A scuola di recitazione non si aggiunge, si toglie

La prima materia non è una materia: è la decolonizzazione del corpo, togliere le abitudini della vita di tutti i giorni prima di qualsiasi tecnica.

Volto di un giovane uomo senza espressione su fondo nero, immagine per l'articolo su cosa si studia a scuola di recitazione
Primo piano di un giovane uomo dal viso senza espressione. Foto di Alyona Grishina su Unsplash

Che fine fa la tua camminata quando ti accorgi che qualcuno ti sta guardando?

Cosa si studia a scuola di recitazione? Meno di quanto immagini. Le braccia che diventano di troppo, il passo che non torna più: tieni a mente quella goffaggine, perché è il punto da cui parte tutto il lavoro. La prima cosa che ti chiedono di fare lì dentro non è aggiungere niente a quello che sai già. È l’opposto, e ci arriviamo.

Settembre è il mese in cui le scuole di teatro riaprono le iscrizioni, ed è il momento in cui quella domanda torna a girare. Questo è il terzo articolo che dedico al mestiere. Nel primo abbiamo visto che cos’è la recitazione, nel secondo a cosa serve. Qui entro in aula.

Il giorno in cui ho smesso di provarci

Anni fa, nel gruppo di improvvisazione teatrale che avevo fondato con Ian Algie, facevamo l’esercizio del volto neutro. Nessuna maschera da indossare: è la tua faccia che deve diventare una superficie senza espressione, e devi muoverti in scena senza tradire un solo movimento del viso. Sembra poco. È una delle cose più difficili che ci siano.

Le prime volte ci mettevo un impegno enorme, e c’era sempre qualche muscolo che mi tradiva, un accenno di intenzione che spuntava da solo. Poi un giorno ho smesso di controllarmi, e mi è venuto bene. Non avevo imparato niente di nuovo. Avevo tolto l’ultima cosa che restava da togliere, cioè lo sforzo di riuscirci.

La decolonizzazione del corpo

Il corpo è lo strumento dell’attore, e prima di usarlo va liberato da una serie di abitudini che si porta dalla vita di tutti i giorni. Eugenio Barba e Nicola Savarese, nel loro L’arte segreta dell’attore, scrivono che non si lavora sul corpo o sulla voce: serve un corpo dilatato, una presenza in cui l’energia si muove in modo diverso da come si muove quando prendi un caffè o sali le scale.

In scena non puoi camminare come cammini per strada. Quel modo va smontato prima. Non ti insegnano un passo nuovo da sovrapporre al vecchio: ti sfilano di dosso il vecchio, finché il gesto non resta senza le sue difese.

Il vincolo serve, lo sforzo no

Attenzione a non confondere le due cose. La regola dell’esercizio era ferrea, non muovere un muscolo, e quella regola serviva. Non si dà fatto artistico senza vincoli, senza ostacoli: un attore è interessante nella misura in cui riesce a individuarli e a misurarsi con essi, quasi si costruisse da solo degli handicap, fisici e di pensiero.

Il vincolo però sta fuori di te, il controllo sta dentro. Il primo ti tiene in piedi, il secondo ti tradisce sul viso. Il paradosso è che proprio perché la regola era severa, l’unico modo di rispettarla era lasciar cadere la voglia di rispettarla.

Fermiamoci qui. Prima di tornare in aula c’è una storia che conviene guardare invece che leggere: tira il filo con me, un anello per volta.

Verde: chi comincia. Blu: chi rinuncia. Grigio: gli anni in cui non succede niente. Ambra: chi lo prende in mano. Rosso: quello che ne esce.
20su cento, quanto quel marmo vale agli occhi di chi lo guarda
  • Firenze, 1464
    Il primo che ci prova
    Agostino di Duccio comincia a sbozzare un enorme blocco di marmo per l’Opera di Santa Maria del Fiore. Lo lascia a metà.
  • Firenze, 1475
    Il secondo che rinuncia
    Antonio Rossellino ci rimette mano e si ferma anche lui. Il marmo è grande ma di qualità mediocre, e la voce che gira è che sia guasto.
  • Cortili dell’Opera, 1476-1501
    Venticinque anni fermo
    Il blocco resta lì, all’aperto. Tutti gli passano davanti. Nessuno ci vede dentro niente.
  • 16 agosto 1501
    Lo danno a un ragazzo
    L’Opera assegna quel marmo a Michelangelo, ventisei anni. Sei fiorini d’oro al mese, due anni di tempo.
  • Firenze, 1504
    Esce il David
    Dal blocco scartato viene fuori una figura alta oltre quattro metri. Il 18 maggio la portano in piazza della Signoria.
Dal 1464 al 1504 dentro quel blocco non è entrato niente. Nessuno ci ha aggiunto un grammo di marmo.
Quello che è cambiato, e che vale anche per te che leggi, sta nelle righe che seguono.
Opera di Santa Maria del Fiore, Firenze, documenti dell’allogagione del 16 agosto 1501.

Un blocco che nessuno voleva

Quel marmo nessuno lo voleva, e per quarant’anni non è cambiato niente nella pietra. È cambiato chi la guardava. Michelangelo mise poi la sua idea di scultura in una riga sola, scrivendo a Benedetto Varchi nel marzo del 1547:

Io intendo scultura quella che si fa per forza di levare; quella che si fa per via di porre è simile a la pictura.

Un attimo, esco dal pezzo. Quello che stai leggendo è nato da un appunto: poche righe prese chissà quando, e una mappa per tenerle insieme. Funziona così per tutto quello che scrivo, e come si fa l’ho messo nel libro sugli appunti geniali. Ma torniamo al nostro articolo.

La statua era già dentro la pietra, e il lavoro era portare via il resto. Un corso di recitazione somiglia più allo scalpello che al pennello.

Anche l’improvvisazione si prepara

C’è un ossimoro che gli allievi scoprono presto: l’improvvisazione non si improvvisa. Riesce quando è diventata uno stile di gioco, un certo modo di stare in scena e far funzionare le cose. Dietro non c’è ispirazione calata dal cielo, c’è un training lungo e una dedizione ostinata. E non sono il trucco e il costume a fare il personaggio, ma la trasformazione interiore dell’attore. Come si prepara quella trasformazione, e come si raggiunge: ecco la vera materia di studio.

Osceno vuol dire fuori dalla scena

Si impara ad accendere se stessi, a ricevere quella grazia, quello stato di flusso che permette a un artista di essere osceno nel senso letterale della parola: fuori dalla scena, pur stando dentro la scena. Reciti e insieme ti guardi recitare, collocato in un altrove psico-fisico che somiglia a quello di una deità.

Un rito di passaggio

Un corso di questo tipo è dunque un’iniziazione, e come tale non serve solo all’attore: serve alla persona. Chi lo attraversa racconta quasi sempre la stessa cosa, cioè fatica, e poi una gioia strana, una pace, come essere tornati a casa.

Meno metti, più arriva

Anni dopo l’esercizio del volto neutro, alle mie prime prove da attore narratore, ho ritrovato la stessa faccenda in un altro mestiere. Meno elementi mettevo nel racconto, più il racconto arrivava. Toglievo un gesto, toglievo una parola, e quello che restava pesava di più.

Torniamo alla camminata dell’inizio, al corpo che sotto gli sguardi non sa più dove mettere le mani. Non è un difetto da coprire con una tecnica in più. È il blocco che nessuno voleva. Continua a levare abbastanza a lungo, e quello che resta sei tu.

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