Il mito dell'artista squattrinato non è una legge di natura: è una favola con un autore e una data

Chi te l’ha detto, la prima volta, che con l’arte non si mangia?
Fare impresa con l’arte e la cultura vuol dire smontare una favola, non recitarla. Ci arrivo, ma prima tieni da parte un nome. C’è un uomo morto ricco sfondato facendo il mestiere che, a sentire tutti, condanna alla miseria, e il suo nome lo conosci a memoria. La parte che non ti raccontano è come teneva i conti.
Settembre è alle porte. Riaprono i corsi, le accademie fissano i provini d’ingresso, e in migliaia di case va in scena la stessa conversazione: fai pure teatro, però intanto mettiti a studiare qualcosa di serio. Non è cattiveria. È una favola che gira da centosettant’anni e che quasi tutti prendono per un dato di realtà.
La frase più citata non è di nessuno
In Italia la favola si riassume in sei parole: con la cultura non si mangia. Da anni la frase viene attribuita a Giulio Tremonti, che nel maggio del 2022 ha scritto in una lettera che quell’espressione non è mai stata sua. Poco importa: la frase circola lo stesso, ripetuta da gente che l’ha sentita dire da altra gente. Una frase senza autore non è un’opinione, è un permesso di smettere prima di cominciare.
La favola è nata in una soffitta di Parigi
Prima dell’Ottocento a nessuno veniva in mente che patire la fame facesse parte del mestiere. Poi arrivò Henri Murger, uno scrittore parigino che la fame l’aveva patita davvero, dentro un gruppetto di amici così al verde da chiamarsi i bevitori d’acqua, perché il vino non se lo potevano permettere. Trasformò quella miseria in racconti a puntate, le Scènes de la vie de bohème, e nel novembre del 1849 quei racconti diventarono una pièce al Théâtre des Variétés. Da lì esce il tipo dell’artista bohémien: al verde e pieno di passione, bello proprio perché soffre.
Poi qualcuno ci ha messo la musica
Il mito diventa planetario nel 1896, quando Giacomo Puccini ne trae la sua Bohème e la porta in scena al Teatro Regio di Torino. Da allora piangiamo Mimì e ci commuoviamo per la soffitta gelata. A teatro funziona, ed è giusto così. Il guaio è che ce la siamo portata fuori dal teatro e l’abbiamo scambiata per una regola di vita. La fame dell’artista non è un destino: è un libretto d’opera.
L’artista che teneva i registri
Torniamo all’uomo ricco. Michelangelo morì lasciando un patrimonio di tutto rispetto, e non per caso: pretendeva compensi all’altezza, rifiutava di farsi trattare come un artigiano qualunque e, mentre dirigeva i cantieri della Basilica di San Pietro, teneva i registri di quanto entrava e quanto usciva. Lo racconta Jeff Goins in Real Artists Don’t Starve: l’artista affamato è una storia che ci siamo raccontati, e quello che tutti immaginano morto in miseria morì da uomo ricco.
Il denaro non è il contrario dell’arte
Il punto non è vendersi. Il denaro è quello che ti permette di fare l’opera dopo senza chiedere il permesso a nessuno. Chi tiene i conti compra tempo, e il tempo è l’unico materiale con cui si fa arte per davvero. Non è un paradosso: i veri artisti diventano ricchi quando smettono di credere che la povertà sia un merito.
Il primo prezzo lo fai tu
Nei cartelloni dei comuni ci sono decine di iniziative fatte da gente che l’arte la pratica la sera, dopo il lavoro vero. Non c’è niente di male, c’è una differenza. Chi lavora gratis un prezzo lo fissa lo stesso, e lo fissa a zero, per sé e per chi verrà dopo di lui. Ho visto compagnie riempire una sala e chiudere l’anno in perdita perché nessuno, là dentro, aveva il coraggio di scrivere una cifra su un foglio. Il compenso non è il premio del lavoro fatto: è la condizione perché esista il lavoro dopo. Quando ti chiedono di esibirti per visibilità non ti stanno chiedendo uno sconto, ti stanno chiedendo di firmare la favola.
Nessun genio è mai stato solo
Dentro la favola c’è una seconda bugia, più nascosta della prima. Il bohémien non è solo povero: è solo. Se ne sta nella soffitta a soffrire da incompreso, e l’arte gli sgorga dal dolore. Neanche questa regge. Brian Eno ha coniato una parola per smontarla: al posto del genius, il genio solitario, mise lo scenius, il genio della scena. Io lo chiamo scenio. Austin Kleon lo dice in cinque parole: il genio è un egosistema, lo scenio è un ecosistema.
Fare impresa con l’arte e la cultura vuol dire entrare in una scena
In ventidue anni di mestiere non ho quasi mai visto arrivare un lavoro da un annuncio. Arriva da qualcuno che ti ha visto lavorare, da un collega che fa il tuo nome, da una stanza in cui sei entrato senza sapere a cosa serviva. Uno non mangia da solo: mangia dentro una rete. Fare impresa con l’arte e la cultura non vuol dire imparare a vendersi, vuol dire smettere di aspettare da soli di essere scoperti.
Togliere la favola
Michelangelo teneva i registri, dicevo. Ecco la parte che non ti raccontano: non lo faceva perché amava i numeri. Lo faceva perché amava scolpire, e sapeva che senza quei conti, e senza le mani della sua bottega, la scultura dopo non ci sarebbe stata. La fame non lo ha reso grande, e nemmeno la solitudine. Lo ha reso grande tutto il tempo che, non avendo fame e non essendo solo, ha potuto passare dentro il marmo.
E quella persona che per prima te l’ha detto, che con l’arte non si mangia: chi gliel’aveva detto, a lei?
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