Cronaca di un processo in casa mia, con la colpa delle generazioni come unico capo d'accusa.

Ti hanno mai processato per una colpa che non ricordi di aver commesso?
A me è successo. Mi processarono in casa mia per la colpa delle generazioni, e prima di sparire mi lasciarono una cosa che conservo ancora. Quanto durò, te lo dico alla fine: è il dettaglio che ancora mi fa impressione.
Successe il 14 febbraio 2018. Pubblicarono la foto del mio sequestro, come facevano negli anni Settanta: io contro il muro, lo sguardo fisso, il giornale aperto sul petto. Alle mie spalle, attaccate col nastro adesivo, le loro insegne. Una X nera sopra la testa, altre X chiuse nei cerchi.
Il giornale era la Repubblica di martedì 14 febbraio 2018. Su questo ci torno.
Mi fecero tante domande, e a tutte risposi. Si firmavano Brigate X. Non ho mai capito chi fossero, né perché volessero parlare proprio con me. Eppure qualcosa, nei loro modi, mi era familiare. Provai a parlare con franchezza, a farmi dire le ragioni del gesto. Trapelò poco.
Un confine chiamato X
Dicevano che la X era il cancello di Dio: il confine del mondo al quale, secondo loro, eravamo arrivati. E con quel cancello dovevamo fare i conti.
Chiesi a quale cancello si riferissero. Chiesi se fosse una metafora, come mi sembrava. Restarono sul vago e misterioso.
Il dieci dei romani e la croce di Andrea
A me la X faceva pensare ai romani: il numero dieci, l’unità di base della legione. Loro negarono. Semmai, mi dissero, puoi pensare alla croce del Nazareno. Che però sempre romana è, perché furono i romani a crocifiggere Gesù, stando ai Vangeli.
A quel punto chiesi se si fossero ispirati alla croce di Sant’Andrea, quella a forma di X su cui la tradizione vuole morto l’apostolo, fratello di Pietro. Non confermarono. Ma neanche smentirono.
Fu Andrea il primo a indicare Gesù come agnello di Dio. La cosa non mi tranquillizzava affatto. Cercavano nuovi martiri? Nuovi agnelli da sacrificare?
Crucis decussa rubra
Per tutta risposta mi mostrarono un disegno.

Un cerchio rosso, una X rossa, tre parole in stampatello: CRVCIS DECVSSA RVBRA. Le V al posto delle U, come sulle lapidi.
Lo guardai con il sospetto del ripetente. Crucis è un genitivo: della croce. Ma della croce, cosa? Decussa, in latino, non esiste: la croce a X si dice decussata. Almeno rubra era giusta. Rossa.
Mi processavano per l’ignoranza della mia generazione, e non sapevano declinare crux.
Una X in mezzo alla parola
Eppure la X l’avevano piazzata nel punto esatto. Cade in mezzo alla parola, tra la V e le due S, come se ci fosse sempre stata. E in un certo senso c’era. Decussare viene da decussis, la moneta romana da dieci assi, segnata con una X. Il dieci e l’incrocio nella stessa lettera. Il dieci che avevo nominato io, e che loro avevano negato, me lo restituivano in un disegno.
Poi c’era il rosso. Un cerchio, un segno nel mezzo, una parola che vuol dire rossa. Tolto il latino, restava lo stemma di altre brigate: la stella a cinque punte chiusa nel cerchio. Loro la stella l’avevano cambiata con la croce. Il resto l’avevano tenuto.
Insistevano sulle intenzioni pacifiche. Intanto mi tenevano sequestrato nella mia stessa casa. E mi costringevano a pubblicare i loro post sui miei account social, sempre con la fatidica X.
Qui conviene fermarsi e contare all’indietro. Premi e risali la X un anello alla volta, fino alla più antica che si conosca.
- 14 febbraio 2018, casa miaLe Brigate XUna X nera sopra la mia testa, attaccata al muro col nastro adesivo. Chi l’abbia disegnata non si sa.
- 18 marzo 1978, RomaLa stella nel cerchioDietro Aldo Moro, nella prima Polaroid, il drappo delle Brigate Rosse: una stella a cinque punte chiusa in un cerchio. Un segno con la firma sotto.
- 60 d.C. circa, PatrassoLa croce di AndreaLa tradizione vuole l’apostolo messo a morte su una croce a forma di X, che da allora porta il suo nome.
- 214-212 a.C. circa, RomaLa moneta da dieciIl decussis, la moneta di bronzo da dieci assi, porta incisa una X: il numero dieci e l’incrocio nello stesso segno. L’ha battuta la zecca di Roma.
La colpa delle generazioni
Alla fine allestirono quello che chiamavano «processo del popolo di Dio»: un giudizio sul comportamento mio e della generazione a cui appartengo.
In fondo è un rito antico. Greta Thunberg e chi la segue additano chi li ha preceduti, come se la fine del pianeta fosse un’eredità firmata dai padri. E già nel 1972 il rapporto del Club di Roma avvertiva che il pianeta aveva un tetto.
Ogni epoca celebra il suo processo, e sul banco mette sempre quella di prima.
Le Brigate X, però, sul clima battevano poco. E le loro accuse, a sentirle, le conoscevo già. Come se me le fossi fatte da solo, qualche notte.
L’atto d’accusa
«Ci risulta che i nati del 1974 come lei abbiano propagandato la subcultura nazional-popolare televisiva».
«Io non ho fatto propaganda per nessuno».
«In più di una conversazione privata e in diverse occasioni pubbliche lei ha citato aberranti serie di animazione come Belle e Sebastien, in cui un bambino, solo con il suo cane, è costretto a girovagare in cerca della madre».
«Beh, pure io, quando uscivo da scuola, non c’avevo né mi’ madre né mi’ padre che mi venivano a prendere».
«Lei e quelli della sua generazione siete responsabili delle nefaste conseguenze dell’abuso de L’allegro chirurgo, giocattolo che propagandava una visione superficiale e approssimativa del corpo umano, delle malattie e degli interventi chirurgici».
«Ma voi davvero state a di’? Era un giocattolo, santiddio, doveva essere una roba facile facile. Ma voi che età c’avete? Ve l’hanno mai regalato un giocattolo, o siete stati sempre col telefonino in mano?».
Il tasto rosso dello stereo
«L’accusa principale che questo Tribunale del Popolo di Dio rivolge a lei e ai suoi coetanei, però, è un’altra. Avete dato inizio alle registrazioni del Festival di Sanremo col tasto rosso dello stereo, aspettando l’istante esatto in cui lo speaker della radio smetteva di parlare».
«Come le avete avute queste informazioni? E comunque, dove sarebbe la colpa?».
«A parte la pirateria musicale e il danno alle case discografiche, quelle registrazioni che voi chiamate innocenti sono all’origine delle tracce audio che oggi girano nei social, nei video, nei reel».
«Continuo a non capire».
«Siete stati i precursori dei balletti su TikTok».
«Se lo dite voi… ma quindi?».
«Avete rovinato le menti di milioni di adolescenti in tutto il mondo».
«Voi siete fuori di testa. Dove c’era uno stereo c’erano tante persone, di ogni età: chi cantava, chi ballava, chi faceva finta di cantare, chi pomiciava. Ora ognuno è solo con quel cazzo di aggeggio in mano».
Il conto dei giorni
Il processo andò avanti così, e contestai ogni capo d’accusa, punto per punto.
I giorni li contai solo dopo, quando se ne furono andati. Cinquantacinque. Gli stessi di Aldo Moro, nel 1978.
Due giornali
Fu allora che ripensai al giornale. Anche Moro, un mese dopo il rapimento, fu fotografato con la Repubblica in mano: quella del 19 aprile, col titolo a caratteri cubitali «Moro assassinato?». Quel giornale serviva a provare che era vivo, quel giorno.
E così fecero con me, nel 2018.
Le somiglianze finiscono lì
Anche Moro fu interrogato e processato da un Tribunale del Popolo, e da lì le Brigate X avevano preso il nome del loro, aggiungendoci Dio.
Il resto è rovesciato. Moro lo chiusero in un appartamento di via Montalcini, una prigione che non era casa sua. Io stavo sul mio divano. Lui scriveva lettere, a Cossiga e alla famiglia, per trattare la propria vita. Io pubblicavo post con la X, e li leggevano tutti. Lui il 9 maggio lo trovarono in una Renault 4 in via Caetani.
Quello che mi lasciarono
Me, invece, mi lasciarono vivo, in casa mia. Furono anche gentili.
Mi lasciarono i loro disegni. Li ho ancora qui, attaccati al muro col nastro adesivo. Il rosso è quello dei miei pennarelli.
Sono pieni di X.
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