
Si può parlare di una cosa senza averla mai ascoltata?
Tienila lì, la domanda. Ci torno alla fine. Intanto un fatto: io Ultimo non l’ho mai sentito. Non conosco una sua canzone, non saprei riconoscerne la voce. E non mi interessa. Anzi, più tutti ne parlano, più mi passa la voglia di cercarlo. Funziona così, con me: il rumore attorno a una cosa è un motivo per stare dall’altra parte.
C’è chi qui si indigna: “Allora non puoi giudicare”. E invece sì. Ho tutto il diritto di dire che non mi attira, che di un ragazzo che scrive canzoni d’amore non me ne importa niente. Non è un dovere civico ascoltare quello che ascoltano tutti. E soprattutto non serve aver sentito una nota per parlare di quello che voglio dirti. Perché non è la sua musica.
Il mio terrazzo
Io abito sulla Casilina. Dal terrazzo, a sinistra, vedo la Vela di Calatrava. A destra, i palazzoni di Tor Bella Monaca. Due monumenti alla stessa idea: la grandezza.
La Vela doveva essere la Città dello Sport: sessanta milioni di preventivo diventati centinaia, uno scheletro di ferro abbandonato a metà per quasi vent’anni, riaperto di corsa solo per il Giubileo dei giovani del 2025. I palazzoni di fronte sono l’altra faccia della medaglia: la casa pensata in grande, in serie, e diventata una parola sola, degrado. Dall’alto è tutto ordinato. Il problema è quando scendo e prendo la metro.
Duecentocinquantamila
Il 4 luglio 2026, a due passi da casa mia, ho avuto la dimostrazione plastica. A Tor Vergata, Ultimo ha radunato duecentocinquantamila persone: il concerto a pagamento con più spettatori nella storia d’Italia, sopra i 225mila di Vasco a Modena Park nel 2017. E non è la prima volta: un anno prima, per il Giubileo, nello stesso pratone si erano radunati oltre un milione di ragazzi. Chi abita qui lo sa: fu un incubo pari al concerto, se non peggio.
Ecco il punto. Duecentocinquantamila persone in un posto solo non sono un pubblico: sono una città che si materializza in una notte e deve sparire in poche ore. E non è una questione di musica, né di fede. È una questione di fisica. Di ingressi, di uscite, di quanti metri servono a un corpo per non schiacciarne un altro.
Infatti, dopo l’ultima canzone, il deflusso l’hanno chiamato “un incubo”: chilometri a piedi per la metro, fan finiti sui binari della Metro C, navette promesse e mai arrivate. Il sindaco Gualtieri il giorno dopo ha dovuto ammettere che la gestione del deflusso “va migliorata”. Traduco: è andata bene. Ma è il tipo di sera in cui “è andata bene” fa venire i brividi, perché vuol dire che poteva andare in un altro modo — e con un quarto di milione di persone stipate, l’altro modo ha un nome che non voglio scrivere.
La banalità che sposta le folle
Ecco perché ho scelto questo titolo. Non “pericolosa” perché la sua musica sia diabolica: al contrario. Il pericolo sta nel fatto che, da quel che leggo, non c’è niente di speciale. Parole lisce, sentimenti che passano senza lasciare un graffio. Banale, nel senso preciso: comune, senza spigoli, alla portata di chiunque.
E qui viene la cosa che mi inquieta. Non è pericoloso un artista difficile. È pericolosa la banalità, quando è così banale da magnetizzare un quarto di milione di corpi nello stesso campo, nella stessa notte, con le stesse magliette. Più una cosa è vuota, più facilmente si riempie di chiunque. Un pensiero forte divide; una parola con gli spigoli respinge qualcuno. La banalità no: include tutti. E quando “tutti” sono duecentocinquantamila in un pratone, il problema smette di essere il gusto e diventa la sicurezza pubblica.
Gli artisti con le contropalle
A me hanno sempre attirato le altre. Le contropalle. Preferisco il Battiato che mette in musica il pensiero, il Battisti di Anima Latina che si complica la vita invece di piacere a tutti. Gente che ti costringe a scegliere, che una parte del pubblico la perde apposta.
Non è snobismo, è una questione di attrito. L’arte che amo lascia un segno perché fa resistenza, perché dopo non sei uguale a prima. Quella che sposta le folle senza attrito, invece, mi mette in guardia. Non perché sia brutta — non l’ho sentita, non lo dico. Ma perché una cosa che scivola dentro tutti così facilmente ha la stessa proprietà dell’acqua: prende la forma di qualsiasi contenitore, e in quantità sufficiente allaga.
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«Ma Roma non è nata colossale?»
Qui qualcuno mi ferma, e l’obiezione è bella, tanto che me la faccio da solo: ma come, proprio Roma? La città del Colosso e del Colosseo, con la statua di bronzo alta trentacinque metri dedicata all’ego di Nerone e un anfiteatro che da quel Colosso prese perfino il nome? Il gigantismo non è il tradimento di Roma: è il suo DNA.
È vero. Ma la differenza è tutta lì. Il Colosseo era enorme, sì, ma era una macchina: ottanta archi, i vomitoria, corridoi studiati perché ottantamila persone entrassero e — soprattutto — uscissero in un quarto d’ora. I romani avevano fatto del gigantismo un’architettura: costruivano il contenitore prima di riempirlo. Il pratone di Tor Vergata è l’esatto contrario: la stazza del Colosseo senza la sua ingegneria. La grandezza senza le uscite di sicurezza.
E il Colosso è la morale nascosta dentro la parola: una statua immensa a un imperatore, sopravvissuta al proprio senso, che presta il nome all’anfiteatro solo perché gli stava accanto. Il gigante non lascia la sua funzione: lascia l’etichetta, e si svuota. Come la Vela. A Roma il colossale sopravvive sempre come nome e muore come significato.
Poi c’è l’ultima stoccata, che l’obiezione si tira addosso da sola. Quello spettacolo di massa aveva già un nome, e non era un complimento: panem et circenses. E non lo dico io per primo: lo diceva un romano, Seneca. Nelle Lettere a Lucilio avverte l’amico di fuggire la folla, perché «quanto più grande è la calca in cui ci mescoliamo, tanto maggiore è il pericolo». E racconta di essere finito per caso a uno spettacolo di massa e di esserne tornato — parole sue — «più crudele e più disumano, per il solo fatto di essere stato tra gli uomini». Tirare in ballo il Colosseo per difendere il gigantismo di oggi non lo salva: lo condanna con duemila anni di anticipo. E con una differenza a nostro sfavore: i romani i giochi li mettevano dentro una macchina con ottanta uscite. Noi il circo lo abbiamo tenuto, e i vomitoria li abbiamo persi.
Le strade di Roma sono altre
E le conosco bene, perché le cammino. È la Macondia, il rapporto ostinato tra chi va a piedi e una città che conosce solo a metà. È Largo Argentina, che non è grande, è denso. È la Roma che sopravvive, non quella gonfiata di turisti e svuotata di senso. La città viva non si misura in duecentocinquantamila: si misura in tre minuti di sosta in un incrocio che credevi di conoscere. Roma non ha bisogno di battere il record di Vasco. Ha bisogno di tornare a farsi attraversare a piedi.
Torniamo alla domanda
Allora: si può parlare di una cosa senza averla mai ascoltata? Della sua musica, no, e non lo rivendico. Ma di duecentocinquantamila persone in un campo, del deflusso diventato un incubo, di una città che scambia la propria grandezza per una gara di numeri — di questo sì, ne parlo eccome. Perché a quel numero la musica è già uscita di scena, e resta soltanto la folla. E la folla, in una città, riguarda tutti. Anche chi, come me, quella notte se ne stava sul terrazzo a guardare la Vela spenta e a sentire dell’altro.
Ho il diritto di non ascoltarlo. E ho il diritto di dire che una favola capace di radunare un quarto di milione di persone, per me, prima ancora che una canzone, è una questione di uscite di sicurezza — e di che strada vogliamo che prenda Roma.
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