
Quante delle previsioni che hai letto lo scorso dicembre ti ricordi, oggi?
Tienila da parte, la domanda: ci torno in fondo. Intanto una confessione. Questo articolo, in una vita precedente, era una di quelle previsioni, “tre tendenze per l’anno che verrà”, e l’avevo scritto io. Come tutte le previsioni con un anno stampato addosso, è invecchiato nel giro di dodici mesi: una cartolina di un posto dove ormai abita qualcun altro.
C’è chi qui alza la mano: “E allora basta aggiornarlo, ci metti l’anno nuovo”. E invece no. Cambiare l’anno non cura niente, ripete la malattia. Perché il guaio non sono le previsioni sbagliate. Il guaio è che stiamo guardando la cosa sbagliata.
Così ho fatto quello che di solito non si fa: invece di aggiornare l’anno, l’ho tolto. E sotto l’anno ho trovato quello che non scade.
Le tendenze sono schiuma. Si accendono sui titoli a dicembre e cambiano nome il dicembre dopo. Sotto la schiuma scorre una corrente, fatta di poche forze lente e testarde, che muovono il teatro e il cinema da molto prima di noi. Non sono novità da rincorrere: sono tensioni da abitare. Ne riconosco tre.
Prima forza: la macchina aggiunge, l’artista toglie
C’è sempre uno strumento nuovo che promette di fare al posto tuo. Ieri era il sonoro, che avrebbe ucciso l’attore del muto. Poi la televisione, che avrebbe ucciso il cinema. Poi il digitale. Oggi quella cosa che chiamano intelligenza, e che di intelligente ha poco e di artificiale ha tutto. L’annuncio è sempre lo stesso: la tecnica ci sostituisce. E il risultato è sempre l’opposto. Più la macchina impara a imitare, più diventa raro e caro ciò che non si lascia imitare: un corpo che rischia davanti a un altro corpo.
L’ho scritto altrove: l’attore è un pugile e lo spettacolo è un ring. Nessuno compra il biglietto per vedere un pugile che non può essere colpito. Si paga per il rischio, per il colpo che potrebbe arrivare. Ecco la forza, e non ha data: la macchina aggiunge, cioè pixel, tracce, versioni, ore risparmiate, mentre l’arte fa il mestiere contrario, che è togliere. È l’umanoscritto: non ciò che una macchina non sa fare, ma ciò che ha senso solo se lo fa una persona, con la sua fatica dentro. Lo sceneggiatore che scompare dentro il film. L’attore che sbaglia il respiro e proprio lì ti fa piangere. La tecnica non ruba spazio all’artista: gli toglie le scuse. Quando lo strumento sa fare tutto il resto, resti tu, con quello che sei disposto a mettere sul ring.
Il primo umanoscritto lo fa chiunque, molto prima di salire su un palco: è un appunto preso a mano, mentre una macchina si offre di prenderlo al posto tuo. Lì comincia tutto, nel gesto di trattenere qualcosa con la propria grafia invece di delegarlo a chi non c’era. Ci ho scritto sopra un libro, I 21 segreti per appunti geniali, disponibile su Amazon: ventuno modi di tenere la penna in mano quando tutto ti dice di posarla. È la prima forza in scala minima, sul tuo quaderno prima che sul ring.
Seconda forza: la platea si allarga e chiede di vedersi
Per secoli sul palco e sullo schermo sono comparse le stesse facce a raccontare le stesse vite. La spinta che viene dal basso non è nata con l’anno giusto e non se ne andrà con un altro: è antica quanto il coro greco, cioè la città che sale sulla scena per guardare sé stessa. È la stessa fame che portò la Commedia dell’arte nelle piazze e i dialetti sotto le finestre, che mise Pulcinella accanto ai potenti a dire ciò che i potenti tacevano.
Chi la tratta come casella da spuntare, la quota, l’etichetta di stagione, la tradisce, e si vede: viene fuori il personaggio-manifesto, di cartone, che non convince nessuno. Chi la prende per quello che è, un pubblico più largo che bussa alla porta e vuole riconoscersi, trova storie che prima non si potevano nemmeno pensare. Dario Fo non “includeva”: andava a riprendere le voci che il teatro ufficiale aveva lasciato per strada, e ci costruiva sopra un mestiere. La platea che si allarga non è un dovere morale da esibire in vetrina. È materia nuova per chi racconta. Chi la spreca lo fa a proprio danno.
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Terza forza: un set è una piccola città, e il conto ora si paga
Ogni produzione accende un mondo in miniatura: consuma, sposta, costruisce, butta, e poi si spegne. Per molto tempo quel conto non lo teneva nessuno. La forza che avanza è la fine del non tenerlo. Non la chiamo con l’etichetta verde di stagione, che tra poco ne avrà un’altra: la chiamo con la domanda vecchia dell’artigiano onesto, quello della bottega che campava a un soldo. Quanto di ciò che uso serve, e quanto è spreco che mi racconto come necessario?
È via negativa applicata alla scena. Nel Medioevo l’artigiano e il cantastorie erano la stessa persona: fabbricava e narrava allo stesso banco, e non buttava niente perché niente avanzava. Tornare leggeri non è una moda da certificare con un bollino. È mestiere antico: ciò che pesa senza servire, prima o poi ti trascina a fondo, il set come la vita. Si diventa più solidi per sottrazione, non per accumulo.
Forze, non tendenze
Tre forze, non tre tendenze. Senti la differenza? Una tendenza ti dice cosa comprare quest’anno. Una forza ti dice da che parte tira il vento da sempre. La tendenza invecchia; la forza ti mette al lavoro.
Il teatro l’hanno dato per morto cento volte, al sonoro, alla radio, alla tv, al digitale, e adesso a quell’intelligenza che non è né intelligente né artificiale. È ancora qui, e non per miracolo. È qui perché sotto non c’è una tecnica: c’è una relazione. Due presenze, una che rischia e una che guarda. Nessuna macchina l’ha mai rimpiazzata, per la ragione più ovvia: quella relazione non è fatta per essere sostituita, è fatta per essere condivisa. Le tecnologie passano da comparse. Quel legame tra chi è in scena e chi ascolta è il protagonista da sempre, e non ha intenzione di uscire.
E adesso torniamo alla domanda dell’inizio: quante previsioni dello scorso dicembre ti ricordi? Quasi nessuna, ed è giusto così, perché erano schiuma. Le forze non si ricordano: si abitano. Perciò smetto di indovinare l’anno e torno al mestiere che dura. La domanda che ti lascio non è quale trend seguirai a gennaio. È più scomoda: cosa stai costruendo, oggi, che resterà vero quando l’anno sul calendario non conterà più niente?
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