Oria, all'uscita della scuola elementare. Un tizio consegna volantini ai bambini, e io ne strappo uno dalle sue mani.

Qual è stata la prima volta che ti hanno fregato?
A me capitò a nove anni. La pubblicità mi aspettava davanti al cancello della scuola, sotto forma di un foglietto: «Domani porta un tuo disegno a scuola, riceverai un fantastico regalo!». Ci credetti fino in fondo, tanto che prima ancora dei compiti mi misi a disegnare. Il regalo arrivò per davvero. Solo che non era quello che avevo in testa, e la cosa che imparai quel pomeriggio me la ricordo ancora.
Un re con la spada e il cavallo bianco
Strappai il volantino dalle mani del tizio che sorrideva davanti alla scuola e disegnai un bel re. Corona in testa, spada, mantello rosso, il castello sullo sfondo. Un re su un cavallo bianco, con la barba. Tutto colorato, come le figure del corteo con i tamburi e le bandiere del paese, quello che mio padre filmava con la cinepresa in super 8. Il mio re regnava sulla Giudea, il rione dove vivevo. E con la spada infilzava ladri, assassini, criminali. A nove anni la giustizia è una cosa semplice: hai la spada, e la usi.
La convocazione al Cigno Bianco
Qualche giorno dopo arrivò una lettera: il mio disegno sarebbe stato premiato. Non ci credevo. Ero pure convocato, con i miei genitori, al ristorante Il Cigno Bianco. Cosa mi avrebbero dato? La spada, forse. O la corona. O magari l’intero vestito da re, così lo indossavo e sfilavo io per le vie del paese, e re lo diventavo per davvero.
Il programma di un re
Nella testa avevo già la lista delle cose da mettere a posto. Prima i rapinatori del paese, quelli che avevano fatto la rapina a mia madre ai tempi del distributore di carburanti e di cui racconto nel mio spettacolo Il Leone di San Cosimo. Poi i ladri di macchine, che ce n’erano tanti. E infine sarei passato sotto casa della mia bionda amata Tiziana per portarla via sul cavallo. Un programma da re, appunto.
La febbre e l’enciclopedia
Poi mi venne la febbre alta e rimasi a letto. Mia madre mi disse di non pensare al regalo: ci sarebbe andato mio padre a ritirarlo. Restai sulle spine ad aspettare il suo ritorno.
Tornò a sera. Mi disse che al Cigno Bianco avevano tentato di vendergli un’enciclopedia. E che me ne facevo? Una ce l’avevo già, in bella mostra nella libreria, si chiamava I Mondi dell’uomo, e i volumi avevo persino cominciato a sfogliarli. Fu la mia prima esperienza con le promesse dei volantini. Un regalo, a dire il vero, c’era: una matita a due colori, rosso e blu, come quella con cui la maestra correggeva i compiti e scriveva i giudizi. La matita del giudizio, guarda un po’, capitata in mano al bambino che si credeva re.
Il disegno non me lo restituirono mai.

Quello che le parole vogliono da te
Capii sul momento come funzionano certe frasi. Perché si scrivono proprio quelle parole e non altre, cosa ci vanno a toccare. Un regalo fantastico non è una descrizione: è un amo, e l’esca sei tu. Quella matita rossa e blu è stato il mio primo corso di persuasione, molto prima che ci scrivessi sopra un articolo intero. Non ci rimasi male, però. Avevo intuito una regola, e le regole a nove anni sono un tesoro.
Un re c’era già
E poi mi resi conto di una cosa: per fare il re c’era ancora tempo, perché un re in casa c’era già, ed era mio padre. C’era la regina, mia madre. C’era pure un altro principino, mio fratello. Chi avrebbe mai scalfito la nostra fortezza? Avevamo la televisione, avevamo il telefono. Avevamo tutto. Anche per conquistare la mia amata ci sarebbero state occasioni migliori, e intanto il cuore mi batteva pure per Lamù, la bella aliena sempre in bikini.
Il robot da costruire nel cortile
Un giorno, magari, avrei fatto disegni più belli del mio reuccio a cavallo. Perfetti come quelli di mio padre: i quadri a olio, le tempere sui muri, le storie di Mosè dipinte su una parete, il robot sul ponte girevole di Taranto. Anzi, per combattere il crimine tanto valeva costruirne uno vero, di robot, come Goldrake, o Mazinga Zeta, o Jeeg Robot d’Acciaio. Decisi dove piantare la base e qualche giorno dopo, con i compagni di scuola, cominciammo a scavare. Mi mancava solo l’energia per accendere il robot e sparare i razzi: la cercai nella fotosintesi clorofilliana, che studiavo sull’enciclopedia. Quella non premiata. Quella che avevo già.
E allora feci i miei conti
Alla fine il conto lo feci: dovevo studiare. Non per il robot, o non solo. Perché un giorno quei volantini li avrei scritti io, e i regali ai bambini li avrei dati per davvero. E già che c’ero, sarei passato in tipografia, quella dove stampano i foglietti, a farne stampare altri. Su questi ci sarebbe stato scritto una cosa sola: attenti a chi vi promette un regalo in cambio di un disegno.
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