Perché una foto ti inchioda e mille scivolano via

Ti è mai capitato di esserti già alzato per uscire da un posto?
E di ritrovarti inchiodato alla sedia da una sola immagine?
A me è successo una sera, e c’entra la forza delle immagini: due scatole di fotografie rimaste chiuse dentro una casa per più di cinquant’anni. Perché non riuscissi a muovermi l’ho capito solo la mattina dopo. Ci arrivo, ma parto da quella sedia.
E lo racconto adesso perché fra due settimane si ricomincia: dal 18 al 23 agosto Vicoli Corti, il festival che chiamano Cinema di periferia, torna a Massafra per la ventunesima volta. Se ci vai, ti auguro la stessa sedia.
La sera in cui volevo andarmene
Era una sera di agosto del 2021. Davano corti ben fatti: sceneggiature solide, buona fotografia, gente in gamba dietro la macchina da presa. Mi stavo alzando dopo le prime proiezioni, con un po’ di fame e qualche ora di sedia sulle spalle, quando parte il documentario in programma, Due scatole dimenticate di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli. Cinquantasette minuti che sulla carta temevo lunghi. Non mi sono più mosso.
Ti bastano pochi secondi di trailer per sentire il peso di quelle fotografie.
Due scatole dimenticate in casa
La ragione l’ho afferrata la mattina dopo, e non era la fame che passa né la pazienza. Era la forza delle immagini. Non parlo di sangue, di corpi a terra, di violenza messa lì per scuotere. Parlo di due cose semplici e difficilissime da tenere insieme: l’economia dell’immagine e la sua composizione. Un’inquadratura che dice molto perché toglie, non perché aggiunge.
Quelle foto Cecilia Mangini le aveva scattate tra il 1964 e il 1965, nel Vietnam del Nord, dove era rimasta tre mesi mentre gli americani bombardavano, insieme a Lino Del Fra, regista e suo marito. Il film che volevano montare non nacque mai, fermato proprio dalle bombe. I negativi invece restarono, chiusi in due scatole dentro casa sua, per più di mezzo secolo. Sono riemersi per caso quando lei aveva passato i novant’anni. Li ha rimessi in ordine con Pisanelli e poco dopo, il 21 gennaio del 2021, è morta a novantatré anni, prima documentarista italiana. A parlare, alla fine, sono rimaste le immagini.
La forza delle immagini è quello che togli
Ecco il punto che mi teneva sulla sedia. In questa clip Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli raccontano il film, e in mezzo alle loro parole passano le fotografie scattate in Vietnam.
Le sequenze tengono l’attenzione non perché siano ricche, ma perché sono spoglie. Nessun artificio che si vede. Sotto c’è tutto un lavoro, inquadrature, montaggio, musica, post-produzione, ma in superficie resta solo l’essenziale. È la stessa cosa che ho imparato con gli appunti e con l’ascolto: la potenza non sta in quanto aggiungi, sta in quanto hai avuto il coraggio di togliere.
Un’immagine che regge da sola
Un’immagine forte, tra l’altro, è anche un’immagine che regge da sola. Non ha bisogno di una didascalia che la puntelli, e non cambia senso appena qualcuno la stacca dal suo contesto per farle dire quello che gli fa comodo, come succede con le fallacie della decontestualizzazione.
Le domande che quasi nessuno si fa
Vale per un documentario come per una storia su Instagram, per uno spettacolo come per un talk. Prima di mostrare qualcosa a qualcuno, la domanda da farsi non è quanto sia bello quello che ho girato. È un’altra: che cosa vedranno davvero gli occhi di chi guarda? Quale immagine racconta di più nel minor tempo possibile? Sembrano domande scontate. Quasi nessuno se le fa.
Torna a quella sedia
Torna alla sedia, alla sera in cui volevo andarmene. Mi ha fermato una regista che sapeva cos’è la forza delle immagini al punto da lasciarne due scatole a sopravvivere a un film mai nato, alla guerra, a se stessa. Le cose ricche invecchiano. Quelle spoglie restano lì, aperte, ad aspettare qualcuno che si rimetta seduto. Fra due settimane, una di quelle sedie è libera.
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