Kardašëv misura le civiltà in watt, Luria spiega perché Dio si ritrae. In mezzo ci siamo noi.

Ti è mai capitato, di notte, di alzare gli occhi al cielo e sentirti piccolo e solo?
Tienila da parte, quella sensazione. Alla fine capirai perché l’universo potrebbe essere il canto di Dio, e tu una delle sue note. Ma prima ti porto tra le stelle a contare l’energia delle civiltà in watt, e poi ti riporto giù con una parola ebraica di quasi cinquecento anni che ribalta tutto. Una cosa alla volta.
Una scala fatta di watt
Nel 1964 l’astronomo sovietico Nikolaj Kardašëv si pose una domanda secca: se altrove esistono civiltà più avanzate di noi, come le misuriamo? La sua risposta fu l’energia. Immaginò tre gradini. Una civiltà di Tipo I sa usare tutta l’energia disponibile sul proprio pianeta. Una di Tipo II raccoglie l’intera energia della sua stella. Una di Tipo III arriva a disporre dell’energia di una galassia intera.
Dopo di lui altri hanno spinto la scala fino a livelli da fantascienza: chi controlla un superammasso di galassie, chi l’universo intero, chi immagina esseri capaci di creare universi e usarli come batterie. Numeri che diventano vertigine. Ma il punto non è la vertigine: è la direzione in cui la scala punta il dito.
E noi, a che punto siamo?
Qui arriva la doccia fredda. Nel 1973 Carl Sagan riprese quella scala e vi aggiunse i valori intermedi, con una formula per collocarci tra un gradino e l’altro. Il verdetto: l’umanità degli anni Settanta valeva un Tipo 0,7, cioè una decina di terawatt. Oggi la Terra è stimata a 0,7276.
Mezzo secolo di progresso ci ha spostati di tre centesimi. Non abbiamo ancora imparato a usare tutta l’energia del nostro pianeta, non siamo neppure di Tipo I, e forse ci arriveremo tra un paio di secoli. In cima alla scala, intanto, ci sarebbero civiltà capaci di accendere e spegnere universi.
E se fossero tutte la stessa cosa
Adesso faccio un passo che nessuna formula autorizza, ma che la scala stessa suggerisce se la guardi da lontano. Sali, sali ancora: Tipo I, II, III, e poi su fino a chi tiene in mano l’energia di tutto ciò che esiste. A quel punto la parola “civiltà” non regge più. Chi dispone dell’intero, chi crea e distrugge universi, non è più uno tra i tanti: è l’unico.
Le chiamiamo civiltà diverse, ma in cima c’è una sola entità. Le tradizioni orientali, e prima ancora la filosofia antica, lo ripetono da sempre: la molteplicità è un’illusione, l’Unità è una. Noi ne siamo manifestazioni, avatar di passaggio, ognuno con il suo posto nell’ordine. E quell’entità in cima alla scala ha già un nome antico: Dio.
La parola che tiene insieme il paradosso
Resta un problema. Se siamo tutti Dio, perché ci sentiamo separati da lui? La risposta più affilata l’ha data la cabala ebraica di Isaac Luria, nel Cinquecento, con una parola sola: Tzimtzum, contrazione, ritrarsi.
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Dio, l’Infinito (En Sof), si ritira in se stesso per fare spazio alla creazione, e in quello spazio lascia entrare un raggio della propria luce. È il paradosso di un Dio che c’è e non c’è: si toglie di mezzo perché noi possiamo esistere. La distanza che senti non è un abbandono: è il respiro con cui l’Infinito ti fa posto.
Il canto di Dio non si prega, si evoca
Da qui una conseguenza che cambia il modo di pregare. Se Dio si ritrae e poi rientra, se fluisce e vibra, allora l’universo non è un meccanismo muto: è un suono che si propaga nello spazio che Dio ha aperto. È il canto di Dio.
E a un canto non rispondi implorando dall’esterno, come una voce che chiama da una torre lontana. Un canto lo evochi, lo tiri fuori da dentro. Non c’è nessuno lassù da supplicare, perché quel qualcuno sei anche tu che leggi, sono io che scrivo, è perfino chi questo testo non lo leggerà mai. Tutto va come deve andare: nessun vero distacco, nessuna nascita e nessuna morte, solo vita che si ritrova.
Torna alla notte da cui siamo partiti, con gli occhi al cielo e quel senso di essere piccolo e solo. Ora sai che la distanza tra te e le stelle non è vuoto: è lo spazio che qualcuno ha aperto perché tu potessi guardarlo. Gli alieni, forse, sono là fuori. Ma la voce che cercavi non arriva da un altro pianeta. Sale da dentro, e ha il timbro di un canto che conosci da sempre.
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