Tarzan e lo zoo

Tarzan e lo zoo di un santuario di paese, un leone dietro la grata e la lupa di Roma: la civiltà non elimina il selvaggio, lo chiude in gabbia.

Leonessa che ti guarda da dietro la rete di un recinto, nella luce calda: il primo sguardo di Tarzan e lo zoo del santuario
Leonessa dietro la rete del suo recinto, nella luce calda del pomeriggio, con gli occhi puntati su chi guarda. Foto di Benny Samuel su Unsplash

Ti ricordi il primo animale in gabbia che hai guardato negli occhi da bambino?

Io sì. Abitavo nel santuario di San Cosimo alla Macchia, a Oria, in Salento. E la mia prima scuola è stata lo zoo. Tarzan e lo zoo, per me, cominciano lì. Ci andavo ogni giorno e spesso in compagnia degli operai che davano da mangiare alle bestie. Non scorderò mai quel giorno che ebbi la possibilità di accedere più da vicino alla fossa dei leoni e scorgerne uno che mi guardava da dietro la grata.

Tarzan viene da Romolo e Remo

Lì dentro mi sentivo un bambino in mezzo alla natura, come Tarzan, uno degli eroi d’infanzia che mi ritrovo in dote. Rovistando nella sua storia ci ho trovato una sorpresa. L’uomo che lo ha inventato, Edgar Rice Burroughs, prese la prima ispirazione da un racconto che a Roma conoscono tutti: quello di Romolo e Remo. I due gemelli, figli di Rea Silvia e di Marte, deposti in una cesta e affidati alle acque del Tevere che era straripato, poi allattati da una lupa.

A differenza di Sandokan, altro eroe di carta e di pellicola, non ho mai aperto un romanzo di Tarzan, e non so se lo farò. Per me resta una figura della televisione, vista tra gli anni Settanta e Ottanta, e la parodia che ne fece Totò nel 1950, con Totò Tarzan. Sotto la foglia di fico, però, c’è sempre stata la stessa idea: il mito del buon selvaggio che entra nella civiltà e ne smaschera le contraddizioni. Una civiltà raffinata quanto ipocrita, dura nei suoi valori, che ha dimenticato il rapporto con la natura.

Il confine che uccide

E qui i due miti si guardano allo specchio, a destini invertiti. Tarzan è un civile per nascita cresciuto dalla natura, che sceglie la foresta e lì ritorna. Romolo e Remo sono due selvatici allattati dalla lupa che fondano la città e tracciano una linea contro la foresta. Anzi, uccidono per quella linea: Romolo scava con l’aratro il solco delle mura, Remo lo scavalca, e Romolo lo colpisce: “questa sorte avrà chiunque altro oltrepasserà le mie mura”. Paolo Rumiz, in Appia, ne parla come di un segno sul terreno, un confine da non oltrepassare: la Roma che conosciamo nasce da una riga scavata nella terra (una storia che il cinema ha ripreso di recente, in protolatino, con Il primo re).

Il selvaggio, così, non entra nella città. Ci resta come stemma. E non a caso il primo emblema del Campidoglio, prima della lupa, fu un leone: il “Leone che azzanna il cavallo”, un predatore di marmo fermato nell’atto di uccidere, simbolo del buon governo del Comune fino al 1471. La città nata sotto la lupa scelse per secoli di rappresentarsi con una belva bloccata in eterno mentre colpisce. Il selvaggio tenuto come figura. Uno zoo di pietra.

Tarzan e lo zoo, lo stesso animale due volte

Da bambino quegli animali li vedevo due volte. Sullo schermo, liberi nella giungla di Tarzan. E a pochi metri da casa, nello zoo del santuario dove vivevo, fermi dietro le sbarre. La stessa bestia, la stessa immagine, due destini opposti. Ci ho messo anni a capire che la giungla e la gabbia raccontano lo stesso spavento: il selvaggio ci attira e ci mette paura, così lo chiudiamo dietro le sbarre, e poi ci accorgiamo che ci manca. Rainer Maria Rilke lo ha scritto guardando una pantera al Jardin des Plantes di Parigi: a furia di passare davanti alle sbarre, il suo sguardo non trattiene più nulla, come se dietro mille sbarre non ci fosse più alcun mondo.

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Dallo zoo allo spettacolo

Non ho mai visto la versione di Disney. Quando arrivò ero fuori età, e ho sempre nutrito una certa diffidenza verso quella major che cannibalizza le storie di tutti. La serie a cui resto affezionato è quella del 1966 con Ron Ely, che io vidi più di dieci anni dopo la prima messa in onda americana. Qui sotto la sigla di quella serie, la marcia di Tarzan.

Da quei ricordi, dallo zoo e dagli animali del santuario, è nato Il Leone di San Cosimo, un testo che oggi si è arricchito delle canzoni di Paolo Carone.

Torna alla gabbia

Allora torna a quel primo animale in gabbia che hai guardato negli occhi. Forse non stavi guardando la bestia. Forse, da quella parte delle sbarre, l’animale in cattività eri tu, che avevi dimenticato la giungla. E Tarzan, ogni sera, serviva a ricordartelo.

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