
Hopkins non ha capito fino in fondo Lecter.
So che è una frase forte. L’attore americano ci ha anche vinto un Oscar come miglior attore protagonista con quel ruolo. Tutti ricordiamo Il silenzio degli innocenti, una delle pellicole meglio riuscite di tutta la storia del cinema. Quindi io come faccio a dire una cosa del genere?
Ti chiedo solo di seguire un po’ il mio ragionamento. Niente di più. A partire dal fatto che Hannibal Lecter non è un villain. Il villain o cosiddetto “cattivo” vuole qualcosa di riconoscibile. Potere, vendetta, denaro, sopravvivenza. Ha un obiettivo che capiamo anche quando lo condanniamo. Sta dall’altra parte di una linea che sappiamo dove si trova.
Lecter no. Non vuole niente di quello che vogliamo noi. Non ha paura di niente che temiamo noi. Non ha bisogno di niente che ci serve a noi. Sta fuori da qualsiasi categoria che abbiamo costruito per contenere le persone pericolose.
E allora cos’è?
L’assegnazione
Tutto nasce da una scena. Quella in cui Clarice entra nel corridoio davanti alla cella di massima sicurezza all’ospedale psichiatrico di Baltimora, dove si trova Lecter. Ci va per l’ultima volta. Ha bisogno delle informazioni su Buffalo Bill, il serial killer che sta uccidendo tante donne, e lui gliele dà a contagocce. Una ragazza è in pericolo. Il tempo stringe. E Lecter lo sa benissimo, ma non gliele dà subito. Il mio insegnante, Davide, me l’ha messa in mano e mi ha detto: preparala, fai Lecter.
I primi giorni li ho passati a leggere la sceneggiatura, non a guardare il film. Ted Tally ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura non originale perché ha preso un personaggio già potente e lo ha reso più stratificato, più umano, più preciso. Ogni parola è pesata. Niente è lì per caso. È una partitura, non un copione.
La storia viva
E non sono l’unico ad essersi accorto che questa storia è ancora viva, che non ha finito di parlare. Mentre scrivo, nel 2026, sta per debuttare la prima versione teatrale del Silenzio degli Innocenti nella storia. Prima mondiale al Curve Theatre di Leicester, agosto 2026, poi un tour lungo un anno tra Regno Unito e Irlanda. Trentacinque anni dopo il film, qualcuno ha deciso che quella storia ha ancora qualcosa da dire.
E il palco, non lo schermo, è il posto giusto per dirlo. Il regista Nikolai Foster ha dichiarato che al cuore dello spettacolo c’è proprio quello: il rapporto tra Clarice e Lecter, i loro incontri, quello che si costruisce e si distrugge dentro quelle conversazioni. Proprio quello su cui sto lavorando io, in uno studio di recitazione a Roma.
Gli altri attori che hanno interpretato Hannibal
Poi ho guardato tutte le interpretazioni, una per una, cercando cosa aveva trovato ognuno e cosa aveva lasciato sul tavolo.
Brian Cox, il primo ad aver interpretato Lecter nel 1986, ha recitato la banalità: nessun glamour, nessuna teatralità, l’uomo più realistico dei quattro. Ha trovato l’uomo e ha perso il fuoco.
Gaspard Ulliel nel 2007 aveva il compito più difficile: interpretare Lecter prima che diventasse Lecter. Mostrare la trasformazione, non il risultato. Ha studiato il trauma infantile, la cultura aristocratica europea, l’influenza di Lady Murasaki. Ha trovato l’origine e ha perso il testo, perché la sceneggiatura di Hannibal Rising era troppo debole per contenere quello che cercava. Senza un testo all’altezza anche il lavoro più serio rimane invisibile.
Mads Mikkelsen nella serie televisiva è arrivato più vicino di tutti alla fragilità del personaggio, ha costruito un Lecter sulla solitudine e sulla malinconia che è il più umano dei quattro. Ma lavorava su un testo diverso, un Lecter più giovane, un rapporto con Will Graham che non ha niente a che fare con quello che Tally ha scritto per Clarice.
Cosa ha fatto Hopkins e perché non basta
Hopkins ha raccontato il suo metodo in più interviste. Ha deciso di non costruire una backstory, cioè la storia che un personaggio ha vissuto prima che la storia raccontata inizi. Ha scelto di trattare Lecter come una forza della natura, qualcosa di quasi non umano che non ha bisogno di spiegazioni causali. Da quella scelta è nato il Lecter che tutti conosciamo: glaciale, inumano, perfetto. Ha dichiarato di essersi ispirato a HAL 9000, il computer di bordo della navicella spaziale Discovery nel film 2001 Odissea nello Spazio.
È una scelta geniale. Ma è anche la scelta che ha chiuso una porta. Perché dentro la sceneggiatura di Tally non c’è una forza della natura. C’è un uomo con qualcosa di fragile sepolto sotto strati di controllo assoluto. E quella fragilità non è un dettaglio psicologico interessante. È il motore della scena.
Hopkins ha recitato la cattedrale. Bellissima, iconica, indimenticabile. Ma dentro la cattedrale c’è una cappella piccola e buia che non è mai entrato a cercare.
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I due livelli
Lecter in quella scena lavora su due livelli insieme. Il primo: ti sto manipolando, so già come finisce. Il secondo, quello che nessuno ha mai recitato: sei l’unica persona che abbia mai bussato alla porta giusta, e non so cosa fare.
Non si alternano. Coesistono in ogni battuta, in ogni pausa, in ogni sguardo. Scegliere solo il primo ti dà Hopkins, che è grandioso. Scegliere solo il secondo ti dà qualcosa di vago che non regge trenta secondi. Stare nel mezzo, nel conflitto vivo tra i due, è il lavoro. È quello che nessuno ha ancora fatto.
C’è un motivo preciso per cui il secondo livello esiste. Lecter sa già che quella è l’ultima volta che vedrà Clarice. Ha pianificato la fuga. Quando lei esce da quella cella esce dalla sua vita per sempre. Ogni informazione che le dà è un secondo in più. Sta cercando di trattenere il tempo nel solo modo che conosce, con le parole, con gli scambi, con i silenzi. Non è manipolazione. È disperazione travestita da eleganza.
Il prologo
E Harris lo sapeva. Lo aveva scritto nel prologo di Hannibal, il romanzo. Descrive la mente di Lecter come un palazzo della memoria, barocco e immenso, con corridoi e stanze che si moltiplicano all’infinito. Ma poi aggiunge una cosa che cambia tutto: i piani dedicati ai primi anni di Hannibal sono incompleti, frammentari, come ceramiche tenute insieme dallo stucco. E più in fondo, nei sotterranei, ci sono stanze dove lo stesso Hannibal non può andare. Posti dove echeggiano suppliche e urla. Posti che ha murato.
Quella è la cappella. Harris la chiama in modo diverso, ma è la stessa cosa. È il posto che Hopkins non ha mai cercato. È il posto da cui viene tutto il resto, la cultura, il controllo, la raffinatezza, il codice etico distorto. La cattedrale intera è costruita per tenere chiusa quella porta.
E Clarice, senza saperlo, bussa proprio lì.
Cosa sto imparando a mie spese
All’inizio l’ho letto come un personaggio di potere. L’avvocato del diavolo, quello che sa tutto e non teme niente. Poi qualcosa non tornava. C’era dentro Lecter qualcosa che non avevo mai visto in nessun altro personaggio, qualcosa che non si lasciava catalogare. Ho iniziato a scavare. Ed è come entrare in una grotta buia senza sapere quanto è profonda. Ogni strato che togli ne trovi un altro. La corazza che ha costruito intorno a sé è la cosa più elaborata che abbia mai incontrato. Quasi fantascientifica. Il tipo di viaggio interiore che in Star Trek richiederebbe più puntate e forse anche uno spin off.
Il problema vero
Poi ho iniziato a metterlo in scena. E lì è arrivato il problema vero. Il mio primo istinto era tutto verso Clarice, verso la mia compagna di corso con cui sto lavorando. Empatia piena, presenza totale. Bellissimo come intenzione. Sbagliato come scelta. Perché Lecter non può permettersi di andare verso Clarice. Può solo lasciarsi sfiorare. Un millimetro. Irrimediabile. Come quel momento alla fine della scena in cui sfiora il dito di lei con il suo, appena, quasi niente. Clarice non deve accorgersene. Forse nemmeno lui.
Quel millimetro è il personaggio. Tutto il resto è la corazza.
Come possiamo continuare questa scoperta
Ci sto lavorando su questa scena. La mostro all’HT Studio a Roma. Vieni a vederla.
Giudica tu se il secondo livello c’è o se ho solo trovato un modo elaborato per essere meno bravo di Hopkins.
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