Perché cercare ancora Franca e Dario

C’è qualcuno che cerchi ancora, anche se non c’è più? Non per amore, non solo per affetto. Ma perché ti ha aperto mondi?

Quando vidi un uomo e una donna soli, capaci di incarnare tutti i ruoli e tutti i personaggi, e perfino di inventare lingue diverse, intravidil’apice del senso spettacolare. Non era solo teatro: era un universo che prendeva forma davanti ai miei occhi. Shakespeare mi sembrava lì, presente, eppure superato da una potenza che neppure il cinema hollywoodiano riusciva a darmi.

In quel momento capii che il teatro non è imitazione, ma creazione. Che un solo attore può contenere il mondo.

Ecco perché oggi scrivo: per raccontare perché continuo a cercare Dario e Franca, cosa ho trovato ieri al Circo Massimo e come questo bisogno di affabulazione riguarda ancora tutti noi.

Non è solo un ricordo, non è nostalgia. È una ricerca viva che ti riguarda da vicino: se resterai fino in fondo, scoprirai perché senza i giullari la nostra voce rischia di spegnersi.

La giullarata nell’antico circo

Ieri sera, alla Festa del Fatto Quotidiano al Circo Massimo, il grande palco montato davanti alle rovine brillava di rosso. Sul fondale, in caratteri bianchi, campeggiava la scritta «Dario Fo – 100 anni di giullarate». Erano le 18:30, il sole calava dietro il Palatino, e la piazza aveva l’aria di un rito collettivo: gente seduta, altri in piedi, tutti pronti ad ascoltare.

A prendere la parola sono stati Jacopo, il figlio di Dario, e la nipote Mattea insieme al giornalista Nanni Delbecchi. Con loro l’attore Matthias Martelli, che ha riportato in scena un frammento celebre di Mistero Buffo. Non semplice commemorazione, ma teatro vivo: risate e stoccate, affabulazione che tornava a vibrare come fosse nuova.

Io, con il mio cellulare in mano, non ero lì per “documentare” soltanto, ma per cercare segni, prove che l’eredità di Dario e Franca pulsa ancora. In prima fila applaudiva Marco Travaglio, e ho notato il suo entusiasmo soprattutto quando Martelli ha scelto di proporre la giullarata su Bonifacio VIII e Gesù: satira spietata, perfetta anche per il presente.

In quel momento ho capito che l’applauso non era un gesto nostalgico. Era la risposta di un pubblico che riconosce ancora la forza di un giullare.

Esploratore del Mistero

Conosco queti due giganti del teatro e della cultura sin dai miei studi universitari nei primi ani ’90 a Roma La Sapienza. Lì scopro lo stile “zannesco” di Dario, mi incuriosisco e consumo le vidoecassette del dipartimento prima e dell’edicola poi. Resto incantato davanti a Mistero Buffo che faccio vedere a chiunque stesse in casa con me o venisse: genitori, parenti, amici ecc.

Poi riesco a conoscerli nel 2003 ad Alcatraz, l’agriturismo del figlio Jacopo, mentre disegnano e colorano i cartelli che Dario usava in scena. Assisto al loro corso. Parlo con loro. E li rivedo dopo qualche anno a teatro a Milano in Mistero Buffo, loro grande cavallo di battaglia. E più di recente c’ero anche al teatro Impero a Brindisi quando venne Dario. Ho anche dedicato alla coppia la pagina del loro spettacolo.

Mai smetto di cercarli, quindi, ogni volta che ne ho l’occasione, anche ora che non fisicamente non ci sono. Perché mi permettono di continuare ad essere un eploratore di mondi nuovi o conosciuti, non importa. C’è sempre qualcosa che scopro, che mi diverte, che mi stimola, che mi spinge cercare la ia di strada, il mio percorso, all’insegna di ciò che trovo più bello e vitale al mondo.

L’affabulazione come antifragilità

Ogni volta che ho cercato Dario e Franca, ho capito che non inseguivo solo due attori, ma l’arte dell’affabulazione: la capacità di trasformare un racconto in un’esperienza viva, che accade solo qui e ora.

Il cinema conserva e cristallizza, ma resta immobile nel tempo. Il teatro invece è antifragile, come direbbe Nassim Nicholas Taleb: non solo resiste agli urti, ma cresce grazie ad essi. Un sistema fragile si rompe sotto la pressione, uno robusto resiste, uno antifragile diventa migliore proprio grazie agli scossoni.

Così è l’affabulazione: un colpo di tosse in platea, una risata fuori tempo, un’interruzione improvvisa — ciò che in un film rovinerebbe la scena, in teatro la rende più potente, più vera. Dario e Franca lo sapevano bene. Bastava un cartello disegnato a mano, un grammelot inventato lì per lì, per trasformare un inciampo in oro scenico.

L’affabulazione non è fragilità, è energia che si rafforza sotto pressione. È la prova che il teatro non è solo sopravvivenza: è un modo di rinascere più forte di prima.

Ti sta piacendo? Questo è il blog. Le provocazioni vere te le mando con Taccuino Vitale.

La commedia popolare contro l’accademia

Dario e Franca hanno sempre scelto il popolo, non l’accademia. Non li trovavi nei salotti eleganti a fare sfoggio di cultura, ma nelle piazze, nei circoli, nei teatri gremiti di gente comune. La loro arte non chiedeva pedigree: chiedeva orecchie pronte ad ascoltare e cuori disposti a ridere.

La commedia popolare non semplifica: affonda. Sa ridere del potere, smascherarlo, portarlo nudo davanti a tutti. È un’arte che non ha bisogno di barriere linguistiche: basta un gesto, un suono, una pausa per far arrivare il senso.

E in questo sta la differenza con l’accademia. Lì si studia, si classifica, si incasella. Ma sul palco di Fo e Rame non c’era nulla di ingessato: c’era vita viva, che scorreva e si contaminava. È questo che li rende ancora oggi necessari. Perché non basta parlare di teatro, serve praticarlo come rito collettivo, come facevano loro.

Il bisogno di cercarli ancora oggi

Perché continuo a cercarli, allora? Non per nostalgia. Non per romanticismo. Li cerco perché la loro voce resta un antidoto contro la retorica e l’indifferenza.

Viviamo in un tempo saturo di parole che non significano nulla, di discorsi preconfezionati e di spettacoli che sembrano prodotti in serie. Ecco perché Dario e Franca servono ancora: perché ci ricordano che il teatro può essere arma, specchio, riso liberatorio.

Ogni volta che li inseguo – in un ricordo, in un video, in un applauso che esplode davanti a un giullare – io ritrovo la mia voce di attore e di spettatore. Ed è lì che capisco: cercarli oggi significa non smettere di cercare noi stessi, come comunità, come pubblico, come popolo che ha bisogno di ridere e di indignarsi insieme.

Una chiamata personale e collettiva

Non cerco Dario e Franca solo per me. Li cerco per non dimenticare che il teatro è un bene comune, che appartiene a tutti. Ogni volta che un attore affabula, ogni volta che un pubblico risponde con una risata o un applauso, la loro eredità torna a vivere.

Cercarli significa non lasciare che la voce si spenga. Significa scegliere di ridere in faccia al potere invece che abbassare lo sguardo. Significa credere che le storie possano ancora unire, guarire, accendere pensieri.

Perfino quando porto in scena Mistero Salentino, so che continuo a inseguirli: perché lì dentro c’è lo stesso desiderio di raccontare mondi nuovi e antichi, di far vibrare il presente con la forza della parola viva.

E adesso tocca a te: chi cerchi ancora, anche se non c’è più, perché ti ha aperto mondi? Scrivilo, condividilo, urlalo. Non tenerlo per te. Perché finché li cerchiamo insieme, Dario e Franca – e tutto ciò che rappresentano – non se ne andranno mai.

Taccuino Vitale

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Ogni settimana una provocazione, a volte scomoda. Non per darti risposte: per metterci in strada insieme, come due cavalieri erranti.

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