Puntare il dito è la scusa più antica del mondo

Puntare il dito quando qualcosa va storto è il gesto più naturale che abbiamo, e anche il più inutile. Lo fa il primo uomo della Bibbia, lo hanno fatto sei milioni di tifosi, lo faccio io.

Una donna si affaccia per metà da un sipario di velluto rosso, nascosta dietro le quinte di un teatro
Una donna si affaccia per metà da un sipario di velluto rosso, con le candele accese alle sue spalle. Foto di cottonbro studio su Pexels

Quando un tuo progetto va a rotoli, qual è la prima cosa che cerchi: la soluzione o il colpevole?

C’è una domanda di due parole che ti hanno fatto prima ancora che nascessi. Alla fine di questo pezzo te la rifaccio, e stavolta rispondi tu.

Lo scorso luglio, ai Mondiali, l’Egitto era avanti 2-0 sull’Argentina a un quarto d’ora dalla fine, e ha perso 3-2. Tre gol presi in tredici minuti. Il giorno dopo, in Egitto, si parlava dell’arbitro. Il ct ha accusato la direzione di gara, e una petizione online per escludere l’Argentina dal torneo ha superato i sei milioni di firme. Sei milioni di dita puntate nella stessa direzione.

Quella partita ha i suoi minuti, e messi in fila dicono una cosa che il giorno dopo nessuno guardava. Premi e segui il cronometro.

Verde: l’Egitto conduce. Ambra: l’Argentina rimonta. Rosso: comincia la ricerca del colpevole.
0su cento, quanto della partita è passato
  • 15′
    Il vantaggio
    Yasser Ibrahim segna di testa. L’Egitto è avanti sui campioni del mondo.
  • 21′
    Il rigore parato
    Messi va sul dischetto e Shobeir respinge. È il secondo rigore che sbaglia in questo Mondiale.
  • 67′
    Il raddoppio
    Ziko segna il 2-0. L’Egitto ha già un piede nei quarti.
  • 79′
    La prima crepa
    Romero accorcia di testa: 2-1.
  • 83′
    Il pareggio
    Sinistro di Messi, 2-2. È il suo ventunesimo gol ai Mondiali, un record.
  • 92′
    Il sorpasso
    Enzo Fernández di testa, su assist di Lautaro Martínez. 3-2, Egitto fuori.
  • Dopo il fischio
    Sei milioni di firme
    Il ct egiziano accusa l’arbitro. Una petizione online chiede di escludere l’Argentina dal torneo e supera i sei milioni di firme.
Tredici minuti hanno deciso la partita. Nelle settimane dopo, sei milioni di firme hanno chiesto conto all’arbitro, non a quei tredici minuti.
Che cosa c’entri questo con l’ultima volta che hai perso qualcosa sta nelle righe che seguono.
Minuti dalle cronache della partita del 7 luglio 2026 ad Atlanta: Ibrahim al 15′, rigore di Messi parato da Shobeir al 21′, Ziko al 67′, Romero al 79′, Messi all’83’, Enzo Fernández al 92′. La petizione oltre i sei milioni di firme secondo Euronews.

Succede a chiunque. Si comincia qualcosa, arrivano le prime difficoltà, e partono le accuse: il mercato, il socio, la sfortuna, il momento sbagliato. Il dito si alza da solo, e punta sempre verso fuori.

Il dito che passa di mano

Nel primo libro della Bibbia il primo sbaglio arriva subito, e subito dopo arriva il primo dito puntato. Adamo ha mangiato il frutto proibito e si è nascosto tra gli alberi. Dio lo chiama: «Dove sei?». Lui esce e confessa la paura, non la colpa. Poi arriva la domanda diretta: hai mangiato da quell’albero? Adamo non risponde di sì. Risponde: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato». Dio si gira verso la donna, e lei fa la stessa mossa: «Il serpente mi ha ingannata». Il dito passa di mano in mano finché arriva al serpente, che non ha più nessuno da indicare.

Rileggi la frase di Adamo. Il dito punta in due direzioni nello stesso momento: contro la donna, e contro chi gliel’ha messa accanto. Il riflesso c’è già tutto. La colpa è dell’altro, e se non dell’altro, di chi sta sopra. Il governo, le tasse, la guerra.

Il mio dito

Non ti parlo da fuori. In ventidue anni di mestiere non ho mai smesso di farlo, e lo faccio per riflesso, prima ancora di pensare. Guardo uno spettacolo e parte: madonna come recita male quello. Leggo che un collega ha avuto successo e parte: di sicuro ha dato il culo a qualcuno. Mi scartano a un provino e parte: sono di basso livello, non sanno riconoscere un attore.

Tre frasi, tre dita. Nessuna mi è costata niente, e nessuna mi ha fatto fare un passo. Ognuna mi ha lasciato proprio dove stavo, con la sensazione di avere ragione. È la frase di Adamo con un altro costume: non sono io, è lui. E se non è lui, è chi l’ha scelto.

Un attimo, esco dal pezzo. Quello che stai leggendo è nato da un appunto: poche righe prese chissà quando, e una mappa per tenerle insieme. Funziona così per tutto quello che scrivo, e come si fa l’ho messo nel libro sugli appunti geniali. Ma torniamo al nostro articolo.

La domanda che mi fa crescere è un’altra, e brucia: ero all’altezza? Non per punirmi. Per capire dove mettere mano.

Il fallimento che nessuno vuole guardare

Torna un momento nel giardino. Prima del dito, Adamo dice un’altra cosa: «ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto». Prima arriva la paura, poi l’accusa. Il dito è il modo di uscire dal nascondiglio senza farsi vedere.

La nostra cultura tratta l’errore come la più grave delle colpe, qualcosa da nascondere in fretta. Se sbagliare è una vergogna, la colpa deve essere per forza di un altro. Un errore di cui ti prendi la responsabilità diventa un dato: ti dice dove mettere mano. Un errore scaricato sugli altri resta lì, intatto, pronto a ripresentarsi uguale alla prossima occasione.

La domanda di due parole

Ti avevo promesso una domanda. Nel giardino arriva prima di tutte le altre, prima ancora che si parli del frutto. Non è «chi è stato?». È «Dove sei?».

Adamo ha risposto con un dito. Sei milioni di persone hanno risposto con una firma. Io rispondo ancora, di continuo, con un «madonna come recita male quello».

La prossima volta che qualcosa va storto, la domanda arriva di nuovo. Dove sei?

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