I mestieri della gente di Oria

A Oria ci sono ancora due mestieri capostipite. O la cazzuola, o la zappa. Per secoli la città ha tenuto in piedi tutto il resto su queste due mani: quella che alza i muri, quella che lavora la terra. Oggi sembra una cosa lontana, da archivio. Non lo è. È la struttura sotto cui camminiamo ancora.

In questo articolo provo a raccontare i mestieri degli oritani senza l’enciclopedia e senza la cartolina. Parto da una pompa di benzina, da una donna sola, da un bambino che impara guardando.

Una donna sola al santuario

Mia madre faceva la benzinaia al santuario di San Cosimo alla Macchia, a cinque chilometri da Oria. Si chiamava Benedetta, ma tutti la chiamavano Tina. Stava per diventare maestra, ma non arrivò a finire gli studi. Il distributore era della Fina, sul piazzale del santuario dei due santi medici Cosma e Damiano. I miei lo tennero dal 1977 al 1980. Mio padre Leonardo verniciava le navi a Taranto, ai Cantieri Navali Tosi, durante la settimana, e nei weekend veniva a darle una mano. Pochi anni dopo, nel 1985, avrebbe cominciato il cammino di madonnaro che lo avrebbe accompagnato fino alla fine. Per il resto, mia madre era sola, con due bambini piccoli, in una casa attaccata alle pompe che d’inverno trasudava acqua come un’acquasantiera.

Una mattina, avevo quattro o cinque anni, presi i soldi da un automobilista e gli feci io il rifornimento. Mia madre si avvicinò di corsa. Le porsi i soldi e le dissi: «Tranquilla, ma’, non gli ho fatto più benzina di quanto ha pagato». Nessuno mi aveva insegnato a usare la pompa. L’avevo guardata fare, e avevo deciso di farlo.

A quattro anni un bambino del Sud sa già che il lavoro è un gesto che si copia da chi ne ha bisogno.

I due nonni, due Sud diversi

Gregorio, il padre di mia madre, era muratore. Aveva lavorato fuori per anni: a Brindisi, a Livorno, in Calabria. Una vita di cantieri lontani prima di tornare a Oria. Aveva mani enormi: bastava che alzasse il braccio in mezzo alla strada perché la corriera frenasse come davanti a un muro. Costruiva case per gli altri. Alla fine una grande riuscì a costruirsela anche per sé. Da anziano aprì una merceria in Piazza Manfredi.

Giuseppe, il padre di mio padre, coltivava la terra a Ceglie Messapica. Tra Oria e Ceglie c’è di mezzo Francavilla Fontana. Le olive le raccoglieva ancora con le scope di saggina. Aveva comprato molti appezzamenti negli anni, e il suo sogno era che i figli li lavorassero insieme a lui, in un’unica azienda agricola di famiglia. Non andò così. La maggior parte dei suoi figli partì. Quasi tutti per Roma.

Due mestieri, due geografie, due sogni che le mani da sole non hanno potuto reggere. La cazzuola tornata a casa dopo anni di trasferte, e poi un negozio di filo e bottoni in piazza. La terra messa insieme appezzamento dopo appezzamento, e poi i figli che salgono sul treno per il Lazio. È qui che si vede il primo strato dell’adattamento al ribasso: non dove uno fallisce, ma dove un progetto grande deve farsi piccolo per stare in piedi.

Sotto la zappa, il bracciante

Sotto il coltivatore diretto, che lavora un piccolo pezzo di terra suo, c’è il bracciante. Il bracciante non ha la terra. Viene assunto a giornata. Se è donna, viene pagato meno. Sopra di lui c’è il caporale, che gli trova il lavoro e si tiene una parte del salario. È la categoria che ha subito di più, e per più tempo, lo sfruttamento di un sistema agricolo che sulla carta è cambiato dopo la riforma del dopoguerra, e nei fatti è cambiato poco.

Il coltivatore diretto, invece, ha un appezzamento suo. Mio nonno Giuseppe era riuscito ad andare oltre: aveva accumulato terra, voleva far crescere un’impresa familiare. Una libertà fragile. Quando le macchine hanno cominciato a sostituire le braccia, e quando i figli del Sud hanno cominciato a vedere Roma come unica uscita possibile, anche un progetto come il suo si è dissolto.

Mio padre, quella terra, già non la voleva.

La fabbrica, la divisa, la cattedra

Era andato a verniciare navi ai Cantieri Tosi di Taranto, dentro la grande illusione industriale del Sud che negli anni Settanta sembrava ancora una promessa. Pendolare ogni mattina. Un’ora di treno per sfuggire alla zappa di suo padre. La benzina al santuario era il lavoro doppio del weekend.

In quegli stessi anni, da Oria partivano centinaia di pendolari verso Taranto e Brindisi. Italsider, petrolchimico, raffineria, cantieri. Una città non industriale che diventava città di operai. Negli anni Ottanta e Novanta l’industria pesante è entrata in crisi, e quei pendolari si sono ritrovati a metà strada.

C’è una sola eccezione vera in questo paesaggio. Le maestre. Figlie di braccianti e muratori che diventavano insegnanti, mandate fuori paese alle scuole magistrali, restituite alla comunità con uno stipendio statale e una dignità nuova. È l’unico salto generazionale che a Oria è andato verso l’alto. Il padre nel cantiere o nel campo, la figlia in classe.

Mia madre era su quella strada. Stava per diventare maestra. Poi qualcosa si interruppe, e finì alla pompa di benzina del santuario. Le donne di Oria salivano in classe. Mia madre non ci è arrivata. È la stessa traiettoria di Gregorio che torna dai cantieri, dei figli che non restano sulla terra di Giuseppe: una promessa che si fa più piccola di quanto era partita.

L’adattamento al ribasso

Negli anni Ottanta a Oria si fece la M.E.C., un tentativo di industria locale per costruire gruppi elettrogeni. Per qualche anno sembrò una via diversa. Poi il distretto promesso non si formò mai, l’azienda fu ridimensionata, oggi la guida un ex operaio.

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Detta così, sembra una favola. A guardarla bene, è ancora adattamento al ribasso: l’operaio diventa imprenditore non perché ha scalato una piramide, ma perché la piramide si è abbassata fino a lui. A Oria si è imparato a chiamare ridimensionamento quello che altrove sarebbe chiusura, e resistenza quello che altrove sarebbe sopravvivenza.

Il filo che lega tutti

Il distributore di mia madre lavorava a picchi. La Perdonanza dei Santi Medici nel quinto giovedì dopo Pasqua. Le domeniche di primavera. Le gite allo zoo del santuario. In quei giorni arrivavano pullman, vespe, motorini, automobili da Foggia, da Lecce, dalla Calabria. Negli altri giorni, la macchia. Terra arida di timo e muschio, di proprietà ma di nessuno. Si lavora a picchi anche perché la terra intorno non chiede braccia. Si aspetta.

Questa struttura vale per quasi tutti i mestieri di questa terra. Il bracciante quando c’è la raccolta. Il muratore quando c’è il cantiere fuori. Il pendolare finché la fabbrica chiama. Il benzinaio quando passano le macchine. L’attore quando viene la parte. Il madonnaro quando c’è la festa del paese. Tra un picco e l’altro, la macchia.

Una famiglia, un destino

Questo articolo è anche un piccolo gesto di recupero della memoria della mia famiglia. Mio padre Leonardo è scomparso nell’ottobre del 2021, e a lui sono state dedicate delle iniziative che ne stanno fissando l’eredità artistica. Mio fratello Cosimo, che tutti chiamavamo Mimmo, stava cominciando a ritagliarsi un suo percorso tra tecniche artistiche le più varie quando la sua vita fu interrotta il 18 agosto del 1997. Alcune sue realizzazioni si possono ammirare nella pagina Facebook che ne conserva qualche ricordo. Mia madre Benedetta, da quel giorno, ogni istante della sua vita lo dedicò a una conoscenza più profonda del nostro destino dopo la vita. In quella stessa dimensione si è immersa del tutto dopo la sua morte, nel 2014.

Anche questo, a suo modo, è un mestiere della gente di Oria. Resistere a ciò che ti viene tolto.

Una linea sotto cui non si scende

Io faccio l’attore a Roma. Sembra un mestiere lontano da quello di mia madre al distributore. A guardarlo bene è lo stesso: un mestiere a picchi, dove si aspetta che arrivi qualcuno, e nel frattempo si custodisce uno spazio non proprio. Tre generazioni dopo Gregorio sui cantieri di mezza Italia e Giuseppe nei suoi appezzamenti di Ceglie, sono ancora qui ad adattarmi. E sono a Roma anche io, come quasi tutti gli zii di mio padre prima di me.

Però mia madre, da sola davanti alla statua dei due santi medici che hanno fatto il loro mestiere gratis, mi ha insegnato una cosa lasciandomi prendere in mano la pompa. Un mestiere lo si impara guardando. E la dignità sta in quel gesto piccolo: prendere i soldi, fare il rifornimento giusto, restituire il resto al centesimo. Lei la maestra non l’ha potuta fare. Però mi ha insegnato a contare.

Mio nonno Gregorio, il muratore che dopo una vita di trasferte si era costruito casa propria e poi una merceria in Piazza Manfredi, è la prova che quella linea, qualche volta, regge. Mio nonno Giuseppe, il contadino di Ceglie che voleva un’azienda di famiglia e ha visto i figli partire per Roma, è la prova che a volte non basta. La linea c’è anche per lui, ma è diversa: non quella della casa costruita, ma quella della terra tenuta, anche da solo, anche quando i figli non tornano.

Questo, a Oria, è il filo che lega muratori, contadini, braccianti, coltivatori diretti, operai del petrolchimico, militari di leva, maestre, benzinai, madonnari, attori emigrati. Non un destino, non una colpa.

Adattamento al ribasso, sì. Ma con una linea che non si oltrepassa.

💭 E tu, quale mestiere ti ha cresciuto? Quello di tuo padre, di tua madre, di un nonno? Quale gesto piccolo ti hanno insegnato senza spiegartelo? Raccontamelo nei commenti.

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