Perché certe interpretazioni degli attori italiani al cinema non ci lasciano più, mentre la trama del film che le conteneva è già svanita.

Ti ricordi la faccia di un attore, ma non come finiva il film?
A me succede di continuo con gli attori italiani al cinema. Per anni l’ho preso per un difetto della memoria, un buco da riempire. Poi ho capito che era il contrario: quella faccia rimasta è l’unica cosa che conta, e tutto il resto era impalcatura. Ci arrivo, ma prima lascia che ti porti su una strada bianca di polvere, in mezzo alla guerra.
La strada di Fondi
C’è una donna che cammina tenendo la figlia per mano. Niente trucco, nessuna battuta a effetto: ha addosso la paura di una madre e un vestito lercio. Quella donna è Sophia Loren ne La ciociara, e per quel modo di camminare, non per un discorso, l’Academy le diede l’Oscar come miglior attrice protagonista, il primo della storia dato a una recitazione in una lingua diversa dall’inglese. Parto da qui per farti la domanda che vale più di qualsiasi classifica: cosa rende una faccia impossibile da dimenticare?
Rinunciare a essere bella
La scena dentro la chiesa la ricordano in molti. Ma la cosa che resta di Loren non è il grido: è quello che ha tolto. Aveva ventisei anni, era la donna più fotografata d’Europa, e per Vittorio De Sica ha rinunciato a essere bella. Si è imbruttita, si è sporcata, ha lasciato che fosse il corpo a dire la fame prima che la dicesse la bocca. La grandezza, lì, è una sottrazione. Non ha aggiunto bravura alla parte: ha rimosso se stessa finché è rimasta solo Cesira, una madre su una strada di guerra.
Il postino che non porta niente di importante
Massimo Troisi girò Il Postino già molto malato di cuore. Finì l’ultima scena e morì il giorno dopo. Il film vinse un solo Oscar, e non fu il suo: andò alla colonna sonora di Luis Bacalov; lui ebbe una candidatura postuma come miglior attore e non la vinse. Eppure prova a chiudere gli occhi: la faccia che ti torna è la sua, quella del postino timido che impara le parole di Neruda come si impara a camminare. I premi sono andati altrove, la faccia è rimasta con noi. Se i trofei misurassero davvero le interpretazioni, ce ne saremmo accorti.
Lo sguardo di Marcello
Ne La dolce vita, Marcello Mastroianni non fa quasi niente. Attraversa Roma di notte, ascolta, si stanca, guarda le cose sfilargli accanto. La sua faccia è un paesaggio più che una maschera: ci leggi la disillusione senza che lui te la spieghi. È il rovescio esatto della recitazione che alza la voce. Un grande attore, spesso, è uno che ha il coraggio di lasciare vuoto lo spazio dove un altro metterebbe un gesto in più, e di fidarsi che il vuoto reciti al posto suo.
Quello che togli
Ho scritto altrove che l’attore è un mezzo artista: lavora su di sé come materiale, e il suo mestiere assomiglia più a quello di chi prende appunti che a quello di chi fa numeri. Prendere appunti è già scegliere cosa lasciare fuori, ed è lo stesso gesto che compie un attore quando smette di aggiungere. Vale per la scena come per la pagina: la faccia che ricordiamo non è quella che ha fatto di più, è quella che ha rischiato di più togliendo. Edward de Bono la chiamerebbe una mossa laterale, entrare dalla porta che nessuno sorveglia.
La legge dura degli attori italiani al cinema
Dentro questo gesto c’è anche una piccola legge dura: resiste al tempo chi ha osato la sottrazione, non chi ha accumulato effetti. Gli effetti si datano, un volto vero no. È il lavoro quotidiano di chi impara a fidarsi del meno.
La faccia che ti sei portato a casa
Torna alla domanda dell’inizio. Se ricordi la faccia e hai dimenticato la trama, non è un difetto della tua memoria: è la tua memoria che ha fatto bene il suo lavoro. Ha buttato l’impalcatura e ha tenuto la cosa vera, quel momento in cui l’attore è sparito e al suo posto è rimasto un essere umano. È lì che vivono le interpretazioni che non se ne vanno: non nelle classifiche, non nelle bacheche dei premi, ma nella faccia che ti sei portato a casa senza accorgertene.
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