Nel museo di Oria la svastica messapica sta accanto alla fiaccola di Demetra: come un simbolo cambia significato a seconda di chi lo impugna.

Hai mai sentito un brivido salirti alla schiena davanti a un simbolo, prima ancora di pensarci?
Quel segno spezzato che il Novecento ti ha insegnato a temere. Ora immagina di trovarlo in una teca del museo di Oria, su un reperto di duemilacinquecento anni fa, a pochi passi da una fiaccola. La svastica messapica non ha niente a che vedere con l’orrore che credi. Per farti vedere perché devo partire dalla fiaccola, e lasciarti in sospeso un momento.
Questo pezzo l’ho pubblicato il 16 agosto del 2021 e non l’ho più toccato. È rimasto online quasi cinque anni con dentro una frase falsa, scritta da me con la sicurezza di chi riporta un fatto. Oggi lo rifaccio, e lo rifaccio togliendo.
Due segni, una sola domanda
Nel Museo Archeologico di Oria e dei Messapi, dentro le sale di Palazzo Martini, due segni stanno vicini in silenzio, in una cittadina che di nomi ne ha cambiati parecchi. Uno è una fiaccola stilizzata, incisa su una pietra chiara. L’altro è una croce uncinata.
Sembrano due mondi lontani. E invece portano lo stesso problema: un segno non arriva mai da solo, arriva sempre con qualcuno che lo sta guardando. Ci giro intorno da quando ho cominciato a raccontare questa città e i suoi tesori, e una risposta comoda non l’ho ancora trovata.
La fiaccola di Demetra
La fiaccola è quella di Demetra, figlia di Crono e Rea, sorella di Zeus, la dea che presiede all’agricoltura. Il mito la racconta con le torce accese per nove giorni e nove notti, senza riposo, in cerca della figlia Kore, rapita da Ade e trascinata nel regno dei morti.
Non è un dettaglio da poco per questo angolo di Salento. Sul monte Papalucio, alle porte di Oria, sorgeva un santuario in grotta dove si veneravano Demetra e Persefone, frequentato dal VI secolo a.C. fino all’età romana. Gli scavi dell’Università del Salento, negli anni Ottanta, hanno riportato alla luce centinaia di vasi miniaturistici, semi di melograno combusti, ossa bruciate di maialini, monete arrivate da mezza Magna Grecia.
Offerte a chi presiede al ritorno della luce dopo l’inverno. La fiaccola, in fondo, dice una cosa sola: la vita torna.
La tentazione della linea dritta
A questo punto scatta una tentazione: mettere in fila i segni e credere che uno nasca dall’altro. Quella torcia, girata di sbieco, somiglia alla croce di Sant’Andrea, e viene facile tirare una linea dritta fino al cero pasquale, al Lumen Christi cantato nel buio della veglia.
La linea è seducente, e per questo la guardo con sospetto. Simboli di luce ne nascono ovunque il sole conti qualcosa, e somigliarsi non vuol dire discendere l’uno dall’altro. Tengo la coincidenza per quello che è: un’eco, non una prova.
La frase falsa che ho lasciato online cinque anni è figlia della stessa tentazione. Avevo scritto che i Messapi erano in origine cretesi, come fosse un fatto. È una leggenda, la racconta Erodoto, con Minosse e i naufraghi che fondano Iria: quella che gli studiosi accettano è l’origine illirica, e la reggono le prove linguistiche. Anche lì avevo scambiato una somiglianza per una discendenza.
La svastica messapica, prima dell’orrore
E la svastica? Oggi la vediamo con gli occhi di un secolo solo. Ma è un segno antichissimo, usato sin dal Neolitico in mezza Eurasia, inciso e dipinto da culture che non si erano mai sfiorate.
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I Greci lo intrecciavano nelle greche delle loro ceramiche, e compare su un’anfora del IX secolo a.C. conservata al Museo archeologico nazionale di Atene. Sulle terrecotte messapiche torna come motivo ornamentale ricorrente, legato anch’esso al sole. Per la mano che la tracciava a Oria era un piccolo sole che gira, un augurio di luce. La stessa mano che accendeva la fiaccola.
Cinque punti su un braccio
Una cosa così l’ho vissuta sulla mia pelle, da bambino. Avevo disegnato con una penna blu cinque puntini sul braccio, messi come li avevo visti sulla faccia di un dado. Mio padre li guardò e sbiancò: in quella disposizione lesse la stella a cinque punte delle Brigate Rosse.
Eravamo ai primi anni Ottanta. Il rapimento di Aldo Moro era una ferita ancora aperta, l’organizzazione era in piena attività, e mio padre mi ordinò di correre a lavarmi, subito. Non era una stella, era un dado. E anche se lo fosse stata, io non sapevo nemmeno cosa fossero le BR.
Non contava quello che avevo disegnato io: contava quello che lui, in quegli anni, non poteva fare a meno di vedere.
Un segno non possiede un significato
Ecco il punto che mi tiene sveglio. Un simbolo non possiede un significato: ha quello che gli mettiamo addosso noi, di volta in volta. È un contenitore fragile. Un padre spaventato e un secolo intero possono cadere nello stesso errore di lettura.
Lo stesso segno che a Oria voleva dire sole e raccolto, venticinque secoli dopo è diventato la firma di un massacro. Non è cambiato il disegno, è cambiato chi lo impugnava.
La mossa, allora, non è imparare cosa vuol dire davvero la svastica, perché da sola non vuol dire niente. La mossa è togliere, non aggiungere: staccare dal segno l’unico significato che la Storia recente gli ha incollato sopra, e contare quanti ne aveva portati prima.
Torna il brivido dell’inizio, quello che sale prima del pensiero. È vero, ed è tuo, e nessuno ti chiede di spegnerlo. Ma è un brivido giovane. In una teca di Oria lo stesso segno non fa paura a nessuno: gira piano, come il sole sopra i campi, e aspetta soltanto che qualcuno lo guardi senza tremare.
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