I pattini di Giacomo

Un sagrestano curioso, un meccanico che non alzava mai lo sguardo, un convento e venti paia di pattini con un otto stampato sopra.

Un vecchio paio di pattini di metallo appesi per le cinghie a una parete di legno scrostato, come i pattini di Giacomo nell'officina
Un vecchio paio di pattini a rotelle di metallo con le cinghie di cuoio, appesi a una parete di assi di legno scrostato. Foto di Cord Allman su Unsplash

Chi ti tiene in piedi, quando le gambe non ce la fanno più?

Bartolomeo la risposta l’ha trovata un giovedì santo, sui gradini di una chiesa, con una sigaretta ancora spenta in mano. Per arrivarci gli sono serviti sei mesi, una diceria sbagliata e i pattini di Giacomo, il meccanico del paese. Ma andiamo con ordine.

Pioviggina, le gocce toccano il suolo ed evaporano. C’è afa, il respiro è pesante. «Maledetto scirocco», pensa Bartolomeo mentre gira la chiave nel portone della chiesa, come ogni giorno alle nove.

Un’ora dopo arriva don Gino con la lista: un funerale da preparare per il pomeriggio, un matrimonio per l’indomani, la stanza del catechismo da pulire, una bolletta da pagare. Il parroco ci tiene, a tenere aperta la chiesa al mattino, anche se non entra mai nessuno, o quasi. Ma quel giorno di inizio ottobre entra il meccanico del paese.

Bartolomeo non lo aveva mai visto in chiesa. Giacomo era un po’ come un piatto: guardava a pochi passi da sé, senza alzare mai lo sguardo. Compìto, puntuale, preciso. Il suo mondo stava in un raggio di pochi metri: l’officina, il bar, la passeggiata della domenica con la moglie.

Giacomo non si siede. Resta in fondo, vicino all’acquasantiera, col berretto tra le mani sporche di grasso, come uno che aspetta il suo turno dal medico. Poi va in sagrestia da don Gino e ci resta un’ora. Quando la porta si apre, Bartolomeo sente una parola sola: convento.

Un meccanico anziano con gli occhiali e un giovane operaio al banco di un'officina
Un meccanico anziano con gli occhiali lavora al banco di un’officina, accanto a un giovane operaio. Foto di Andrea Piacquadio su Pexels

Per arrivare in chiesa Bartolomeo passa sempre da una via parallela a quella dell’officina. Quel pomeriggio si ferma a guardare. La saracinesca è alzata, come sempre. Giacomo e il suo operaio armeggiano su un motore, ma alla parete c’è qualcosa di nuovo: aste di ferro piantate nel muro, e a ogni asta un paio di pattini a rotelle. Una ventina, nuovi di zecca. Su ognuno, un adesivo con un otto.

Passano tre mesi e Bartolomeo se ne dimentica. Poi, finite da poco le feste di Natale, vede Giacomo alla guida di un pulmino carico degli ospiti dell’ostello: giovani giramondo che restano un paio di giorni per il castello e la cattedrale, e poi ripartono. Scendono in uno spiazzo e calzano i pattini dell’officina. Il selciato è sconnesso. Uno dei ragazzi ha bevuto troppo la sera prima, un altro su un paio di rotelle non è mai salito. Non cade nessuno. Giacomo li guarda con un taccuino in mano, e ogni tanto scrive.

Bartolomeo parcheggia. «Ehi, vecchio coccodrillo». Lo chiamano così perché nell’unico giorno di ferie della sua vita era andato allo zoo safari con la moglie, e per settimane non aveva parlato d’altro.

«Bartolomeo, pure qua vieni a battere il tovagliolo?». Anche il sagrestano ha il suo soprannome: all’osteria trova sempre il tavolo già apparecchiato, si lamenta della polvere e scrolla il tovagliolo battendolo sul legno.

«Ti sei messo a fare il giocattolaio?».

«Faccio prove».

«Prove di che?».

Giacomo chiude il taccuino. «Di equilibrio».

Una settimana dopo, in chiesa, una bizzoca sussurra all’altra in attesa del rosario: «Hai saputo? Giacomo va in convento. Tutte le sere, dopo cena». «E la moglie?». Per un mese in paese non si parla d’altro: il meccanico che si fa frate.

Arriva la primavera. In officina tutto procede come sempre, ma i pattini alla parete non ci sono più. E Giacomo, la sera, prende la macchina, sale al convento e torna tardi.

Il mercoledì santo la macchina di Bartolomeo fa un rumore strano. L’officina è chiusa, al mattino e al pomeriggio. In chiesa lo chiede a don Gino.

«Giacomo è su al convento. Ci dorme, in questi giorni».

«Allora è vero che si fa frate».

Don Gino ride. «Giacomo? Quello il Padre nostro non lo sa fino in fondo».

«E allora che ci fa?».

«Ti ricordi fra Cosimo?».

Bartolomeo se lo ricorda: il frate che girava il paese a piedi, con qualsiasi tempo, a benedire stalle, case nuove e motorini. A settembre è caduto nel chiostro. Da allora non esce più dalla cella.

Un attimo, esco dal pezzo. Quello che stai leggendo è nato da un appunto: poche righe prese chissà quando, e una mappa per tenerle insieme. Funziona così per tutto quello che scrivo, e come si fa l’ho messo nel libro sugli appunti geniali. Ma torniamo al nostro articolo.

«Giacomo gli serviva messa, da ragazzino. Quando l’ha saputo è venuto a chiedermi se il priore lo avrebbe fatto entrare».

«A fare cosa?».

«Non fare il pettegolo pure tu. Giovedì sera vedi».

Resta il problema della macchina. Bartolomeo va dal meccanico del paese vicino. Alla parete, anche lì, un cartello con un otto. Al momento di pagare chiede cosa sia.

«Non è un otto. È l’infinito. Solo che qualcuno l’ha messo in piedi».

Le ruote dei pattini, scopre, le ha fatte lui. Bartolomeo chiede cosa abbiano di speciale. L’altro scuote la testa: ha promesso.

Quella notte Bartolomeo sogna sua moglie, morta da qualche anno. La vede tornare dal lavoro di cameriera con i piedi gonfi e doloranti, e lui che glieli massaggia sul divano, come faceva ogni sera. Gli sembra che sia tornata da dove se n’era andata. Poi si sveglia, e torna la realtà amara, quella che fa ancora male.

Il giovedì santo è il giorno più duro dell’anno. Quell’anno don Gino ha deciso di fare la lavanda dei piedi ai suoi collaboratori: catechisti, due chierichetti e lui, il sagrestano. Quando l’acqua gli scende sulle dita, Bartolomeo si vergogna dei suoi calli.

Finita la funzione, arrivano i fedeli che girano di chiesa in chiesa per gli altari della reposizione, quelli che in tanti chiamano “sepolcri”. Bartolomeo sposta i banchi per far scorrere la gente, poi esce a fumare sui gradini.

Sta cercando l’accendino quando, in fondo alla via, sente applausi e fischi. Arrivano gli otto frati del convento, sui pattini di Giacomo. Scivolano adagio, le tonache che si gonfiano, qualcuno ride. In mezzo a loro, senza che nessuno lo tenga, c’è fra Cosimo. Dritto, le mani dietro la schiena, come uno che passeggia sul lungomare. Dietro, a piedi, con la cassetta degli attrezzi, cammina Giacomo.

Tra la gente c’è chi grida «Bravi!» e chi «Vergogna, pagliacci!». Quasi tutti hanno il telefono alzato.

I frati si fermano davanti alla chiesa di Bartolomeo. Tre gradini. Sul piano i pattini reggono, sui gradini no. Fra Cosimo resta sotto il primo e guarda la porta aperta, le candele accese dentro.

Bartolomeo butta via la sigaretta. Scende, gli passa un braccio sotto il braccio e lo porta su, un gradino alla volta. Il vecchio non pesa niente. Sulla soglia lo fa sedere nel primo banco.

In fondo, vicino all’acquasantiera, Giacomo aspetta in piedi, col berretto tra le mani.

Bartolomeo si inginocchia e gli slaccia i pattini. I piedi di fra Cosimo sono gonfi, caldi, segnati dalle cinghie. Li tiene tra le mani un momento più del necessario.

I 21 segreti per appunti geniali

E se il problema non fossero mai stati i tuoi appunti?

Ventuno segreti operativi per trasformare gli appunti da copia muta a strumento vivo del tuo pensiero. Dal segno rupestre al taccuino digitale.

Prendi il libro su Amazon

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *