Il migliore attore è quello che non vedi recitare

Una classifica pesa la fama. Il mestiere, quando è grande, non lo vedi nemmeno.

Attore solo e in ombra su un palcoscenico buio, un fascio di luce alle sue spalle
Un uomo solo su un palcoscenico buio, il fascio di luce cade dietro di lui nel fumo. Foto di Luis Morera su Unsplash

Ti è mai capitato di guardare un film e pensare, per un attimo: questo qui sta recitando?

Quel pensiero è già una condanna. I migliori attori di sempre non si riconoscono da quel pensiero: si riconoscono da quando quel pensiero non ti viene. Tienilo da parte, perché in fondo a questa pagina ti chiedo di rifare il tuo giudizio su un attore con una domanda sola, e non è quella che credi.

Ieri sera si è chiusa la settantanovesima edizione del Locarno Film Festival. Il Pardo per la migliore interpretazione lo consegnano in due copie uguali, senza dividere maschile e femminile: nel concorso internazionale sono andati a Kim Minhee, per «Nowhere to Lay My Eyes», e a Monica Bellucci, per «Ketticè» di Giovanni Tortorici. Nessun primo, nessun secondo. Non hanno incoronato due attrici: hanno indicato due prove.

Il numero non tiene

Anni fa, su questa pagina, stavano dieci nomi in fila. Al Pacino primo, e giù a scendere: De Niro, Brando, la Streep, Nicholson, fino ad Anna Magnani decima. Quella fila l’avevo costruita io.

Il problema non è chi metti primo. È che li metti in fila. Dieci è un numero comodo per un titolo, non una verità sul talento: perché non nove, perché non trenta, perché non Totò al posto del decimo. Una graduatoria regge finché nessuno la guarda da vicino. Poi crolla.

Una classifica pesa la fama, non il mestiere

E crolla perché misura la cosa sbagliata. Una classifica di attori pesa gli incassi, i premi, le copertine, quante volte hai sentito quel nome. Del lavoro vero non sa niente. A Stanislavskij attribuiscono da un secolo una riga che dice l’opposto: «Ama l’arte in te stesso, non te stesso nell’arte». Nessuno sa indicare la pagina esatta da cui viene, e la prendo per quello che è.

Ma il senso tiene. L’attore serve l’arte, non se ne serve. Una classifica ama il nome, la posizione, il numero accanto al nome: è il te stesso nell’arte, messo in ordine decrescente.

L’attore che sparisce

Quando reciti bene, non ti vedo. L’attore entra nel personaggio e si fa dimenticare, e quello che resta sullo schermo è una persona, non una prestazione. Il cuore della recitazione non è il controllo dei gesti, delle battute, del costume. È la presenza. Quando insegui il controllo tecnico finisci fuori di te, non sei presente, e il personaggio non lo centri più.

Non che sia una tesi pacifica. Denis Diderot sosteneva l’opposto nel «Paradosso sull’attore», scritto tra il 1770 e il 1780 e uscito postumo nel 1830: il grande attore non prova niente, calcola tutto a mente fredda. Io la penso all’altro modo, e l’ho scritto più volte.

Il prezzo è rinunciare a se stessi

Per essere presenti si paga. «Sii te stesso» è il consiglio più anti-artistico che si possa dare: l’attore grande non porta in scena il proprio io, lo toglie di mezzo per far passare qualcos’altro. Ecco perché una classifica è, alla lettera, anti-recitazione: incorona proprio quell’io che il mestiere chiede di far sparire. Vivere un personaggio è il contrario di mettersi in fila.

Le rughe pagate care

C’è una battuta che si racconta di Anna Magnani. Un truccatore le propone di coprirle le rughe, e lei taglia corto: «Non togliermi neppure una ruga. Le ho pagate tutte care». Nessuno l’ha messa a verbale, gira nelle raccolte di frasi, e la prendo per quello che è. Ma dice una cosa che nessun podio dice: la grandezza di un volto non è la levigatura, è la vita che ci è passata sopra.

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Nella vecchia fila la Magnani stava decima. Decima. Come se esistesse una misura per cui nove persone recitano meglio di quella faccia lì. C’è solo la fila che avevo costruito io, e le stava stretta. Di come un’interpretazione ti resta addosso per anni ho scritto guardando gli attori italiani più memorabili al cinema.

La leggenda che non regge

Ti racconto la storia che si racconta sempre. Sul set di «Marathon Man», nel 1976, Dustin Hoffman resta sveglio tre giorni per girare la scena di un uomo distrutto dalla veglia. Laurence Olivier lo guarda e gli dice: «Ragazzo mio, perché non provi, invece, a recitare?». Il maestro che asfalta il metodo con una riga. Perfetta. Troppo perfetta.

Perché Hoffman stesso ha poi ridimensionato l’aneddoto: era più una battuta tra colleghi, ingigantita col tempo, e quelle notti in bianco non erano tutte per il personaggio. La leggenda gira lo stesso, perché ci piace il podio: il grande e il piccolo, la scuola classica contro il metodo, chi vince e chi perde.

Costruiamo graduatorie perfino tra i modi di recitare. Ma il modo non è il punto. Anthony Hopkins ha costruito Hannibal Lecter tenendo la parte a bada dal di fuori, con freddezza; un altro ci sarebbe entrato con tutto se stesso. Due strade opposte, la stessa domanda per chi guarda.

I migliori attori di sempre non stanno in fila

Buttiamola, la fila. Al suo posto ti lascio la domanda che ti avevo promesso. Davanti a un attore non chiederti «è il più grande?»: è una domanda a cui non risponderai mai, e ti obbliga a costruire una graduatoria che non tiene.

Chiediti l’altra cosa, quella che avevi già in testa all’inizio, quando guardavi lo schermo: mi sono dimenticato che stava recitando? A questa sai rispondere da solo, senza podi e senza numeri. Come a Locarno ieri sera: non un primo posto, una prova riconosciuta.

E se la risposta è sì, hai trovato il tuo migliore attore di sempre. Non ha bisogno di essere primo. Gli basta essere sparito.

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