio Fo dimostra che il mestiere è uno, tirato fino a riempire un palco intero con un corpo solo.
E quando il copione sparisce del tutto, nell’improvvisazione l’attore è insieme autore, regista e scenografo. Più responsabilità, non un’altra natura. Ti tolgono le parole scritte e la gente con cui darti i tempi, e reciti lo stesso.
L’attore che non sente niente
Eccoci all’uomo che ti aspettava. Su un set la stessa inquadratura si rifà finché il regista è contento. Le prime volte l’emozione arriva da sola, poi arriva il ciak in cui non arriva più: stessa luce, stessa battuta, e io dentro non sento niente. Quella è spesso la buona. Non perché mi sono svuotato, ma perché il lavoro ha preso il posto del sentimento: so dove tenere gli occhi, quanto abbassare la voce, quando fermarmi mezzo secondo prima. Quello che riesci a ripetere uguale a freddo è quello che hai imparato per davvero.
Fermiamoci un attimo prima dell’ultimo passo. Questa catena la risali tu, indietro nel tempo, e a ogni anello guarda che cosa gli hanno tolto.
- Oggi, su un setHai tuttoIl copione in mano, chi ti dà la battuta davanti, il primo piano che amplifica ogni cosa e il montaggio che alla fine sceglie il ciak migliore per te.
- 1969, Mistero buffoTi tolgono gli altriDario Fo entra da solo e fa tutte le parti. Niente partner, niente scenografia: un corpo solo tiene una piazza intera.
- 1830, esce Il paradosso sull’attoreTi tolgono l’emozioneDiderot lo aveva scritto prima di morire e il libro arriva dopo: il grande attore non prova quello che mostra, lo costruisce a freddo, e per questo lo ripete uguale.
- 1750, le sedici commedie di GoldoniTi tolgono il copionePrima che Goldoni fissasse quel repertorio in commedie scritte si recitava a soggetto, sui canovacci: la trama c’era, le parole te le trovavi in scena.
- 534 a.C., AteneTi tolgono la facciaTespi si stacca dal coro per rispondergli e si mette una maschera per diventare un altro. Prima di lui, sulla scena, c’era solo un coro che raccontava.
Quello che Diderot aveva già scritto
A questa cosa ha dato un nome Denis Diderot, in un libro uscito dopo la sua morte, Il paradosso sull’attore: il grande attore non prova le emozioni che mostra, le costruisce con lucidità e sangue freddo, ed è per questo che le ripete uguali sera dopo sera, mentre chi si affida al sentimento del momento dà prove diseguali.
Ribalta un’idea antica, che già Orazio metteva in versi: per far piangere gli altri, prima devi piangere tu. È la stessa dinamica di cui ho parlato a proposito dell’attore e del teologo. L’attore di Diderot non è un tipo tra i tipi: è uno che sa far funzionare la scena, e la fa funzionare uguale davanti all’obiettivo e davanti all’ultima fila.
Non ci sono tipi di recitazione, ci sono stanze
Sei più attore di cinema o di teatro?
Quello che hai in mano non è una gabbia con dentro le specie. È una mappa dei posti in cui ti tocca lavorare: l’obiettivo, l’ultima fila, la maschera addosso, il palco senza copione, il ciak in cui non senti niente. Cambia il posto e cambia quello che aggiungi e quello che levi. Il cinema e il teatro non sono due porte diverse: sono due stanze della stessa casa, e la casa è una sola.
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