Coincidenze e illusione di frequenza

Perché vedi ovunque quello che hai già deciso di vedere, e come si fa a non caderci.

Illusione di frequenza: uomo seduto accanto a una finestra in una stanza buia, luce del mattino sul volto.
Foto di Sean Boyd su Unsplash

Ti è mai capitato di scambiare una telefonata per un segno del destino?

A me sì, ed è stata una telefonata da Roma. Ci arrivo, ma prima devo raccontarti come funziona il trucco che ti frega, perché ha pure un nome tecnico: illusione di frequenza.

Questo pezzo l’ho scritto nel 2021. L’ho riscritto adesso perché nel frattempo ho capito qual era la parte che non avevo il coraggio di dire.

La Mustang e l’illusione di frequenza

Anni fa mi sono messo in testa la Ford Mustang. L’auto che ammiro di più al mondo. Nel giro di pochi giorni ne vedevo sfrecciare una a ogni incrocio. Erano lì anche il mese prima. Ma il mese prima non mi riguardavano, e quindi per me non esistevano.

Gli studiosi hanno un nome preciso per questo scherzo del cervello. Il termine lo ha coniato nel 2005 il linguista di Stanford Arnold Zwicky, e ne trovi qui la storia: qualcuno la chiama, con più teatro, fenomeno di Baader-Meinhof. Dentro ci sono due ingranaggi. Il primo è l’attenzione selettiva, che accende un faro su quello che ti sta a cuore. Il secondo è il bias di conferma, che raccoglie le prove a favore e getta via il resto. Le auto che non sono Mustang non le conti. Non le vedi nemmeno.

Colombo, il cacciaballe

Siamo un po’ tutti come Cristoforo Colombo, dei cacciaballe, come lo definiva Dario Fo.

Lui era convinto che le coste dove sbarcò nel 1492 fossero le Indie. Fino alla morte esaltò ogni informazione che confermava la sua tesi e ignorò a bella posta tutto ciò che raccontava un’altra storia. Nei rapporti alla corona spagnola favoleggiava di ricchezze che non aveva trovato. Aveva scoperto un continente intero e non se ne accorse mai, perché stava guardando solo le Indie.

Nassim Nicholas Taleb, in Il cigno nero, chiama questo bisogno narrative fallacy: prendiamo una manciata di fatti scollegati e ci cuciamo sopra una trama, perché una trama la puoi tenere in mano e il caso no.

La telefonata da Roma

Una volta mi chiamò la Rai.

L’ho preso subito come il segno che si compiva uno dei desideri più grandi della mia vita. Ero così dentro quella storia che non mi sono nemmeno sincerato di che tipo di lavoro si trattasse. Non ho fatto la domanda più ovvia del mondo. Poi si rivelò una cosa molto, molto più piccola di quella che avevo capito.

Il costo non è stata la delusione. La delusione passa. Il costo è che per qualche giorno ho smesso di ascoltare quello che stava succedendo per davvero, occupato com’ero ad ascoltare la trama che mi ero cucito addosso. Ho recitato una parte che nessuno mi aveva assegnato.

Discernere non è sommare, è separare

Qui la tentazione opposta è comoda uguale: buttare via tutto, decidere che niente significa niente, che il mondo è muto. Un altro modo per non fare la fatica.

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Che il mondo parli, ogni tanto, non lo escludo. Ne ho scritto anche quando ho raccolto trenta modi in cui Dio ci parla, e delle coincidenze ho parlato pure al bar. Ma parla piano, e quasi mai per confermarti.

Serve quello che si chiama discernere, che in latino viene da cernere, setacciare. Non sommare significati: separarli. Tenere il grano e lasciar volare la pula. Il discernimento non è la capacità di trovare segnali dappertutto, cosa che riesce benissimo anche ai creduloni. È la capacità, più rara e più scomoda, di distinguere un segnale vero dall’eco della tua voglia.

Questa è la via negativa, quella che i latini conoscevano bene. Non chiederti quale significato dare al segno. Chiediti prima cosa devi togliere: quante prove contrarie stai ignorando, quante auto che non sono Mustang non stai contando.

L’antidoto è antipatico

Quando una coincidenza ti sembra troppo perfetta per essere un caso, fa’ la cosa più sgradevole che esiste: cerca la controprova. Chiediti quante volte quello stesso segno si è presentato senza che seguisse niente. Chiediti chi ci guadagna a farti credere che sia destino, e considera che spesso quel qualcuno sei tu, perché un fato già scritto costa meno di una scelta da prendere.

E non è detto che la via ti venga mostrata da eventi favorevoli. Nella mia esperienza è più spesso quello che va storto a indicarti il percorso giusto. Le telefonate che non arrivano dicono più di quelle che arrivano.

Se avessi fatto una sola domanda, quel giorno, avrei saputo subito che lavoro era. Non l’ho fatta, perché la risposta rischiava di rovinarmi la storia.

Allora la domanda vera non è “che segno è questo?”. È un’altra, e ti tocca sostenerla da solo: quante delle coincidenze che chiami destino sono solo le Mustang che avevi già deciso di vedere?

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2 pensieri su “Coincidenze e illusione di frequenza

    • Il tema delle coincidenze nella propria vita e della loro corretta interpretazione attraverso il discernimento è argomento non facile ma che tuttavia va sviscerato il più possibile, senza però forzare la mano o impegnarsi troppo. Si tratta di una danza, nella quale è pure necessario ildistacco.

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