Santa Maria del Casale, tra leggende ed ex voto

Un ragno, un processo ai Templari e un cavaliere che possedette la Sindone, dentro una chiesa stretta fra un aeroporto e il filo spinato.

La facciata di Santa Maria del Casale a Brindisi, in fasce di carparo ocra e pietra bianca, con il portale ogivale al centro
La facciata bicroma della chiesa di Santa Maria del Casale a Brindisi, con il portale ogivale sormontato dal protiro pensile, le fasce orizzontali di carparo ocra e pietra bianca e i motivi geometrici a zigzag e a scacchiera. Foto di Giuseppe Vitale.

Per che cosa saresti disposto a morire?

Tieni da parte la risposta. Quella di un altro uomo è ancora lì, dipinta su un muro di Santa Maria del Casale, la chiesa di Brindisi incastrata fra i capannoni di un aeroporto militare e una rete di filo spinato. Ma prima di arrivare a lui c’è di mezzo un ragno.

Ci sono entrato la prima volta il 28 settembre 2021, nel tardo pomeriggio, con Salvatore, un amico di peregrinazioni salentine. Ci siamo andati per guardare degli affreschi. Ne siamo usciti con addosso una domanda che con l’arte non c’entra niente.

Un non-luogo con la facciata di una moschea

Il posto è un non-luogo. Vetri rotti per terra, di qualche parabrezza sfondato dai ladri. Le auto di chi parcheggia lì per non pagare le tariffe dell’aeroporto civile. Poco più in là le sagome degli aerei di linea, gli hangar, i depositi della seconda guerra mondiale dietro il filo spinato. Ci arrivi dal centro prendendo la via per San Vito dei Normanni, e giri dopo la caserma dei pompieri.

Poi alzi gli occhi. La facciata gioca su due colori, l’ocra del carparo e il bianco della pietra di Carovigno, in fasce orizzontali e motivi geometrici a zigzag, a spina, a scacchiera. Ti farebbe pensare a una moschea, o a certe chiese di Firenze e di Pisa, che da qui raggiungi con mezz’ora di volo. Non sono l’unico a esserne rimasto preso: lo storico dell’arte Gaetano Curzi ci ha scritto sopra un libro intero, Santa Maria del Casale a Brindisi. Arte, politica e culto nel Salento angioino, per leggere in quelle pietre la politica e la devozione degli Angiò.

Il giudizio appeso sopra la porta d’uscita

Dentro, quando l’occhio si riprende dal buio, trovi una navata unica, il soffitto a cassettoni di legno e quel che resta di affreschi che un tempo coprivano tutto. Sono rimasti nascosti per oltre due secoli sotto la calcina e gli altari barocchi.

Se ti volti verso il portone, sulla controfacciata c’è il Giudizio Universale in quattro scomparti, firmato da Rinaldo da Taranto. Una parete intera costruita per ricordarti, mentre esci, che il conto prima o poi si fa. Sulla parete di sinistra c’è un Albero della Croce a dodici rami, uno per apostolo, con dentro l’araldica della città.

Il ragno che coprì il volto della Madonna

Affreschi trecenteschi nella cappella angioina di Santa Maria del Casale, con un’icona bizantina della Madonna col Bambino
Particolare della cappella angioina: una Crocifissione affrescata e, sotto, l’icona bizantina della Madonna col Bambino. Foto di Giuseppe Vitale.

Prima della chiesa, qui c’era poco: una cappella piccola, forse una semplice edicola votiva, con dentro un’icona bizantina della Madonna col Bambino. La tradizione racconta che davanti a quell’immagine si fermò Francesco d’Assisi, di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa fra il 1219 e il 1220. Un ragno aveva teso la sua tela sul volto della Madre di Dio. Lui si mise a parlargli, e il ragno disfece la tela.

Un ragno che di notte scuce quello che ha intrecciato è Penelope. E l’icona finì sull’altare maggiore della chiesa costruita un secolo dopo, dove andò distrutta nel 1919, durante i restauri. Un ragno la coprì per una notte, un cantiere la cancellò per sempre.

Una freccia, una fonte, un paese che nasce

Una leggenda ne chiama un’altra. Il 14 settembre 1310 Filippo d’Angiò, principe di Taranto, era a caccia poco lontano. Una freccia rimbalzò e lo mancò. Presso una fonte trovò il muro di un’antica chiesa con dipinta un’immagine bizantina della Vergine. Lì volle una chiesa nuova, tolse le tasse a quelle terre per attirarci gente e le ribattezzò Franca Villa: è la nascita di Francavilla Fontana.

Sua moglie, sposata a Fontainebleau il 30 luglio 1313, era Caterina di Valois, e portava un titolo che è quasi una parabola: Imperatrice titolare di Costantinopoli, dal 1308 fino alla morte, sovrana di un impero che per lei stava solo sulla carta. Fra il nome di una cosa e la cosa può passarci un mare intero. Nel transetto tornano le storie di Santa Caterina d’Alessandria, a cui era devota.

I fili del ragno e i fili dei racconti sono gli stessi: ogni finale è l’inizio della storia dopo, come faceva Sherazade per non morire all’alba. Le pareti di questa chiesa si tengono per mano così.

Nel 1310 qui dentro processarono un ordine intero

E poi c’è una storia che non è una leggenda. Fra il maggio e il giugno del 1310 questa chiesa e i locali annessi furono la sede del processo ai Templari del Regno di Sicilia, davanti a una commissione di ecclesiastici papali e locali. Uomini che avevano giurato di morire per un’idea, seduti qui dentro a farsi chiedere in che cosa credessero davvero. Due anni dopo l’ordine non esisteva più.

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I graffi di chi non sapeva se sarebbe tornato

Una piccola croce incisa a mano nella pietra bianca del muro esterno di Santa Maria del Casale
Uno dei graffiti sul muro esterno: una croce incisa a mano nella pietra, accanto a una crepa. Foto di Giuseppe Vitale.

Sulla parete di destra, vicino all’ingresso antico, ci sono incisioni fatte a mano: croci, navi, scudi, persino un volto di Madonna. Le lasciava chi stava per imbarcarsi verso le Terre d’Oltremare. In questo santuario si raccomandava l’anima a Maria prima di partire, e qui si tornava a sciogliere un ex voto.

Un graffito è un disegno su un muro. Questo è un’altra cosa: è la mano di chi non sapeva se sarebbe tornato che scava la pietra per dire io sono passato di qui. È l’antenato di quello che altrove ho chiamato umanoscritto: non il segno, ma il gesto umano che lo firma, quello che nessuna macchina può fare al posto tuo.

Santa Maria del Casale e il cavaliere della Sindone

Fra gli stemmi dipinti su queste pareti ce n’è uno che ha un nome. Marcello Semeraro ha identificato qui una committenza di Geoffroy de Charny: un affresco votivo fatto dipingere fra il 1344 e il 1346, all’andata e al ritorno dalla crociata di Smirne. Di lui ho già scritto, dopo aver inseguito per anni una storia falsa sulla Sindone e poi averla smontata.

Charny è il primo possessore noto della Sindone di Torino, e fu lui a fondare la chiesa di Lirey dove quel lenzuolo comparve la prima volta. Morì il 19 settembre 1356, nella battaglia di Poitiers, difendendo il suo re con il proprio corpo. Un uomo che ha dato la vita per l’idea di cavaliere che si portava dentro, e che prima di quella fine ha lasciato la sua firma qui, dove adesso scricchiolano i vetri rotti.

Gli eroi che non sappiamo più nominare

Usciti, ci fermiamo a chiacchierare davanti alla facciata. Due anziani milanesi, marito e moglie, arrivati con l’autobus di città, ci sentono parlare e ci chiedono notizie. Salvatore parte con un paragone con Santa Caterina d’Alessandria a Galatina. Il discorso scivola sugli edifici, poi sulla Terra d’Otranto, poi sulle canzoni, su Modugno, e finisce su Al Bano e su Carrisiland, il resort con l’acquapark a Cellino San Marco.

Al Bano non è un idolo che si dimentica: canta da mezzo secolo, lo conoscono da Cellino a Mosca, e qualche sua canzone ti resta addosso pure quando non la ami. Ma lo teniamo caro per le canzoni e per le piscine caraibiche, non per un’idea per cui sarebbe pronto a cadere in battaglia. In sette secoli il posto dell’eroe è scivolato dal cavaliere che muore a Poitiers al cantante che ti regala una giornata all’acquapark.

Torna alla domanda del muro

In macchina provo a pensare a un idolo dei ragazzi di oggi e faccio fatica, perché quasi non ne conosco. Ma la sensazione che mi porto addosso non riguarda loro.

Per che cosa saresti disposto a morire? Charny la sua risposta l’ha lasciata scritta dove nessuno la cerca, fra un aeroporto e del filo spinato. La nostra, se c’è, non sappiamo più nemmeno dove inciderla.

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