La Roma che sta ferma

Sette webcam di Roma aperte all’ora giusta, per distinguere chi in queste piazze ci lavora da chi ci passa e basta.

Un ritrattista di strada seduto al cavalletto disegna il volto di una donna, dietro di lui le luci di una giostra
Un ritrattista di strada di spalle, con cappello di paglia, mentre disegna a matita il volto di una donna seduta davanti a lui; a sinistra un altro ritratto appeso, sullo sfondo le luci di una giostra. Foto di Green Liu su Unsplash

Quante volte hai rinunciato a un posto che ami perché era pieno di gente?

Tienila da parte, la risposta. In una delle sette webcam di Roma che ti passo qui sotto c’è una piazza dove un uomo ha lavorato quarant’anni, e ogni volta che si sedeva qualcuno davanti a lui ci voleva mezz’ora. Non ti dico ancora chi è, né quale piazza. Ci arrivi leggendo, e quando ci arrivi capisci perché queste finestre io non le apro per nostalgia.

È agosto, e Roma adesso è nella sua versione più onesta dell’anno. I romani sono via, le serrande dei negozi di quartiere restano giù fino a settembre, e in centro rimane soltanto chi ci deve stare per forza: chi lavora e chi visita, senza niente in mezzo a fare da cuscinetto. Sono le domeniche d’azzurro in cui te la cavi con i nasoni, le granite e i negozi che sparano aria condizionata: e sono anche le giornate in cui questa città si lascia guardare meglio, perché il posto giusto lo trovi all’ora in cui non conviene a nessuno.

Chi sta e chi passa

Diciamo subito di cosa non sto parlando. Non ce l’ho con la folla, non ce l’ho con i turisti, e meno che mai con gli artisti di strada: quelli li guardo da quando sono bambino e non ho intenzione di smettere. La linea che mi interessa non passa tra romani e stranieri, passa tra chi in un posto ci fa qualcosa e chi ci sposta merce.

Il ritrattista si siede e resta seduto. Ci mette mezz’ora, e alla fine di quella mezz’ora al mondo c’è una faccia che prima non c’era. Chi ti mette un mazzo di rose sotto il naso non produce niente: insegue, insiste, e quel mazzo è identico ad altri diecimila. Il souvenir a un euro ti dura tutta la vita in un cassetto e non l’ha fatto nessuno lì dentro, mentre un gessetto sull’asfalto dura tre giorni e appartiene a quella strada soltanto.

Il problema è che a naso in su, in mezzo ai tavolini uguali e alle pizzerie al taglio uguali, questa differenza non la vedi. Ti arriva addosso tutto insieme e sembra una cosa sola. Serve un punto di vista che non abbia fretta, e la telecamera fissa ce l’ha per costruzione: non giudica nessuno, sta lì e aspetta. Guardi una piazza per dieci minuti e la selezione la fa il tempo al posto tuo. C’è chi non si muove dal suo posto, e c’è un via vai che entra nell’inquadratura e sparisce.

Ecco sette finestre. Quelle che vedi qui sotto sono fotogrammi che si aggiornano ogni cinque minuti: cliccali e ti si apre la diretta. Aprile mentre leggi, una per volta, all’ora che ti dico.

Il Colosseo, dove anche chi visita si ferma

Mettila la mattina presto e conta i minuti prima che arrivi il primo pullman. Poi guarda il travertino cambiare colore mentre sale la luce.

I lavori cominciarono nel 72 sotto Vespasiano e finirono nell’80 con Tito, che lo inaugurò. Otto anni di cantiere per una cosa che sta ancora lì dopo diciannove secoli.

E adesso ti dico una cosa che al mio ragionamento non fa comodo. Il Colosseo è il posto, tra questi sette, dove la gente si ferma di più. Non arriva, fotografa e va via: compra il biglietto, sta in fila sotto il sole, entra e ci resta un’ora e mezza dietro a una guida. Guarda la fila sulla webcam ed è la cosa più immobile dell’inquadratura dopo la pietra.

Uno che aspetta un’ora in piedi per entrare da qualche parte ha già smesso di essere uno che passa. Tienilo da parte: la misura di questo pezzo non è quanta gente c’è in una piazza, è quanto tempo le si dà.

Webcam sul Colosseo di Roma, l’anfiteatro Flavio ripreso dall’alto con i turisti in fila

Trinità dei Monti, dove fermarsi è vietato

Questa aprila verso il tramonto, quando l’ocra degli intonaci si accende e la luce scivola bassa sui gradini. Poi guarda bene la scalinata: non c’è nessuno seduto.

Dall’8 agosto 2019 il regolamento di polizia urbana vieta di sedersi lì sopra, e il TAR ha confermato le multe. La motivazione dei giudici vale la pena leggerla per intero: sedersi ostacola «una fruizione visiva» della scala «dalla prospettiva privilegiata della sottostante piazza di Spagna», vista la sua «vocazione altamente scenografica».

Tradotto: una sentenza ha stabilito che quella scalinata è una cosa da guardare, non un posto dove stare. I gradini più famosi d’Italia sono diventati un corridoio. Ci puoi salire, non ci puoi rimanere.

E allora guarda cosa si muove lì sopra, perché qualcosa si muove sempre: quelli che risalgono i gradini uno a uno con le rose in mano. Il divieto ha tolto di mezzo chi stava, non chi passa.

Webcam sulla scalinata di Trinità dei Monti a Roma, i gradini vuoti sopra piazza di Spagna

Santa Maria Maggiore, la basilica e il banchetto a un euro

Aprila a metà mattina, e invece di guardare la facciata guarda in basso, dove comincia la piazza.

Questa è la meno turistica delle sette e proprio per questo è la prova del nove: davanti a una basilica che sta in quel punto dal quinto secolo sono comparsi i banchetti delle cianfrusaglie a un euro, e non è uno solo. Non esiste un angolo pulito in cui rifugiarsi, e non è un angolo pulito quello che sto cercando.

Guardale insieme, le due cose, nella stessa inquadratura. La basilica sta lì e non chiede niente a nessuno. Il banchetto apre la mattina, chiude la sera, e domani può stare venti metri più in là. Uno dei due è il posto, l’altro ci si è appoggiato sopra, e a distinguerli basta lasciare la finestra aperta due giorni di fila.

Webcam sulla basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, la facciata e la piazza davanti

La cupola di San Pietro, vista dal lato dove si lavora

Questa cam non sta in Piazza San Pietro. Sta a Piazza Risorgimento, che è un posto qualunque con il tram, il traffico e la gente che va a fare la spesa, e da lì inquadra la cupola di Michelangelo.

Il colonnato del Bernini è fatto per accoglierti a braccia aperte, e infatti tutti la fotografano da lì. Guardarla da Risorgimento è un’altra cosa: la cupola più famosa del mondo ridotta a quello che è per chi ci abita sotto, cioè un profilo in fondo alla strada che vedi mentre porti il pane a casa. Provala a mezzogiorno.

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Webcam sulla cupola di San Pietro vista da Piazza Risorgimento a Roma

Campo de’ Fiori, il più fermo di tutti

Aprila la mattina, quando il mercato è in piedi, e prima di guardare i banchi cerca la statua.

In mezzo alla piazza c’è un uomo di bronzo con il cappuccio calato, ed è il più fermo di questa città: sta lì dal 9 giugno 1889, opera di Ettore Ferrari, piantato nel punto in cui il 17 febbraio del 1600 Giordano Bruno fu arso vivo. Non guarda la merce. Tiene gli occhi voltati verso il Vaticano, cioè verso chi lo aveva accusato.

Uno che si è fatto bruciare pur di non recitare una parte, messo a sorvegliare la piazza dove Roma recita di più. E la piazza non aspetta il pomeriggio per cambiare faccia: cambia dentro lo stesso mercato, alla stessa ora. Il banco della verdura e il banco del limoncello con la pasta colorata stanno uno accanto all’altro, sotto la stessa statua. Uno vende quello che in questa città si mangia, l’altro vende l’idea che di questa città si sono fatti altrove.

Webcam su Campo de’ Fiori a Roma, i banchi del mercato e la statua di Giordano Bruno

Piazza Navona, quarant’anni dentro un’inquadratura

Eccoci. Questa è la piazza, e adesso ti dico chi è l’uomo.

Mio zio Tommaso ha fatto il ritrattista a Piazza Navona per quarant’anni. Trenta minuti a ritratto, una faccia alla volta, seduto nello stesso punto per quattro decenni. E alla fine degli anni Ottanta mio padre, che era il madonnaro di Oria, dipinse sull’asfalto lì a due passi: gessetto sulla pietra, cioè un lavoro che nasce già sapendo che i piedi e la pioggia se lo prendono nel giro di giorni.

Quindi non venirmi a dire che Piazza Navona è finta. Piazza Navona per me è il posto di lavoro di mio zio. È la piazza dove torno più volentieri, ed è anche quella dove mi fanno faticare di più per volerle bene, tra chi ti chiama da dentro un ristorante e chi ti insegue con le rose fino all’obelisco.

Aprila all’alba, quando quelli non ci sono ancora. Restano il Bernini, Sant’Agnese, i sampietrini bagnati. Poi tienila aperta e guarda chi arriva per primo a mettersi al suo posto. Quello che vedi in un’ora di diretta è una gerarchia che dal vivo non riesci a leggere, perché dal vivo ti stanno addosso tutti insieme.

E adesso rimetti insieme le due misure che ti ho lasciato per strada: l’ora in fila sotto il sole al Colosseo, e la mezz’ora seduto davanti a un uomo che ti guarda in faccia per disegnarti.

Webcam su Piazza Navona a Roma, la fontana del Bernini e la facciata di Sant’Agnese

Il Pantheon, dove il fermo è definitivo

Aprila e fermati sul portico, sulle colonne, sull’obelisco davanti. Piazza della Rotonda è la più affollata delle sette, e la webcam più vista di tutte.

Poi ricordati che dentro, in una nicchia, dorme Raffaello, con l’epitaffio che gli dettò Pietro Bembo: la natura, mentre lui era vivo, temette di essere vinta, e ora che è morto teme di morire.

Sotto quella piazza che si muove tutto il giorno c’è uno che non si muove dal 1520. Guarda la porta, e guarda la gente che ci passa davanti con il gelato in mano. Sono a dieci metri dalla tomba di Raffaello e quasi nessuno lo sa. Se tu invece là dentro ci sei entrato almeno una volta, quella non è più una facciata: è una porta, e tu sai cosa c’è dietro.

Webcam sul Pantheon a Roma, il portico e l’obelisco di piazza della Rotonda

Non ho rinunciato a niente

Allora torniamo alla domanda dell’inizio, quella a cui ti avevo chiesto di tenere da parte la risposta.

Io a questi posti non ho rinunciato. Ci torno, ci passo, ci cammino, e domani mattina a Piazza Navona ci vado con le gambe come faccio da sempre. Queste sette finestre non sostituiscono niente e non consolano nessuno.

Servono a una cosa sola: a guardare una piazza abbastanza a lungo da capire chi le dà tempo e chi glielo toglie. Un’ora in fila, mezz’ora per una faccia, quarant’anni sullo stesso sampietrino: sono tutte misure della stessa cosa. Chi ti insegue con le rose non te ne chiede nemmeno un minuto, e infatti non ti lascia niente.

Mio zio in quella piazza ci ha messo quarant’anni. Adesso quel punto è ripreso ventiquattro ore al giorno e lo può aprire chiunque, da qualunque parte del mondo. Lui non c’è più, l’inquadratura sì.

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