Pinuccio e la sirena

Hai mai amato qualcuno che non potevi avere?

Non parlo di distanza, di tempi sbagliati, di storie complicate. Parlo di un amore che stava in un altro mondo, letteralmente. Un amore per il quale avresti pagato qualsiasi prezzo, anche quello finale.

Pinuccio lo ha fatto. Leggi fino in fondo e capisci perché.

Se vuoi puoi continuare leggendo il racconto oppure lo puoi ascoltare cliccando sul player qui sotto.

Pinuccio e la sirena

Tutti lo chiamavano ‘o sciupafemmene.

Se l’era portato quel soprannome da Napoli, a diciotto anni, insieme a una borsa di cuoio e a un dolore che non aveva ancora imparato a chiamare con il suo nome. A Napoli aveva amato una donna, figlia di un nobile del Vomero, che gli aveva riempito tre anni di vita con i suoi capelli scuri e le sue mani fredde e il modo che aveva di ridere coprendosi la bocca. Lei lo amava. Lui la amava. Il problema era che Pinuccio, mentre la amava, guardava già da un’altra parte.

Una sera a cena con lei tenne gli occhi sulla cameriera per tutto il tempo che ci volle a svuotare un piatto di spaghetti alle vongole. Lei lo vide. Non disse niente. Continuò a mangiare.

Tre giorni dopo si tolse la vita.

Pinuccio partì il giorno dopo con la borsa e con il gruzzolo che lei gli aveva lasciato, perché anche nell’amore tradito aveva continuato ad amarlo fino in fondo. Portò quei soldi con sé come si porta una colpa, cuciti dentro il risvolto della giacca. Non li toccò mai.

A Bari ricominciò davvero. Napoletane, romane, milanesi, straniere, svedesi, sudamericane, giapponesi. Aveva un non so che che le prendeva tutte, pur non essendo un marcantonio, pur essendo un po’ spartano nei modi. Piaceva e basta. Quando beveva un bicchiere di troppo raccontava tutto, spavaldo: come vedeva una donna per strada, come iniziava a parlarle, come dopo pochi minuti erano già in un angolo a baciarsi. I mariti e gli ex gli avevano teso agguati più di una volta. Lui se ne usciva sempre più gaio e più innamorato della vita.

Poi una mattina salì su una barca.

Ci salì per seguire una donna che andava a pescare con i pescatori. Era ancora buio quando si alzò la tempesta. La barca ballava, Pinuccio finì in acqua. Non sapeva nuotare.

Stava per affogare quando vide la sirena.

Lo prese, lo portò sullo scoglio. Era così bella che Pinuccio smise di tremare. Capelli come alghe nere, occhi color del mare fondo, una voce che sembrava venire da sotto il mondo. Lei lo guardò e rimase. Rimasero insieme, giorni, settimane. Lei gli insegnò a nuotare, a stare in apnea, a sentire il freddo dell’acqua fonda come qualcosa di vivo. L’amore tra i due cresceva ogni giorno come cresce il mare in tempesta, senza chiedere permesso. Pinuccio voleva seguirla giù, nella sua città, non stare più in superficie.

Andò da una zingara.

La trovò in un vicolo del borgo antico, dietro una tenda rossa che sapeva di chiodi di garofano e di cera bruciata. La donna aveva le mani che sapevano di sale e di cenere, gli occhi chiari di chi ha visto troppe cose e non si stupisce più di niente. Gli mise in palmo una fiala scura, piccola come un dito, e gli parlò con la voce di chi dice le cose una volta sola.

Poteva usarla una volta sola. Gli avrebbe permesso di stare sott’acqua per anni, ma non per sempre. E se fosse tornato in superficie, non avrebbe mai più potuto scendere. Pena la morte.

«E il prezzo?» chiese Pinuccio.

La zingara guardò la giacca. Guardò il risvolto cucito. Non disse niente.

Pinuccio scucì la fodera con le unghie, lì nel vicolo, e le mise in mano tutto il gruzzolo della nobile napoletana. I soldi che non aveva mai toccato. La zingara li contò senza fretta, li infilò nel grembiule e gli allungò la fiala senza aggiungere una parola.

Pinuccio la bevve senza esitare.

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Si inabissò con la sirena nel regno che stava sotto, dove i palazzi sono di pietra nera levigata dal tempo e le strade sono fatte di correnti e i mercati profumano di agrumi di mare che nessun essere di superficie ha mai visto. Un re senza volto sedeva al centro di tutto, avvolto in un manto di anemoni, e governava con la sola forza del silenzio. Sette anni che sembrarono un lampo. Pinuccio si dimenticò della fiala. Si dimenticò del limite. Era felice come non lo era mai stato, e la felicità, quando è piena, non lascia spazio al ricordo.

Un giorno gli mancò l’aria.

Risalì di colpo, come si risale dai sogni. Guardò il cielo bianco di marzo, il freddo dell’aria che non conosceva più. Poi guardò l’acqua sotto di lui, scura e ferma, e pensò alla sirena che era rimasta giù, ai palazzi di pietra nera, al silenzio del fondo che aveva imparato ad amare più di qualsiasi cosa avesse mai conosciuto in superficie.

Si ricordò delle parole della zingara.

Le tenne in mente per il tempo di un respiro. Un solo respiro, l’ultimo che voleva sprecare in superficie. Poi si tuffò.

Scese.

Il freddo lo avvolse. Il buio lo accolse. I polmoni si strinsero come pugni chiusi e Pinuccio continuò a scendere, verso il basso, verso il silenzio, verso casa.

La sirena lo trovò mentre scendeva giù. Lui aprì gli occhi e la vide. Le tenne il viso tra le mani per un momento che non aveva durata. Poi le mani scesero.

Lei rimase ferma nell’acqua fredda con lui tra le braccia per molto tempo.

Poi posò Pinuccio sul fondo, tra le rocce, come si fa con qualcosa di prezioso che non si vuole rompere. Si sedette accanto a lui. Non nuotò verso il largo. Non cercò un’altra strada.

Rimase lì.

Gli anziani del lungomare di Bari lo ricordano ancora. Dicono che quello là aveva amato più di chiunque altro.

Non per sfortuna. Non per distrazione.

Per scelta.

Tu cosa sceglieresti?

Pinuccio ha scelto il fondo del mare.

Se senti che hai una storia da raccontare, un progetto che non riesci a far uscire, qualcosa che vuoi costruire ma non sai da dove cominciare, scrivimi. Lavoro con chi ha qualcosa di vero da dire e vuole imparare a dirlo in modo che resti.

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