
Questa macchina non ha scritto niente da sola: accosta parole dentro frasi già pronte.
Premi Genera: esce un aforisma che nessuno aveva mai scritto, nato da parole che il caso ha messo vicine.
Se una parola ti piace, cliccala per bloccarla e rigira le altre. Vai avanti finché la frase non ti convince, poi copiala: da lì in poi è tua.
Sotto trovi la guida, le parole rare e la storia di questo gioco, che è più vecchia di me.
Se tieni un taccuino, questa è una cava.
Novità: adesso puoi metterci dentro una tua parola. Scrivila nel campo qui sotto con il suo articolo (il preside, una chiave, la neve) e premi Genera: l’aforisma nasce intorno a quella.
Release beta di un progetto in sviluppo. Per idee, segnalazioni e suggerimenti scrivi a [attiva javascript]
Che gioco è
Un aforisma è una frase breve che chiude un pensiero in pochi colpi: una sentenza, un paradosso, una domanda che resta.
Qui non li scrive nessuno. Li monta una macchina, pescando parole da centinaia di frammenti e incastrandole in frasi che un istante prima non esistevano. Nessuna delle frasi che leggerai è stata scritta da me: ho scritto i pezzi e le forme, il resto lo fa il caso, e lo fai tu.
Come si gioca
Prima cosa: accendi il suono. Premi “Attiva suono” e gioca con l’audio acceso. Senti il rullo che gira, rallenta e si ferma, come una vecchia slot. Cambia tutto.
Premi “Genera”. Il rullo parte, rallenta, si ferma su una frase. Sotto trovi il genere: koan, haiku, paradosso, oracolo, confessione, proverbio.
Guarda le parole dentro le pillole col lucchetto. Quelle le ha pescate la macchina, e sono le uniche cose che puoi toccare.
La tua parola dentro la frase
Sopra il gioco c’è un campo: “La tua parola, se ne hai una”. Scrivi una parola con il suo articolo, il preside, una chiave, la neve, e premi Genera. La macchina costruisce l’aforisma intorno a quella parola, e tu la ritrovi dentro la frase, sottolineata a puntini.
L’articolo non è un capriccio: è lui a dire alla macchina dove infilarla. Con il, lo, la, l’ la tua parola finisce dove stanno i concetti; con un, uno, una finisce dove stanno le cose. Se l’articolo è sbagliato te lo propone giusto, e lo correggi con un clic.
La parola resta nel campo finché non la togli con la × qui a destra, dentro il campo. Così puoi tirare dieci frasi diverse intorno alla stessa parola, e vedere quale ti sorprende.
La macchina accetta i nomi comuni, al singolare. Niente nomi propri, niente plurali, niente parolacce: una frase con dentro il nome di una persona vera smette di essere un gioco e diventa un’altra cosa.
La tua parola non conta per il jackpot. I pezzi d’oro restano quelli scelti a mano, altrimenti la fortuna si digiterebbe invece di capitare. E se copi una frase che contiene la tua parola, la firma cambia: quella frase non l’ho scritta io, l’hai fatta tu.
Il gesto che cambia il gioco
Una parola ti piace e vuoi tenerla? Cliccala. Il lucchetto si chiude e quella parola si ferma. Puoi bloccarne quante vuoi: una, due, tutte quelle che ti convincono.
Poi premi “Rigira i liberi”: la macchina ricombina solo il resto e lascia stare le tue. Clicca di nuovo il lucchetto per riaprirlo.

Qui il gioco smette di essere una slot e diventa un tavolo da lavoro. Non stai più aspettando che la fortuna ti dia una frase buona: tieni il pezzo che funziona e rilanci il resto, finché la frase non sta in piedi. Il caso propone, tu decidi.
Le parole rare
Alcune parole valgono più delle altre. Sono poche, scelte a mano, e quando escono si accendono: le vedi scritte in oro, con una stellina.

Ne capita una ogni tre o quattro giri. Due nella stessa frase è raro, e la carta cambia colore per dirtelo. Tre insieme è il jackpot: la carta va in oro pieno.

Aspettando il jackpot con il solo pulsante “Genera” lo vedresti una volta ogni cinquecento giri. Ma tu non devi aspettarlo: lo puoi costruire. Blocchi la parola accesa, rigiri le altre, ne spunta una seconda, blocchi anche quella, e vai a caccia della terza. In meno di dieci mosse ce l’hai.
È il motivo per cui le parole rare esistono: non per premiarti, ma per darti un motivo per mettere le mani nella frase.
Perché non è soltanto un passatempo
Un pensiero nuovo quasi mai arriva da un’idea nuova. Arriva da due cose vecchie messe vicine per la prima volta. “La memoria” e “un ponte di vetro” non hanno niente da spartire, ma appena le vedi accostate la tua testa si mette al lavoro per trovare il senso, e quel senso non lo aveva scritto nessuno: lo hai fatto tu, in mezzo secondo, senza accorgertene.
Questa macchina fa una cosa sola, e la fa senza pietà: ti mette davanti accostamenti che non avresti mai scelto. La tua testa, lasciata libera, torna sempre alle stesse strade. Il caso no, il caso non ha abitudini.
Da qui vengono tre cose che valgono più del gioco in sé.
Il filtro sei tu. La macchina non sa quale frase è bella. Alcune sono lame, molte sono rumore. Sceglierle è metà del lavoro, ed è la metà che conta: ogni volta che tieni una frase e ne scarti quattro stai dicendo qualcosa su di te, non sulla macchina. Guarda la lista di quelle che hai salvato dopo mezz’ora: è un ritratto.
Lo scarto è più utile del centro. Le frasi quasi giuste, quelle storte di un millimetro, aprono più di quelle perfette. Una frase perfetta la leggi e la chiudi. Una frase storta ti resta addosso e ti costringe a raddrizzarla, e mentre la raddrizzi scopri cosa volevi dire davvero.
Serve per scrivere. Se tieni un taccuino, questa è una cava: un attacco di articolo, un titolo, una battuta, l’inizio di una poesia, la frase che non ti veniva. Bloccare le parole serve proprio a questo: parti da una tua e lasci che la macchina ti proponga il resto, finché non trovi l’incastro. Prendere appunti non è copiare quello che senti, è cacciare quello che ti scatta in testa: qui gli scatti arrivano uno ogni cinque secondi.
Non l’ho inventato io
Montare frasi con una macchina è un’idea più vecchia dei computer, e ha una storia seria alle spalle.
Il 24 novembre 1960, a Parigi, Raymond Queneau e François Le Lionnais fondano l’Oulipo: Ouvroir de Littérature Potentielle, un’officina di letteratura possibile. Non un movimento con un manifesto, ma un laboratorio dove matematici e scrittori lavorano insieme a inventare regole, vincoli, macchine per scrivere. Queneau definiva i suoi compagni “topi che costruiscono il labirinto dal quale si propongono di uscire”.
L’anno dopo Queneau pubblica Cent mille milliards de poèmes: dieci sonetti stampati su pagine tagliate a strisce, un verso per striscia. Ogni verso può prendere il posto del verso corrispondente negli altri nove. Dieci scelte per quattordici versi fanno centomila miliardi di poesie, tutte metriche, tutte in rima. Queneau calcolò che per leggerle tutte, senza mai fermarsi, servirebbero quasi duecento milioni di anni.
Dell’Oulipo hanno fatto parte Italo Calvino e Georges Perec, quello che scrisse un romanzo intero, La disparition, senza usare mai la lettera e.
Il punto, per tutti loro, è sempre lo stesso: il vincolo non spegne l’invenzione, la accende. Davanti al foglio bianco puoi scrivere qualsiasi cosa, e per questo non scrivi niente. Dai a qualcuno dieci sonetti tagliati a strisce e comincerà a combinarli per ore.
Questa macchina è un cugino minore di quel libro. Le forme delle frasi sono i vincoli, le parole sono le strisce di carta, e il lucchetto fa la cosa che con le strisce non si poteva fare: tenere fermo un verso e rigirare solo gli altri.
Cosa farne
Gioca due minuti senza scopo, tanto per vedere l’effetto che fa. Poi, se una frase ti resta addosso, premi “Copia” e portala via: mettila negli appunti, mandala a qualcuno, incollala dove stai scrivendo.
E se ne trovi una che vale davvero, falla girare. Le frasi non servono a niente finché restano in una scheda del browser.
Questa è una release beta di un progetto in sviluppo: alcune cose cambieranno, altre spariranno. Se ti viene un’idea, se trovi una frase rotta o una parola che stona, scrivimela.
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