Il teatro della coperta volante

Una sera a Oria il pubblico stava sul balcone e io in strada, sotto. Da quella posizione ho capito cosa vuol dire teatro di prossimità: si va a prendere la gente dove abita.

Una manta con un'ala sollevata scivola nel blu profondo come un panno che fluttua

Che voce ti viene, se devi farti sentire da uno affacciato al secondo piano?

Quella sera il mestiere non me l’ha insegnato un maestro. Me l’ha insegnato una coperta stesa ad asciugare. Ci arrivo, ma prima ti devo dire dove stavo io e dove stavano loro.

Il paese che si svuota due volte

Fine agosto è il momento in cui i paesi del sud si svuotano per la seconda volta. La prima è quella lenta, che dura tutto l’anno e non fa rumore. La seconda dura una settimana: le sagre chiudono, i parenti ripartono, le seconde chiavi tornano nel cassetto della cucina.

E torna la domanda di sempre, quella che nel mestiere del teatro non è mai teorica: dove si recita, dove non c’è una sala. Il teatro di prossimità comincia da lì: da un problema di indirizzo, prima ancora che di poetica. Nei piccoli centri la sala manca quasi sempre, e chi aspetta di averla attende per anni. Dei borghi che si spengono in cima ai monti ho già scritto a proposito di Totò e Leopardi. Qui la questione è più bassa e più pratica: c’è una corte, ci sono delle persone, e non c’è un palco.

Una sera a Corte Scarciglia

Durante la pandemia, mi chiamano a Corte Scarciglia, a Oria. Una delle corti più grandi e più belle che il sud conosca, di quelle chiuse fra le case, con le porte che si guardano. In quel periodo riunirsi era vietato. Avevo aderito subito al Teatro in Delivery ideato da Ippolito Chiarello: il teatro consegnato a domicilio, uno che bussa alla porta di casa e ti racconta una storia.

Bussare però non bastava. La difficoltà è arrivata prima ancora di aprire la valigia nella quale portavo qualche costume, una o due maschere, qualche oggetto: dove li metto, senza che stiano vicini fra loro e vicini a me. La corte era grande, ma una corte piena di sedie resta una corte piena di gente.

Allora ho detto ai padroni di casa e ai loro ospiti di salire sul balcone. Loro sopra, io giù in mezzo alla corte, con la testa e il corpo puntati al balcone.

La gerarchia che si rovescia

Nel teatro all’italiana l’attore sta più in alto e il pubblico più in basso. Ci hai fatto l’abitudine al punto da non vederla più, ma quella differenza di quota è una convenzione costruita, non una legge di natura: dice chi guarda e chi è guardato, chi porta e chi riceve.

Quella sera si è capovolta. Il pubblico stava sopra di me, e la distanza fra noi si era allungata di parecchi metri in verticale. Non me l’aveva spiegato nessuno, e nessun manuale diceva come si fa a esistere da lì sotto.

Il corpo costretto a crescere

Da sotto, per farti vedere per davvero, sei costretto a una cosa sola: diventare più grande di quanto sei. Eugenio Barba la chiama corpo dilatato, e la mette fra le voci del suo dizionario di antropologia teatrale. Un surplus di energia rispetto alla vita di ogni giorno, un equilibrio tenuto in bilico apposta.

Dentro di me quella sera lavoravano due spinte insieme. Una che saliva a cercare quelle facce sporte dalla ringhiera. Una che si apriva ai lati, per occupare la corte. La voce doveva fare la croce che faceva il corpo: salire e aprirsi in un colpo solo. Se mollavi una delle due spinte, sparivi.

Prima di arrivare alla coperta, tira il filo con me: un anello per volta, all’indietro.

Verde: la parola che usi in casa. Blu: la parola che parte per mare. Ambra: la prima volta che qualcuno la scrive. Rosso: dove il calendario finisce.
1su cento, quanto sei già risalito verso la prima manta
  • Oria, quella sera
    La manta sul balcone
    La coperta si stende ad asciugare sulla ringhiera, le si dà una scossa con le mani e si ripiega. In casa mia si chiamava così, e nessuno sapeva perché.
  • Oceano Pacifico, 1748
    Il pesce chiamato coperta
    Jorge Juan e Antonio de Ulloa pubblicano la relazione del viaggio nell’America meridionale. Dentro c’è un pesce largo e piatto che i marinai spagnoli chiamano manta, perché è largo e lungo come una trapunta.
  • Toledo, 1237
    Il lascito di un canonico
    Domingo, canonico di Santa María, detta testamento: «e mando a los arromes una manta e unos paños de lino». È la prima volta che la parola compare scritta, e vuol dire già coperta. Cinquecento anni prima del pesce.
  • Data ignota
    Fuori scala: mantum
    Lo spagnolo manta viene da manto, e manto dal latino tardo mantum, il mantello corto. Qui la catena esce dal calendario e non si può più contare.
In fondo alla catena non c’è una coperta e non c’è un pesce. C’è un panno che si porta addosso e che si muove insieme al corpo di chi lo porta.
Su quel balcone di Corte Scarciglia, quella sera, nessuna coperta era stesa. Chi faceva il panno, e con quale fatica, sta nelle righe che seguono.
Real Academia Española, Diccionario histórico de la lengua española, voce manta. Jorge Juan e Antonio de Ulloa, Relación histórica del viaje a la América Meridional, 1748.

La coperta che vola

E qui arriviamo alla coperta.

Un attimo, esco dal pezzo. Quello che stai leggendo è nato da un appunto: poche righe prese chissà quando, e una mappa per tenerle insieme. Funziona così per tutto quello che scrivo, e come si fa l’ho messo nel libro sugli appunti geniali. Ma torniamo al nostro articolo.

C’è un oggetto che su quel balcone ci sale da sempre, ed è la manta. A casa mia si chiamava così la coperta. La stendi bagnata, aspetti che asciughi, poi le dai una scossa secca con le mani e la ripieghi contro il petto: è il gesto più domestico che ci sia, e lo fanno da sempre le donne di ogni corte del sud.

La parola arriva dallo spagnolo manta, che viene dal latino mantum e mantellum, il mantello corto. E furono i marinai spagnoli, andando per gli oceani, a vedere quei pesci piatti e distesi che ondeggiavano sotto la superficie e a chiamarli con lo stesso nome: nella relazione di viaggio di Jorge Juan e Antonio de Ulloa la manta è battezzata così perché era larga e lunga come una trapunta. La coperta che ti scalda e il pesce che fluttua portano lo stesso nome.

Quella sera la manta era volata giù dal balcone. Non c’era più niente di steso lassù, c’ero io che facevo la coperta in mezzo alla corte. Il corpo si apriva e creava un’onda continua che parte dalle spalle e arriva alle dita, e faceva scivolare tutto il resto come se galleggiasse dentro l’acqua.

Il gioco diventava coprire e svelare le persone del balcone. Ammantarle, salire fino a sfiorarle, ritirarsi. E in quel contatto resta la sensazione del velluto che passa, che tocca i peli e li carica. L’attenzione funziona così, come una polarità che va a cercarsi il suo negativo.

Le storie dentro le pieghe

Una coperta scossa in aria si gonfia e si affloscia, e mentre lo fa disegna delle forme. È un cinema prima del cinema: guardi le pieghe e ci vedi facce e bestie. Come se un genio uscito dalla lampada avesse preso possesso della lana e si mettesse a raccontare da solo.

Le storie venivano dal repertorio popolare di Mistero Salentino. Ho recitato il culacchio dei due fratelli che guardano il campanile e ci tirano su l’asino. I culacchi sono racconti brevi, più brevi dei cunti, di solito satirici e con un fondo anticlericale, che in Salento passano di generazione in generazione. L’asino issato sul campanile ogni paese giura che sia suo, e non ha torto nessuno.

Poi è arrivato il cuntu del ciucciu cacaturnisi, l’asino che caca monete. E la fiaba di Cummarci Furmuculecchia, la comare formichella, per i bambini saliti lassù con i grandi. Roba che in una sala da trecento posti non avrei portato, e che su un balcone di corte era esatta.

Quello che non avevo capito mentre lo facevo

Due fratelli tirano un asino verso l’alto, verso la cima di un campanile, con una corda e tanta pazienza sbagliata.

Io stavo sotto un balcone e tiravo la mia voce e il mio corpo verso l’alto, verso delle facce sospese nel buio, con la stessa fatica e la stessa corda invisibile. La storia che raccontavo e la forma che il mio corpo prendeva per raccontarla erano la stessa cosa. Non l’avevo progettato: me l’aveva dato il posto.

Il posto peggiore mi aveva consegnato la storia giusta. E la voce che ti viene, quando devi farti sentire da uno affacciato al secondo piano, non è una voce più forte. È una voce più larga.

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2 pensieri su “Il teatro della coperta volante

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