Il tema di terza media di Mauro Ceruti

L’intervista di Luca Fraioli a Mauro Ceruti, la Repubblica del 17 agosto: quello che c’è scritto lo scrivevo io a quattordici anni, su un foglio protocollo.

La prima pagina di Repubblica con il richiamo all’intervista a Mauro Ceruti e il titolo Non c’è problema più urgente
Il richiamo di prima pagina de la Repubblica del 17 agosto 2026: sotto l’occhiello L’intervista, il titolo Il filosofo Ceruti, Non c’è problema più urgente, con il ritratto del filosofo e la firma di Luca Fraioli che rimanda a pagina 3. Foto di Giuseppe Vitale

Cosa scrivevi nei temi delle medie?

Io lo so cosa scrivevo. C’era una frase che infilavo in fondo a ogni tema, sempre quella, e funzionava: voto alto, ogni volta. Te la dico alla fine. Prima ti porto dove l’ho ritrovata stamattina, aperta sul tavolo della colazione: la prima pagina di Repubblica, in bocca a Mauro Ceruti, filosofo di settantatré anni.

Lunedì 17 agosto, pagina tre. Luca Fraioli lo intervista: professore emerito alla Iulm, dove dirige il centro di ricerca sui sistemi complessi. In prima pagina il richiamo è di cinque parole: non c’è problema più urgente. Dentro, il titolo dice che siamo sull’orlo dell’abisso e che la politica è assente.

A quattordici anni quella frase valeva nove

L’ho letta due volte per capire cosa mi disturbava. Non il contenuto. Il suono. Quel pezzo ha il suono di una cosa che ho già scritto io, su un foglio protocollo, con la penna blu.

Guardo come finisce la risposta centrale, quella su che politica servirebbe: occorre un’assunzione di responsabilità nel costruire politiche di solidarietà globale.

Occorre a chi? Il verbo sta lì in mezzo alla frase senza nessuno che lo regga. Un dovere senza soggetto non è un appello, è un compito in classe.

A quattordici anni chiudevi così perché era la formula che il professore premiava, e nessuno ti chiedeva conto del giorno dopo.

Sette soggetti, e nessuno sono io

Poi ho contato i soggetti. La politica, i governi, le destre radicali, le sinistre globali, l’opinione pubblica, l’umanità, i corpi intermedi che non ci sono più.

Sette soggetti in una pagina, e nessuno è chi parla.

Nel tema di terza media è normale: non hai potere su niente, scrivi per essere valutato, la scrittura è un esercizio che non produce conseguenze. In un professore emerito che parla dalla prima pagina di un quotidiano nazionale, la stessa grammatica dice una cosa sola: neanche io ho potere qui, sto svolgendo.

Il nove si prende con l’ampiezza

C’è una terza marca, ed è quella che mi ha convinto. Ceruti dice che il clima è il solo grande problema perché al suo interno racchiude tutte le altre questioni globali, dalle migrazioni ai conflitti.

In terza media questa mossa vale un nove pieno. A scuola più l’argomento è grande più sale il voto. Fuori vale l’inverso.

Il mio nove

Prima che ti venga il sospetto che io stia guardando quel pezzo dall’alto: quei temi li scrivevo io. Non uno. Tutti.

Non ricordo le tracce e non ricordo i voti. Ricordo la formula, perché la formula era sempre quella. Da qualche parte nella prima facciata dichiaravo che quello era il problema maggiore, o il più urgente, o il più trascurato. Poi riempivo le altre tre di bisogna, occorre, si deve. Quattro facciate senza un soggetto dentro.

E la cosa che mi costa dirti è che ci credevo. Pensavo per davvero che scrivere che bisogna cambiare fosse un modo di cambiare qualcosa, e tornavo a casa con la sensazione fisica di avere fatto la mia parte.

Ci sono voluti anni e un lavoro che non è quello dello studente per capire dov’era l’imbroglio. Non nel mio svolgimento: nella traccia. Quel tema non si poteva svolgere, e non perché fosse difficile. Perché la cosa che mi chiedevano di risolvere non era un problema.

Che cos’è un problema

C’è una distinzione che ho imparato lavorando sui problemi degli altri, e che a scuola nessuno mi ha insegnato.

Un problema è una cosa che si può risolvere con le risorse di chi ce l’ha davanti. Se non si può risolvere con quelle risorse, non è un problema: è una condizione.

La morte non è un problema

La morte non è un problema. È una condizione, e infatti nessuno l’ha mai risolta. I problemi dentro quella condizione sono altri, e hanno una faccia precisa: come invecchio con una salute decente, come faccio a non morire da solo.

La disoccupazione non è un problema: è la condizione di milioni di persone. I problemi dentro quella condizione sono trovare un lavoro a marzo, pagare l’affitto ad aprile, non perdere la testa a maggio.

Una condizione non si risolve. Si abita, e dentro ci si ritagliano i problemi.

Un problema che contiene tutti i problemi

Ora rileggo la frase di Ceruti. Il clima è il solo grande problema perché al suo interno racchiude tutte le altre questioni globali, dalle migrazioni ai conflitti.

Chiama problema una cosa che nessuno di quelli che leggono quella pagina può risolvere con le risorse che ha. E non si ferma lì: ci mette dentro anche le migrazioni e le guerre, cioè accorpa invece di ritagliare.

Un problema che contiene tutti i problemi ha perso il contorno, e una cosa senza contorno non si afferra.

A chi la fai, la domanda?

Un problema è una domanda, e una domanda ha bisogno di qualcuno in grado di rispondere. Se non posso rispondere io, quella domanda va posta a qualcun altro, non a me.

La soluzione dipende dal solutore, non dalla gravità della cosa. Quella pagina di giornale pone la domanda a tutti, che vuol dire a nessuno.

Non è rimozione, è un conto che torna

Gli chiedono perché siamo rassegnati. Risponde che c’è una rimozione nel senso psicoanalitico del termine, e che mentre in Freud le angosce rimosse riguardavano la malattia e la morte, oggi abbiamo a che fare con angosce politiche.

Poi aggiunge una frase che vale l’intera pagina, e che secondo me gli è scappata: la distanza fra ciò che io come individuo posso fare e l’enormità del problema provoca rassegnazione.

La rileggo con la distinzione di prima. Non ha descritto un sintomo. Ha dato la definizione di condizione.

Perché rassegnato non vuol dire rimosso. Non c’è niente di rimosso: nella spalla della stessa pagina il giornale conta 10.650 morti in Europa in una sola settimana di caldo, e quel caldo la gente se l’è sentito addosso tutta l’estate.

Se assegni a qualcuno un compito fuori dalla portata delle sue mani, quello si siede. Sempre. Metti duecento chili sulla schiena di un uomo e non ti serve Freud per spiegare perché non si alza.

La pagina che addormenta

Così quella pagina finisce per fare l’esatto contrario di quello che voleva. Diagnostica la rassegnazione e la somministra.

Ti dice che sei schienato, e nello stesso spazio ti carica addosso il peso che ti ha schienato, con le migrazioni e le guerre in aggiunta.

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Chi la legge fino in fondo chiude il giornale più fermo di quando l’ha aperto.

Non ho mai messo in discussione una traccia

In tutta la mia carriera scolastica non ho messo in discussione una traccia una volta sola. Se il tema andava bene lo rifacevo uguale. Se andava meno bene lo rifacevo con più impegno: argomento più largo, chiusura più nobile, qualche bisogna in più nel corpo.

Cinque anni così. Il metodo non l’ho corretto mai, perché il metodo funzionava: il voto arrivava. Quello che non arrivava era la cosa che il tema diceva di volere.

Giorgio Nardone le chiama tentate soluzioni: le strategie che invece di sciogliere un problema lo tengono in vita. La tentata soluzione non fallisce e basta. Diventa lei il problema.

Il mio tema non era un tentativo mancato di dire qualcosa di vero sul mondo. Era l’esercizio con cui imparavo a lasciarlo dov’era.

La dose

Paul Watzlawick, con cui Nardone ha lavorato e scritto, aveva descritto la trappola in due mosse, e la prima è quella dello studente: esiste una sola soluzione possibile e ragionevole, e se non ha funzionato vuol dire che non ci siamo applicati abbastanza.

La seconda è più subdola: quella supposizione non si mette in discussione, si verifica solo il modo in cui è stata applicata.

L’intervista è quel meccanismo in forma pura. La strada è una, le politiche di solidarietà globale, e il fatto che non arrivi si spiega con le destre che negano e con le sinistre che, dice lui, restano silenti per calcolo elettorale. Mai il sospetto che sia la traccia a non funzionare.

E allora guardo la dose. Da trent’anni la strategia è la stessa: più informazione, più allarme, più scala. Le quattro facciate sono diventate rapporti, prime pagine, conferenze mondiali.

Nella stessa risposta Ceruti certifica il risultato: la rassegnazione oggi è più diffusa perfino della negazione climatica. Il rimedio ha superato la malattia che doveva curare, e la conclusione che se ne trae è che serve ancora più rimedio.

Mauro Ceruti e il gemello del negazionista

Ceruti accusa il negazionismo di essere una cultura ipersemplificatrice, che riduce la crisi indicando un untore, negli ultimi tempi gli immigrati. Vero.

Ma dire che il clima è il solo grande problema perché contiene le migrazioni e i conflitti è un’altra semplificazione, di segno opposto. Una riduce tutto a una causa, l’altra fonde tutto in un blocco.

Il negazionista ti toglie i pezzi, il suo gemello te li salda insieme. In mano non ti resta niente su cui lavorare, in nessuno dei due casi.

E questo lo dovrebbe sapere lui prima di me, perché di mestiere studia i sistemi complessi. Che non si governano dal centro: si muovono ai bordi, dove qualcuno lavora su un pezzo che conosce.

Chi paga

Ti hanno mai dato un consiglio quelli che poi tornano a casa loro e dormono tranquilli? Tu il consiglio lo applichi. Se va male, paghi tu. Lui il giorno dopo te ne dà un altro.

C’è uno che ha costruito mezza carriera su questa cosa e si chiama Nassim Taleb. La sua regola sta in una riga: chi dà un consiglio deve rimetterci qualcosa se il consiglio è sbagliato. La chiama pelle in gioco.

E occhio, Taleb sul clima non è di quelli che dicono che non è grave. Dice il contrario in un saggio scritto con Bar-Yam, Norman e Read, con parole più dure di quelle di Ceruti: se una cosa può finire in rovina non ci si scommette sopra, si taglia il rischio subito. Solo che la sua ricetta è l’opposta. Non appelli al mondo intero: decisioni prese in basso, vicino, da chi ci rimette se sbaglia.

Torno alla frase centrale dell’intervista. Occorre un’assunzione di responsabilità nel costruire politiche di solidarietà globale. E faccio una domanda sola: se non si fa, chi ci rimette?

Il filosofo no, ha detto la cosa giusta. Il giornale no, ha venduto la copia. I governi cambiano. Un appello che non costa niente a chi lo lancia non è un appello, è un tema.

Perché il tema è la scrittura che non costa niente. Scrivi che bisogna, prendi il voto, torni a casa. A scuola ti valutano per quello che volevi. Fuori per quello che è successo.

Il ritaglio

E allora cosa mi resta in mano, stamattina?

Non come salviamo il pianeta. Ma: come faccio a dormire in una stanza a trentaquattro gradi. Come faccio a far passare luglio a chi ha ottant’anni e vive solo al piano di sopra. Come faccio a non perdere l’orto ad agosto. Come faccio a spostare il lavoro nelle ore in cui la testa funziona.

Il problema tuo ti fa alzare dalla sedia. Il problema del mondo ti inchioda alla sedia.

Il resto lo rimando indietro, a chi ha il potere di rispondere, con nome e cognome. Non è rassegnazione: smetti di portare un peso che non puoi sollevare, e lo lasci a chi ha le braccia.

Torna a quel banco

Te l’avevo promessa all’inizio. La frase che mi faceva prendere nove era questa: questo è il problema più urgente.

Il richiamo di prima pagina di lunedì, sopra la foto del filosofo, dice: non c’è problema più urgente.

Cinque parole. Le stesse.

Ho piegato il giornale e l’ho lasciato sul tavolo. Il nove me lo diedero, e nessuno è mai venuto a chiedermi conto di quello che avevo promesso in quelle quattro facciate. Il patto era quello: tu scrivi che bisogna, io ti do il voto, e il mondo resta dov’è.

Il tuo, quel tema, l’hai consegnato o lo stai ancora scrivendo?

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2 pensieri su “Il tema di terza media di Mauro Ceruti

  1. Non conoscendo ne il filosofo ne’ l’intervista non essendo abbonato a Repubblica, posso solo prendere atto del rigore della decostruzione condivisa. Giudicando indirettamente dalla critica, mi pare che l’intervista sua nella media delle prediche sul clima che ci vengono regalate spesso. Credo che “fare il tema” sia il rischio classico del giornalisno. Quanto ai temi che “svolgevo a scuola non avevano metodo, percio’ poi mi piacerà poi un filosofo contro il metodo? Di temi miei memorabili neveivordo solo due dichiaratamente nichilista al liceo. Ma non credo che interessino

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